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Tre fratelli e un "fattaccio": Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fondatori di tutte le mafie

Dopo trent'anni di prigionia per aver ucciso l'uomo che oltraggiò la loro sorella minore, i tre si giurarono eterna fedeltà prima di mettere in atto il loro (vendicativo) progetto

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 28 giugno 2021

Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Non mafia, non ndrangheta, non camorra. Il modo in cui queste tre organizzazioni criminali si sono sempre autodefinite è rispettivamente “Cosa Nostra”, “Onorata Società”, “Sistema”.

È infatti il 1984 quando per la prima volta, dopo le deposizioni di Tommaso Buscetta, si sente parlare (a discapito di mafia e mafiosi) di Cosa Nostra e uomini d’onore.

Lo stesso Giuseppe Pitrè ci parla di mafiusu come di un aggettivo volto ad indicare una certa spavalderia o innegabile appariscenza.

A parte lui, nel tempo, si sono susseguite un sacco di ipotesi che fanno provenire la parola "mafia" dall’arabo, la parola "camorra" dalla città biblica di Gomorra distrutta da Dio perché popolata da peccatori, e la parola "'ndrangheta" da un suono onomatopeico (tipo Boom per per indicare un botto) che dovrebbe riportare al significato di malefatta.

Ovviamente oltre queste ce ne stanno tante altre, magari più accreditate, che non ho riportato perché, altro che articolo, non basterebbe un intero giornale.



Ad oggi, secondo le stime, di queste tre, l’associazione più potente e ramificata risulta essere la ‘ndrangheta: è quella che conta il minor numero di collaboratori di giustizia, sia perché la dinamiche di affiliazione sono estremamente legate al sangue delle famiglie, sia perché il padrino che battezza il nuovo affiliato è direttamente responsabile (anche con la vita) del picciotto di cui diviene il garante, ma soprattutto perché gli affiliati non conoscono l’identità delle cariche superiori.

Basti pensare che le tre più alte cariche della ‘ndrangheta sono in ordine crescente: Mammasantissima, Infinito e Conte Ugolino (proprio quello citato da Dante nella Divina Commedia): le indagini per ricostruire questo organigramma hanno voluto un secolo e non si è mai scoperto chi storicamente abbia mai ricoperto la carica di Conte Ugolino.

Lo stesso Buscetta in un’intervista raccontò che il romanzo di Natoli de “I Beati Paoli”, era una sorta di testo di riferimento nelle carceri, un po’ come “Storia dei paladini di Francia” per il teatro dei pupi.

E ripercorrendo tutti i simboli come le santine o i casi in cui dentro i covi dei latitanti sono state trovate vere e proprie altari, è innegabile che la dimensione mitico/religiosa abbia sempre impregnato gli ambienti malavitosi non tanto per fede quanto perché i riti donano una certa sacralità alle figure di comando e alla stessa associazione.

Quindi, tralasciando le origini storiche di queste tre organizzazioni, che hanno il dovere di raccontare storici di professione, raccontiamo invece la leggenda dei tre fratelli fondatori di tutte le mafie.

Siamo a Toledo, in Spagna, e precisamente nel 1412, prima della scoperta dell’America, prima dell’istituzione della Santa inquisizione, prima di Mike Bongiorno. Ci sono tre fratelli i cui genitori hanno pensato benissimo di chiamare: Osso, Mastrosso e Carcagnosso (e chiamatene uno Salvatore, no!?).

Questi tre fratelli fanno parte di una società denominata la Garduña, una sorta di massoneria con regole ferree che agisce nell’ombra con metodi che si potrebbero definire poco ortodossi.

“E mettiti la gonna più corta, e truccati di meno, non accettare passaggi dagli sconosciuti...”, nonostante le raccomandazioni di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, il fattaccio accadde lo stesso: un giorno come un altro la loro sorella minore venne oltraggiata da un ricco signore che era niente po’ po’ di meno che amico del re.

Ora, non è che stiamo parlando di San Francesco, Sant’Onofrio e Sant’Amatore di Auxerre, i tre fratelli malo carattere avevano: per questioni di onore decisero che l’unico modo per avere soddisfazione non poteva che essere la via del sangue.

Eh, ma il re doveva essere veramente tanto amico della vittima, perché ci rimase proprio male e fece arrestare i tre fratelli condannandoli ad una lunghissima prigionia dentro il fortezza di Santa Caterina nell’isola di Favignana in Sicilia (che apparteneva alla corona spagnola).

Trent’anni (tre volte dieci) rimasero confinati nell’isola, dentro una piccola cella che puzzava di muffa e senza neanche la televisione.

Forse la rabbia di una condanna sproporzionata, forse perché non sapevano giocare a 31, o molto più semplicemente perché la vendetta l’avevano nell’anima, i tre fratelli impiegarono tutto quel tempo a scrivere codici d’onore, regole, riti di affiliazione, simboli e comandamenti inviolabili con l’intento di ricostituire una società che avrebbe dovuto avere il compito non permettere le ingiustizie da parte dei potenti.

Finita la pena e visibilmente invecchiati i tre fratelli si giurarono eterna fedeltà prima di mettere in atto il loro progetto.

Da quel momento le loro strade si separarono: Osso rimase in Sicilia e fondò Cosa Nostra, Mastrosso si trasferì in Calabria fondando la ‘Ndrangheta e Carcagnosso se ne andò in Campania dove diede vita alla Camorra.

Secondo questa leggenda è in questo modo che sono nate le mafie.

Veniamo al punto, storiella a parte che potrebbe pure essere simpatica e non troppo diversa dalla storia raccontata da Dumas ne “Il Conte di Montecristo”, il punto è che la tradizione di queste organizzazioni ha sempre cercato di legittimarsi attraverso l’uso dei miti, un po’ come facevano i greci per giustificare una guerra o per spiegare determinate morali.

Potremmo azzardare addirittura che questa tradizione, questa volontà di volersi raccontare, è caduta ai giorni nostri totalmente in basso perché questo ruolo (quello che può avere una sana leggenda come questa) oggi se lo è ritagliato la musica neomelodica su cui non voglio esprimere alcun giudizio.

Quello che non bisogna mai dimenticare è che in questi ambienti la filosofia di Robin Hood del rubare ai ricchi per da dare ai poveri non è mai esistita e mai esisterà, ma le uniche leggi effettive sono quella del potere e quella del sangue.
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