STORIE

HomeMagazineCulturaStoria e leggende

Un'apparizione che torna il 7 di ogni mese: fa paura la leggenda della Torre negli Iblei

Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla natura dove, ogni 30 giorni, avvengono fatti misteriosi

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 24 giugno 2020

Il complesso della torre di San Filippo (foto Rossella Papa)

Se Ragusa Ibla è un incanto, con le sue stazioni di meraviglia che si affacciano tra vicoli e cortili, stretti e intricati come una tela sulla roccia, al passo che guida sino ai fianchi incurvati del Duomo di San Giorgio, e da lì come per miracolo si apre a una delle più sontuose epifanie di bellezza di tutta l’Isola, non da meno è il paesaggio che dalla città muove all’entroterra.

È una Sicilia che abbandona l’idea stessa del mare, e non perché la rifiuta, scontrosamente, ma per l’identità fortissima che la campagna definisce a questi luoghi di suggestivi tramonti e di prosperose vallate. Fra muri a secco, manti di carrubo e ulivi secolari, ecco un pezzo delle Cento Sicilie di Gesualdo Bufalino, e ancora una volta è alla luce del sole che cade l’ombra, e con essa il mistero sbavato delle sue cronache di leggenda.

Siamo in contrada Santa Rosalia, a metà strada fra Giarratana e Ibla, in un luogo impervio e assediato dalla ricca natura che lo avvolge, nelle quiete che irrompe magnifica per gli ozi della solitudine, in un maniero criptico e sibillino. È la Torre San Filippo, uno splendido edificio in pietra che ha uno stile insolito, e, per certi aspetti inspiegabile, di certo assai differente dalle residenze nobiliari dell’intorno: ha una pianta labirintica, una perimetrazione eccentrica, uno splendido portone gotico, e una leggenda che fa paura.



Per l’eleganza del progetto e per l’apparato decorativo, questa residenza di campagna somiglia più a un castello – con una torre d'avvistamento e una chiesa privata al suo interno – che a un caseggiato rurale, pure se ben concepito. Al fascino del luogo, indiscusso, non da meno ha giovato una leggenda riportata – anche sulla stampa – dal professore Gaetano Giovanni Cosentini, che narra di una donna inseguita dai cani.

Sembra una novella di Giovanni Boccaccio, o, meglio, proprio l’ottava della quinta giornata del Decamerone, quella che ha per titolo Nastagio degli Onesti, dove si racconta di un giovane che, inoltratosi a passeggiare nella pineta di Classe, assiste a una scena orrenda: una giovane donna inseguita da due mastini e dal fantasma di un cavaliere armato di pugnale, che, raggiuntala, la uccide e ne dà da mangiare il cuore e le interiora ai cani.

Boccaccio è solo una suggestione narrativa, un’intersezione fra i bagagli della memoria, e la Sicilia è terra di fantasie popolari imperscrutabili; e però, in questo caso, la leggenda – a quanto pare – ha trovato conferma nelle strane apparizioni segnalate dai contadini della zona. Per comprendere il confine fra la verità e l’invenzione, bisogna che si inizi dai tempi antichi in cui nella Torre di San Filippo viveva un ricco proprietario con l’unico figlio maschio, colui che avrebbe ereditato le immense ricchezze del feudo.

Pare che il giovane si fosse invaghito di una bellissima ragazza dai lunghi capelli biondi, ricambiato nei suoi sentimenti al punto tale da sposarla e condurla con sé nello splendido maniero, viziati all’amore di un tempo felice. Ma giunto sul posto un affascinante guardiacaccia, la giovane sposa si prese d’inquietudine, e così la tentazione rese gli estranei complici, e i complici amanti.

Approfittando delle assenze per lavoro del marito i due si consumarono nella passione, fino a che uno stalliere non denunciò quel che accadeva quasi sotto i propri occhi al marito ignaro, che, il sette di novembre, fingendo di allontanarsi per i campi, si nascose. Attese, con disumana pazienza, l’incontro degli amanti furtivi, e accecato dall’ira per l’orgoglio ferito uccise a morte con un pugnale il giovane guardiacaccia.

Consumato il brutale assassinio, la donna fuggì via terrorizzata mentre il marito scioglieva la muta dei cani, lanciati a inseguirla come bestie cieche. Lei salì sulla Torre, faticando sui gradoni freddi come un’invasata, e raggiunta dai cani inferociti al limite delle pareti merlate, si gettò precipitando nel vuoto. Da allora, il sette di ogni mese, secondo quanto pare dicano i contadini della zona, appare l’immagine di una donna dai lunghi capelli biondi che si affretta inseguita da sette cani neri come la pece.

Se ne distinguono le sagome, nel tumulto di una folle corsa, che ringhiano fameliche, sull’orlo della torre mentre la donna si butta giù e svanisce a mezz’aria come uno spirito. Poco dopo si smorzano i latrati e tutto torna al silenzio, che in certi luoghi è più spaventoso delle urla, perché è soltanto una pausa, un non-tempo che conta inesorabile i successivi trenta giorni affinché tutto riaccada.

Gli improvvidi che si sono azzardati alla Torre, la cui scala d’accesso è in parte distrutta e a forte rischio di crolli, avranno goduto di un paesaggio strabiliante che domina tutta la vallata, talmente bello da far dimenticare il trepestio dei passi affannati della bella giovane, ridotti a una povera eco lontana, come in tutte le campagne di Sicilia in cui i cani abbaiano alla luna prima del sonno.

ARTICOLI RECENTI