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Tra bivacchi e antiche colate: facciamo un trekking sulla pista altomontana dell'Etna

Ogni escursionista ha un elenco dei percorsi imperdibili, che si tratti di montagne, cammini, deserti sabbiosi o vulcani attivi, da fare almeno una volta. Vi portiamo a fare un trekking a 360 gradi

Carmelo Sgandurra
Insegnante e divulgatore scientifico
  • 10 agosto 2021

Ogni escursionista ha un elenco dei trekking imperdibili, che si tratti di montagne, cammini di fede, deserti sabbiosi o vulcani attivi, da fare almeno una volta.

Alla voce vulcani attivi il più grande d’Europa si chiama Etna e si trova in Sicilia e per i paesaggi e le peculiarità che offrono i suoi sentieri è apprezzato all’estero molto più di quanto si possa immaginare.

Tra i numerosi percorsi, dalle pendici ai crateri sommitali, la pista altomontana è uno dei più conosciuti: quaranta chilometri di strade sterrate intorno al cono del Mongibello, interrotta solo dalla Valle del Bove, l’immensa caldera che si affaccia a est sul mare di Giarre. Il trekking si sviluppa ad una quota compresa tra i 1342 metri del rifugio Saletti ed i 1920 metri del rifugio di Poggio La Caccia e si può percorrere in senso orario da Serra La Nave alla Pineta Ragabo o viceversa.

L’intero tracciato si può coprire in due giorni, meglio in tre se si preferisce andare a passo lento, fare delle deviazioni per esplorare i dintorni, o semplicemente prendersi del tempo vuoto da riempire a proprio piacimento. Il pernottamento è garantito dalla presenza di vari rifugi, recuperati e curati dall’ente gestore, perché l’Etna, oltre ad essere inserita nei siti Patrimonio Unesco è anche un grande Parco Regionale.



Più che di rifugi si tratta di bivacchi, sempre aperti e totalmente gratuiti, che offrono un riparo, un camino e una legnaia ben fornita, una cisterna di acqua piovana, non potabile ma pur sempre utile. Bisogna portare con sé il proprio sacco a pelo, la stuoia e avere la capacità di adattarsi nei casi in cui si dovrà dividere lo spazio con altri viandanti.

Alcuni habitué dei sentieri etnei amano rendere più goliardica l’esperienza portandosi l’essenziale per improvvisare un arrusti e mangia o una pastasciutta grazie ai camini presenti all’interno di ogni rifugio.

Tutto il percorso è un continuo alternarsi di antiche colate, oramai ammantate di boschi secolari, e di eruzioni recenti, che mostrano, a freddo, la forza severa di una natura che è madre e matrigna, che tutto distrugge e ricrea. Sono davvero infinite le forme modellate dal vulcano, scultore a sua insaputa.

Disseminate lungo la strada si trovano grotte di scorrimento lavico, in passato usate come neviere, lave cordate, dalle inequivocabili forme di gomene, le bottoniere, successioni di crateri effimeri, le pietre cannone, solidificazioni laviche su tronchi d’albero e le immancabili bombe laviche.

All'inizio dell'estate sulle sciare, lave ancora ruvide e taglienti, ricoperte solo di licheni e pochi altri cespugli, le Ginestre dell’Etna con le loro fioriture gialle esplodono come in uno spettacolo pirotecnico monocromatico. Sono arbusti flessibili e resilienti che colonizzano i suoli lavici per permettere ai boschi di ritornare, secoli dopo, negli stessi luoghi, in un ineluttabile ciclo di morte e di vita.

Arrampicandosi sulle pendici del vulcano la stratificazione dei climi e, di conseguenza del paesaggio vegetale, è abbastanza netta. Da 0 a 2000 metri si incontrano coltivazioni di agrumi, vigneti, meleti, noccioleti e castagneti e ancora boschi, dalle leccete mediterranee ai boschi continentali. Oltre i 2000 metri gli ultimi lembi boschivi lasciano il posto ai cuscini di Spino Santo prima del deserto lunare offerto da colate e sabbie laviche.

Le faggete più tenaci non superano mai i 2200 metri, battendo comunque un doppio record; sono infatti, dal punto di vista altitudinale, le faggete alle quote più alte d’Europa, e, dal punto di vista latitudinale, le più meridionali dello stesso continente.

Lungo il percorso si alternano con le pinete a Pino laricio che cresce molto bene su questi suoli. Non mancano però Cerri, Aceri, Abeti, Castagni e le tanto preziose quanto rare Betulle dell’Etna, dai bianchi tronchi color del ghiaccio, relitti dell’ultima era glaciale. Da almeno 10000 anni hanno perso il contatto con le loro cugine scandinave isolandosi solo in alcune aree dell’Etna, nel centro del Mediterraneo. L’autunno è la stagione del foliage, quando in molti attraversano la Pista altomontana per godere dei cromatismi offerti dalle caducifoglie, faggi in primis.

Chi percorre il trekking in senso orario, da sudovest a nordest, godrà di una terrazza privilegiata sulla Sicilia. Da questa altezza, nelle belle giornate, potrà ammirare Enna e gli Erei, le Madonie, i Nebrodi, la valle del Simeto e quella dell’Alcantara, riconoscere in lontananza i profili delle rocche dell’Argimusco, la Rocca di Novara, i Peloritani e, prima di entrare nella Pineta di Linguaglossa, affacciarsi sullo Ionio spaziando fino all’Aspromonte, una buona occasione per avere la conferma che la Sicilia è un continente e l’Etna un’isola nell’Isola.

Come arrivare
L
a pista altomontana è raggiungibile da due versanti. Dalla tangenziale di Catania, uscita Etna Sud, si sale da Nicolosi verso il Rifugio Sapienza lungo la SP 92 fino alla deviazione per Serra La Nave. Dall’autostrada Catania-Messina, uscita Fiumefreddo, seguire le indicazioni per Linguaglossa e da qui la via Mareneve per Piano Provenzana fino al rifugio Brunek.
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