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Un fantasma di cui parlare sottovoce: la sua anima in pena vaga nel palazzo di Comitini

Il paese in provincia di Agrigento nasconde un'antica leggenda che narra del fantasma di Federico II D'Aragona che avrebbe vissuto nel palazzo baronale Bellacera

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 24 aprile 2020

Il Palazzo Bella Cera di Comitini (foto di Silvio Licata)

Se Comitini non esistesse, sarebbe una delle città invisibili di Italo Calvino. Sarebbe Eudossia, o forse Bersabea, città toccate dal cielo e che con il cielo sono in dialogo naturale, com’è Comitini, che adagiata a ripido pendio su una rigogliosa e bella collinetta, pare tocchi il cielo, e se ne ammanti di meraviglia e di prestigio.

È così Comitini: un pugno di case, da lontano, che come una cintura architettonica nasconde uno dei paesi più interessanti della provincia di Agrigento.

Le ragioni sono molte, e non per ultimo perché a Comitini è legato il nome di Luigi Pirandello, che vi trascorse parte della sua giovinezza, ambientando nel paese alcuni dei suoi lavori più intensi e famosi, come le novelle "Ciaula scopre la luna e Il fumo", nei quali si parla della vita quotidiana dei minatori comitinesi che lavoravano per i suoi genitori, che in questo territorio possedevano una miniera.

Nell’800, infatti, era una sorta di El Dorado della Sicilia, con 70 miniere di zolfo che davano lavoro a circa diecimila cavatori. E fu ancora importante, orgogliosamente importante, Comitini, come centro della rivolta antiborbonica, quando il 3 luglio del 1859 un gruppo di patrioti innalzò per la prima volta nell’agrigentino, sulla Petra di Calathansuderj, la bandiera tricolore.



Siamo quasi a Garibaldi, ma dobbiamo piuttosto tornare indietro di due secoli fino all’atto di fondazione del paese che porta la data del 23 giugno del 1627 ed è sottoscritto dal barone Gaspare Bellacera, il quale dopo aver ricevuto lo jus populandi da parte del re Filippo IV, ingrandì il piccolo agglomerato di case contadine, per ospitare il palazzo baronale e la vicina chiesa Madre, collegata ad esso da un palco sopraelevato, detto littrinu, dal quale il barone era solito seguire le funzioni religiose.

L’edificio religioso, qualche decennio più avanti, fu consacrato a San Giacomo Maggiore Apostolo, patrono del paese, la cui statua è conservata all’interno tra stucchi e altari, e il cui culto a Comitini fu introdotto dalla famiglia Gravina, succeduta ai Bellacera nell’amministrazione del feudo, originaria di Caltagirone che come patrono ha lo stesso Santo.

Fuori dall’idea che il paese sia tutto sommato di epoca recente, le tracce di insediamenti preistorici che dimostrano come il territorio sia stato abitato sin dall’età remota; questi segni di storia sociale, divenute impronte di pietra, sono stati rinvenuti nei pressi del fortilizio rupestre interamente scavato nella roccia che va sotto il nome di Petra di Calathansuderj, che è un luogo incantevole, a pochi chilometri dal paese, in posizione isolata e quasi scontrosa, uno scrigno di viscere dure con la
presenza di tombe a forno che nel periodo bizantino si formano a fitto complesso di ambienti e gallerie, su più livelli, che danno origine a una fortezza preposta al controllo del territorio e delle vie di comunicazione che lo attraversavano.

E adesso, dal passato più remoto, si giunge al presente di Comitini, cui si arriva da una sola strada e da una sola strada si lascia; è un passaggio ellittico in forte declivio che attraversa il centro della rete urbana. Un solo bar, il negozio di generi alimentari, la panetteria, una rivendita di tabacchi. Più che fuori dalla storia, il paese vive un proprio tempo sospeso, che, forse, è migliore del tempo degli altri; mitico, non contemporaneo, cioè surreale.

Il centro di questa comunità solida di 974 abitanti la bellissima piazza principale del paese dove si affacciano il palazzo comunale, la chiesa intitolata all’Immacolata, e la residenza dei baroni Vella, risalente alla prima metà dell’Ottocento, un pregevole esempio di architettura neoclassica della provincia di Agrigento.

Su tutto domina, per magnificenza e per morbido rigore delle sue forme elusive, il Palazzo Bellacera, che ingloba un’antica torre normanna e che oggi ospita una ricca biblioteca, l’Antiquarium (che racconta settemila anni di storia delle civiltà che hanno operato nel territorio comitinese attraverso una ricca esposizione di utensili litici, ceramiche e una macina neolitica risalente a quattro secoli prima di Cristo) e il Museo delle Miniere (fotografie, campioni di minerale e attrezzi di lavoro che documentano la tecnica di estrazione dello zolfo attraverso i secoli).

Edificato dal fondatore del paese nel 1631, della struttura originaria del Palazzo Bellacera si sono mantenute le cupole seicentesche con la loro intelaiatura in legno, l’incannucciato e il gesso.

Ma è proprio in questo Palazzo, genius loci della comunità che ad essa è stato restituito, che si nasconde un’antica leggenda di cui si parla sottovoce, fra incredulità e timore. È l’anima in pena del fantasma di Federico II d’Aragona, che nel 1577 Don Pietro Carrera disse di aver visto. Pare che l’anima del grande re sia stata condannata per volere divino a vagare nelle sale del Palazzo per 270 anni fino al giorno in cui un viandante, giungendo da Palermo, visitò quelle stanze abbandonate e silenziose.

Fu in quel momento che il viaggiatore riconobbe la presenza di un uomo dall’aspetto regale che gli si fece da presso rivelandogli la sua identità e l’anno della sua morte, il 1337, e la crudeltà della sua condanna a questa non vita eterna da spettro. Il fantasma incaricò Don Pietro Carrera affinché Girolamo Marini, un giurato di Agrigento, gli facesse celebrare le messe di San Gregorio e di San Amatore per espiare i propri peccati.

E così fece il viandante, adempiendo il proprio compito, per volere di quel gentile re che aveva scisso, non per sua volontà, la morta fisica dalla non morte spirituale, passando di sala in sala nella sua solitudine eterna.

Leggende, certo, con il fascino del racconto tradizionale. E di contro, la realtà di Comitini dove è possibile decodificare la storia, sentire la durezza del vivere delle miniere dove «non c’era che una fredda, sepolcrale, brutale oscurità, e un sentore d’umido che agghiacciava i sensi» (Pier Paolo Pasolini), leggere qualche novella di Pirandello sui gradini di qualche uscio del centro storico, e, per chi ha più fortuna, accogliere il saluto cortese del fantasma di Federico II.
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