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Un inno alla bellezza: Arianna, la fotografa giramondo che ha scelto di vivere a Gangi

I suoi ritratti in bianco e nero raccontano di vite ai margini, con contrasti forti per evidenziare le disuguaglianze sociali che vede. È sarda ma ha scelto di vivere qui

Elena Cicardo
Digital strategist
  • 29 gennaio 2020

Arianna Di Romano

Alcuni paragonano le sue fotografie agli scatti più famosi di Dorothea Lange, la celebre fotografa statunitense che ha documentato la Grande Depressione. Arianna Di Romano è partita dalla Sardegna e gira il mondo alla ricerca di storie di popoli dimenticati da rivelare con la sua macchina fotografica.

I suoi ritratti in bianco e nero raccontano di vite ai margini, con i contrasti alti per evidenziare le disuguaglianze sociali che vede. Cattura sguardi segnati dalla solitudine e dalla rassegnazione e volti rugosi e screpolati nei villaggi più poveri e spesso autarchici del sud-est asiatico: Thailandia, Laos, Cambogia, Singapore, Vietnam, Malesia, dove la chiamano “ladra di anime”. Poi Giappone, Corea del Sud, Francia, Austria. Per sei mesi vive nei campi Rom di Sarajevo e Belgrado per raccontarne la quotidianità.

Tra un viaggio e l’altro, torna a casa ed espone i suoi lavori. Solo che da qualche anno, “casa”, il suo punto di partenza e di ritorno, non è più la sua terra ma è un paesino siciliano: Gangi.



«Nel 2017 ero a Caltanissetta, città di origine di mio padre, per esporre “Al di là del muro, Storie di Rom” - racconta - ed ero curiosa di vedere questo borgo medievale sulle Madonie di cui avevo sentito parlare. Una volta lì, ne sono rimasta affascinata, così tanto da decidere istantaneamente che proprio quello era il posto in cui volevo vivere».

Forse anche per la sua marginalità da cui Arianna, lo ammette, è fortemente attratta. «Credo sia stato per quello stesso richiamo fortissimo che mi spinge a scegliere i soggetti delle mie foto: la bellezza che rischia di essere dimenticata. Mi sono innamorata di un palazzo ottocentesco e ho deciso di acquistarlo. Sono andata in Sardegna a prendere tutte le mie cose e mi sono trasferita a Gangi in appena 19 giorni», continua ridendo.

Ha riportato il palazzo, che si trova sotto il corso principale del centro storico, allo stato originario, con le pareti in pietra e il portone restaurato, mettendo la pavimentazione in vetro sui tratti dei cunicoli sotterranei emersi durante i lavori di ristrutturazione, «mi piaceva l’idea di camminare sulla storia», dice.

Oltre a viverci, lo ha fatto diventare il suo laboratorio fotografico e ha messo su la sua galleria, in cui espone a rotazione, per aree tematiche o geografiche, le sue fotografie e che finora è stata visitabile su richiesta ma che a partire dalla primavera avrà dei giorni e degli orari di apertura al pubblico.

A tutti quelli che le chiedono chi glielo abbia fatto fare di scegliere un piccolo paese dell’entroterra siciliano, che si sta svuotando, risponde sorridendo che è stato più forte di lei e crede in una rinascita. Il suo sogno è che quel portone del suo palazzo sia sempre aperto, a segnare un nuovo inizio.

Tra qualche mese, con la Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) di Gangi, porterà avanti un corso di introduzione all’immagine, a conclusione del quale, con i lavori che verranno prodotti, ha intenzione di allestire una mostra che chiamerà “Con gli occhi di una donna”.

Intanto la sua galleria si riempie di nuovo materiale degli ultimi viaggi. L’interesse per le tradizioni e la religiosità, elementi che caratterizzano fortemente le due isole del suo cuore, la Sardegna e la Sicilia, e da sempre presenti nei suoi scatti, l’ha portata a fotografare le monache ortodosse di un monastero al confine della Romania, da cui è nata la mostra fotografica “Dentro il silenzio. Storia di un perdono” che sarà ospitata dal 7 al 19 aprile alla Casa delle Arti - Spazio Alda Merini, a Milano.

Lo scorso dicembre è stata invitata in Polonia a documentare la commemorazione della prima Marcia della morte di Chełm dell’1 dicembre 1939, quando migliaia di ebrei furono condotti fuori dalla città polacca. Portare quegli scatti a Tel Aviv è tra i suoi progetti per il futuro, oltre a un viaggio tra le yurte mongole.
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