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Tutti gli stadi dell'amore sulla scena del Massimo: "Le nozze di Figaro" a Palermo

"Le nozze di Figaro" è una delle più famose opere di Mozart (e dell'intero teatro musicale) ed è di scena al Teatro Massimo di Palermo fino al 26 maggio: la recensione

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 19 maggio 2018

Foto di scena de "Le nozze di Figaro" (foto Rosellina Garbo)

In un teatro Massimo pienissimo è andata ieri sera in scena la prima rappresentazione de "Le nozze di Figaro", opera buffa composta da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte ricavato da "La folle journée ou le mariage de Figaro", un testo scritto dal drammaturgo francese Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais nel 1778. Si tratta di un nuovo allestimento del teatro Massimo in coproduzione con il Teatro Petruzzelli di Bari e il Teatro San Carlo di Napoli.

L’opera, in quattro atti, è stata divisa in due tempi da un solo intervallo, una scelta dettata dalla lunga durata che ha reso forse meno godibile la serata.

La regia è stata affidata a Chiara Muti che ha sottolineato come il vero protagonista sia il desiderio: represso, tradito, condiviso, respinto, mascherato

In quest’opera sono presenti tutti gli stadi dell’amore, da quello adolescenziale tra Cherubino e Barbarina a quello passionale tra Figaro e Susanna, da quello tradito ed annoiato tra il Conte e la Contessa a quello maturo e di convenienza tra Bartolo e Marcellina.



Lo spettacolo è vivace, la recitazione dinamica e brillante. L’azione si svolge tra colpi di fulmine e colpi di scena e condurrà tutti, pubblico incluso, al lieto fine.

Le scene, firmate da Ezio Antonelli, consistono in un vasto spazio aperto circondato da scale, ballatoi e porte finestre: un non-luogo al centro del quale campeggia una superflua pedana girevole che avrebbe potuto tranquillamente essere sacrificata a patto di arricchire il resto con qualche ulteriore dettaglio.

Sullo sfondo un cielo che cambia colore di continuo per cui nell’arco della folle journée si assiste ad un numero inverosimile di tramonti.

Le luci di Vincent Longuemare sembrano quasi isteriche: ora calde, ora fredde, ora calde e fredde contemporaneamente, solo raramente hanno accompagnato ed esaltato la scena che si svolge sul palco. I costumi di Alessandro Lai sono semplici, forse troppo, ma sempre gradevoli, e si riscattano definitivamente durante il quarto atto, ricordano i pastelli di Jean-Étienne Liotard.

Ma andiamo alla musica: Gabriele Ferro dirige impeccabilmente, dall’Ouverture sino al finale del quarto atto, l’orchestra e il maestro Giacomo Gati al fortepiano che seguono le indicazioni del direttore e accompagnano e sostengono il cast vocale.

Alessandro Luongo è stato un bravissimo Figaro, bella voce, physique du rôle, bravo nel recitare al suo fianco una degna compagna, Maria Mudryak, nel ruolo di Susanna: è stato un piacere vederli cantare e recitare sul palco.

Simone Albergini ha interpretato il Conte di Almaviva e lo ha fatto bene, mai una sbavatura. Mariangela Sicilia nei panni della Contessa ci ha regalato una delle scene più toccanti della serata quando, durante il terzo atto, ha cantato l’aria “Dove sono i bei momenti”: un pubblico incantato è rimasto come sospeso ad ascoltare il lamento di questa sposa trascurata dal marito.

Paola Gardina si è trasformata in Cherubino, di nome e di fatto. Laura Cherici nei panni di Marcellina ed Emanuele Cordaro in quelli di Don Bartolo hanno svolto il loro lavoro. Una parola anche per il coro del teatro Massimo diretto con esperienza da Piero Monti che ottiene dei buoni risultati.

Jacques Lacan afferma che «L’amore è un sentimento comico»e Mozart aveva questo concetto ben chiaro già duecentotrentadue anni fa, secondo Eugenio Montale quest’opera è "Un luogo perfetto dello smontaggio comico del sublime", come dare loro torto?

Una curiosità: "Le Nozze di Figaro" sono indicate con la formula K492, questa dicitura indica l’ordine cronologico delle opere nel catalogo Köchel che è l'elenco di tutte le composizioni musicali di Wolfgang Amadeus Mozart.

Esso prende il nome da Ludwig Ritter von Köchel, che ne pubblicò la prima edizione nel 1862, la “K” è dunque un omaggio al musicologo austriaco che mise in ordine le opere di uno dei più geniali musicisti di tutti i tempi.
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