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Tra mattanze, avvelenamenti e degrado: i randagi in Sicilia dal business al silenzio

A Palermo circolano circa 25mila cani randagi, nel resto della Regione circa 100mila: un problema che però non è solo etico ma anche di natura economica

Davide La Cara
Giornalista e addetto stampa
  • 16 novembre 2019

C’è una emergenza randagi in Sicilia? Di certo in questi anni la situazione è andata fuori controllo fino a diventare un fenomeno dilagante, capace anche di diventare business. A Palermo circolano circa 25mila cani randagi, nel resto della Regione circa 100mila (nel 2016 erano 76mila): un fenomeno in aumento dunque ma per fare una stima precisa, secondo gli esperti, servirebbero almeno tre anni di censimenti.

Da tempo le associazioni animaliste tentano di alzare la voce chiamando in causa le amministrazioni comunali. A ottobre a Monreale è avvenuta una vera mattanza di randagi da parte di persone ancora non identificate che ha avvelenato una decina di cani. Nella scorsa primavera il Comune di Palermo, in cui gli "ospiti" del degradato canile sono 600, ha affidato un appalto da 435mila euro per la gestione di questi animali che arriverà in scadenza alla fine dell’anno.

Lo scorso mese dopo numerose segnalazioni da parte del personale a causa delle continue aggressioni, il Policlinico di Catania ha affidato a un centro cinofilo il servizio di accalappiamento dei cani che circolano nella struttura per una spesa di 3.050 euro.



Alcuni randagi sono dunque anche pericolosi per la pubblica incolumità, senza contare l’esasperazione di alcuni cittadini che, in maniera del tutto criminale, decidono di risolvere il problema avvelenando i randagi che mettono in pericolo le loro zone residenziali.

Il problema dunque non è solo etico ma anche di natura economica. Ci sono comuni nell’area metropolitana di Palermo che spendono fino a 1/10 del loro bilancio per affrontare il problema, distraendo dalle casse della collettività risorse che potrebbero essere destinate ad altro.

Quali le soluzioni? La prima sarebbe sicuramente quella di colmare il gap infrastrutturale creando non solo nuove strutture di accoglienza dei randagi, ma dotando ogni città di un rifugio sanitario pubblico che si prenda cura della loro salute.

L’obbiettivo però rimane quello della sterilizzazione, unico sistema che permetterebbe di limitare la riproduzione incontrollata. Altro metodo sarebbe il conferimento di una mappatura genetica dei cani: la microchippatura non ha funzionato, serve un sistema che permetta di risalire a proprietari e ai genitori degli animali.

Giovanni Giacobbe Giacobbe, consulente all’Assemblea Regionale Siciliana della Commissione speciale parlamentare randagismo e studioso dei comportamenti disfunzionali degli animali, sta lavorando per ridisegnare la legge regionale 15/2000 (Istituzione dell'anagrafe canina e norme per la tutela degli animali da affezione e la prevenzione del randagismo).

«Una cosa fondamentale – spiega Giacobbe - è dare l’incentivo ai controlli. Il primo intervento immaginato è una sanzione che arrivi alle casse dei Comuni così da migliorare la situazione di bilancio locale dando un incentivo all'amministratore affinché intervenga seriamente».

C’è sicuramente pero da lavorare su un aspetto: una cultura responsabile dell’allevamento e della gestione dei cani, avviando così un nuovo senso civico verso gli animali di cui in Sicilia siamo fortemente deficitari.
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