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Tra i ruderi di Montevago, un tuffo nel grave passato della Sicilia: che cosa resta del borgo

Qui il tempo e la natura si sono ormai impadroniti dei ricordi. Sono passati tanti anni, oltre 50, da quel tragico epilogo che spazzò via parte della Valle del Belice

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 9 ottobre 2023

I ruderi di Montevago

Abate Antonino, Alagna Giuseppa, Almerico Rosa, Armato Leonarda [...]. Non è la classica "cantilena" per ricordare una squadra di calcio o un gruppo musicale. In ordine alfabetico, purtroppo, è la prima parte di un elenco composto da 93 vittime (di Montevago) in seguito al terremoto del 1968. La visita della vecchia cittadina è un mix tra passato, ricordo e dimenticanze.

Prima di raggiungere l’attuale paese si visita quello che fu, un tempo, il piccolo centro agrigentino. Sono passati tanti anni da quel tragico epilogo - grave - che spazzò parte della Valle del Belice.

Alcuni comuni furono letteralmente distrutti dalle scosse violente che si susseguirono senza sosta. In un silenzio tombale spiccano i ruderi, tanti, di Montevago. Le stradine, strette, sono in sterrato. Un tuffo nel passato per non dimenticare le difficoltà che ebbero i soccorsi a raggiungere la zona belicina.

In mancanza di infrastrutture e una situazione ampiamente complessa, le massime autorità nazionali evidenziarono l’enorme criticità delle regioni meridionali. Entrare nelle viuzze non è affatto difficile seppur, tristemente, sono avvolte dalle sterpaglie che hanno compromesso parte della zona.
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Il tempo e la natura si sono impadroniti dei ricordi. La visita inizia dal campo sportivo (anch’esso abbandonato). Sin dai primi passi, un leggero vento accompagna gli sguardi smarriti di fronte a quello che il cataclisma provocò 55 anni orsono.

Improvvisamente si ergono i resti colonnati di un’architettura imponente: è la Chiesa Madre. Costruita sulle macerie della vecchia Chiesa del SS Crocifisso - ad opera del Principe Giovanni Gravina Moncada - fu intitolata ai santi Pietro e Paolo.

L’inaugurazione avvenne nel 1826 grazie al cardinale Pietro Gravina. La facciata presentava una sagoma neoclassica articolata su due ordini sovrapposti e affiancata da due campanili.

L’interno era a croce latina, diviso in tre navate con cappelle laterali. All’incrocio del transetto con la navata centrale si innalzava la cupola emisferica.

Le pareti dell’abside erano decorate da affreschi monocromatici rappresentanti storie bibliche. L’impegno certosino degli enti preposti ha portato alla luce il basamento, l’altare maggiore, tre altari laterali, alcuni capitelli con l’effige della chiesa, il sarcofago con la lapide del fratello del cardinale Gravina, diversi elementi architettonici, oltre ai resti del portone e della scala a chiocciola che conduceva al campanile.

La nuova chiesa (dedicata sempre ai santi Pietro e Paolo) si trova nell’attuale centro cittadino su un isolato a forma quadrangolare. E’ stata edificata nel 1980.

A poche decine di metri dal duomo si può raggiungere il Giardino della Memoria. Si entra all’interno di uno spazio dedicato a coloro che, purtroppo, persero la vita durante il sisma.

Non è facile esprimere un pensiero né comprendere lo stato dei fatti. Tra i ruderi la noncuranza e l’abbandono sono i segnali forti della mancanza di manutenzione ordinaria. Anche la Chiesa di San Domenico e il Monumento ai Caduti non si sottraggono a questa consuetudine. Finalmente si raggiunge il “Percorso Visivo”.

È il progetto - voluto e realizzato da quattro artisti (Ligama, Bruno D’Arcevia, Pascal Catherine e Patrick Ruy Pugliese) - per trasformare la zona in un museo all’aperto. Ridare luce e nuova vita al vecchio borgo è stato l’obiettivo principale degli artisti.

Sono stati effettuati dei lavori di intervento su delle abitazioni per ridare forma, colore e riportarle ai fasti d’un tempo. Grazie all’ associazione “La Smania Addosso” il progetto ha avuto il suo compimento.

Improvvisamente l’area si è animata con una serie di murales, finestre panoramiche, neomanierismo e transavanguardia regalando un "piccolo" sorriso alla comunità.

Gli ultimi passaggi dovuti sono la Villa del Pioppo e il Belvedere. I punti più alti del vecchio borgo "inquadrano" alla perfezione una vasta area, quella belicina, dove si scorgono il Cretto di Burri e Poggioreale (Vecchia).

Entrambe hanno lasciato spazio ai nuovi centri di Poggioreale e Salaparuta.

Il promontorio racconta di un lento ritorno alla vita quotidiana. Il popolo, martoriato e ferito dal passato, ha provato a dimenticare il torto subito per ritornare a vivere.

Lassù si respira un’aria di distacco e qualsiasi parola spesa non riporterà in vita le vittime del terremoto.
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