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Storto e minorto come i "mostri" della sua villa: storia del principe (brutto) di Palagonia

Un ritratto insolito di Ferdinando Francesco II Gravina, principe di Palagonia, e della famosa "villa dei mostri" costruita a Bagheria che contava ben 200 statue di Gargoyle

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 23 novembre 2020

Villa Palagonia detta anche "dei mostri" a Bagheria

«Sua illustrissimità, eccellentissimità e gentilissimo principe con un cuore quanto ‘na casa, io ci voleva dire una cosa...». «Ca parla...».

«Ecco, datosi che i braccianti non vogliono travagghiare nella vostra villa perché si scantano (spaventano) dei mostri che vossìa vuole mettere in bella mostra, mi addomandavo se non era meglio mettere statue di animali, santi, o magari pure femmine nude... a Totuccio, un mio bracciante, gli nacque un picciriddo che pare un mostro e la moglie va dicendo che successe perché mentre “aspettava” ha visto le statue vostre...».

«Vastià, a Totuccio gli nacque un picciriddo bello come la fame perché brutto il padre, brutta la madre, che minchia doveva uscire fuori!? Non sono il principe di Palagonia? Allora fammi fare a mia!». «Vossia come parla comanda»

«E comunque sono tutte fesserie. Diceva un saggio arabo tanto tempo fa, Shams-i Trabriz si chiamava, che che un uomo nel deserto non è come un deserto nell’uomo». «Principe, io quello che disse stu Sciacca Fabrizio non lo posso sapere... io capiscio solo stucco e tufo».



Ecco, magari questa conversazione tra Ferdinando Francesco II Gravina principe di Palagonia e il capomastro non è mai avvenuta, ma in ogni caso è sempre più credibile di Clark Gable che in “Via col vento” dice “Francamente me ne infischio”.

Detto ciò, non sarebbe stata tanto lontana dalla realtà poiché in primis il principe di Palagonia, quello della famosissima villa dei mostri di Bagheria per intenderci, era un noto appassionato di quello che veniva dell’oriente, tanto che era soprannominato il “negromante” per il questo suo gusto verso l’ignoto e l’informe, e poi è cosa risaputa che veramente le donne in gravidanza credevano che guardare le statue dei mostri avrebbe compromesso il nascituro.

Impossibile provare a raccontare un tale personaggio senza affidarsi alle parole dei contemporanei illustri, anche perché c’era chi ne diceva “picchio” e chi ne diceva “pacchio”.

Partiamoci da Goethe che arriva a Palermo in nave, tutto bello, tutto bellissimo, dice la cosa del “promontorio più bello del mondo”, e un giorno se lo trova davanti in tutta la sua magnificenza: «Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo».

E non si sa come, forse fu lo stesso principe, il nostre Goethe riesce pure a scroccare un invito a villa Palagonia che, a dire la verità, gli fa un poco impressione; e lo si capisce dalle sue parole: “i piedi delle sedie sono segati inegualmente, in modo che nessuno può prendere posto, e davanti all’entrata, il custode del palazzo invita i visitatori a non fidarsi troppo delle sedie solide perché sotto i cuscini di velluto nascondono delle spine”.

A parte che manco Dario Argento gli mette spine nei cuscini, ma voi ve lo immaginate il custode che avvisa Goethe di non sedersi e lui che ringrazia in quella simpaticissima e delicatissima lingua basata su catarro e sputazzate che è il tedesco?

«Stassi accura (attento) signor Ghette ca poi ci abbrucia u...». «Vielen Dank, denn ich wollte mich gerade setzen!!!» (grazie infinite, perché stavo proprio per sedermi); «e gli dissi figghio di sua madre?» avrà pensato il custode. C’è chi dice, e lo hanno detto pure due psichiatri (Helen fisher e Wilhelm Waygand), che era così brutto, storto e minorto che i mostri li aveva commissionati di proposito per cercare di esorcizzare questa sua condizione e, tra i mostri, voleva essere una sorta di Grande Puffo tra i puffi.

“Principe di Palagonia”, immagino gli dicessero gli amici ogni volta che gli scappava il bicchierino soverchio, “sei bello come il sole: un si po taliari!” (e chi lo può guardare il sole?). E, siccome trippa per gatti non ce n’è e ci vogliamo allattariare, cosa fu il Principe di Palagonia se non il padre, in carne e ossa, di quello splendido capolavoro che scrisse Victor Hugo intitolato “Notre-Dame de Paris” in cui Quasimodo stava chiuso dentro la cattedrale e aveva come soli amici i Gargoyle?

Un frutto dalla scorza grottesca e dalla polpa profumata e raffinata. Proprio per quel gioco contrasti su cui Barbieri, Cracco e Cannavacciuolo ci hanno fatto tanta scuola, ovvero che a sapidità deve controcorrispondere dolcezza, e a morbidezza croccantezza, se Goethe risultò miope nei confronti del nostro principe, lo stesso non si può dire per il conte di Borch (non è quello dei trapani) che ne disse: “sono stato veramente meravigliato dal suo tratto e dal suo modo giusto e corretto su cui ragionava su ogni cosa”.

Insomma, il principe di Palagonia, possiamo definirlo in mille modi senza mai azzeccarci.

Specifichiamo che la villa non fu da lui costruita, ma a lui si deve quel viale che contava circa 200 statue di Gargoyle che parlano siciliano.

Si racconta, visto che siamo in tema, la bellissima leggenda dei due fratelli a cui furono commissionate rispettivamente la cattedrale di Palermo e il Duomo di Monreale: il primo la fece stupenda fuori e vuota dentro, il secondo realizzò un duomo scarno fuori e principesco dentro.

Forse è a questo che alludeva il saggio arabo Sciacca Fabrizio (Shams-i Trabriz) quando diceva “un uomo nel deserto non è un deserto nell’uomo; e Ferdinando Francesco II Gravina principe di Palagonia, fosse stato una chiesa, sarebbe stato proprio così: brutta fuori e immensamente bella dentro.
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