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Un'oasi di pace sulla costa in Sicilia: casuzze, limoneti e una (straordinaria) zuppa di pesce

Navigando tra storie, aneddoti di un borgo marinaro e la ricetta in cui si sente il vero sapore del mare. La Sicilia di un tempo che ha storie da raccontare

Annamaria Grasso
Insegnante e storica dell'alimentazione siciliana
  • 20 settembre 2022

Il borgo di Capomulini

Se percorrete la mitica Statale 114, l’unica che congiungeva Siracusa e Catania a Messina quando non c'era l'autostrada, attraversate decine e decine di piccoli paesi in riva al mare o arrampicati in collina.

Superata Catania, Acicastello e Acitrezza, un cartello vi suggerirà di girare a destra per arrivare a Capomulini, un suggestivo borgo sul mare all'estremo Capo settentrionale del Golfo di Catania.

Un tempo era il centro di una florida attività di concia delle pelli grazie all'abbondanza di sorgenti d'acqua dolce che alimentavano numerosi mulini (da cui il suo nome).

Le concerie oggi non ci sono più per l'alto impatto di inquinamento ambientale di questa industria e il paese, che possiede un raro porticciolo naturale e sperava nella (mancata) realizzazione di un porto commerciale, oggi vive di pesca, ristorazione e turismo ma conserva ancora il fascino sonnolento della semplice vita dei pescatori.

Le casuzze di pietra intonacate di rosa, gli orticelli, i limoneti, la torre del faro che illumina l’approdo ai naviganti: fermatevi un attimo e con la mente scattate una foto a questo scenario di pace.
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Capomulini, amato da scrittori (Verga lo cita ne "I Malavoglia") e da registi (Visconti girò qui alcune riprese de "La terra trema"), è da sempre un luogo di villeggiatura prediletto dai catanesi che, con l'arrivo dell’estate, svegliano dal torpore gli abitanti e… anche i sassi.

Si riaprono le finestre e i balconi, si abbassano le cassine (le tradizionali tende siciliane fatte di bacchette di legno che riparano dal sole, ormai purtroppo introvabili), le viuzze si affollano di auto, musica, voci.

Ed è qui che si svolge la storia (vera) dell'amicizia tra un ragazzino, che molti decenni fa arrivava ogni anno per la villeggiatura con i genitori, e un pescatore che gli insegnò l'amore per il mare, per la pesca e per la cucina marinara (verace).

Il pescatore si chiamava Turi, capelli arruffati, pantaloni arrotolati alle ginocchia e piedi scalzi per arrampicarsi saltando come una gazzella da uno scoglio all'altro. Il ragazzino era Pippo (Perni), come racconterà da grande sarebbe diventato un avvocato e un raffinato gourmeur, appassionato di cucina siciliana, conservando però sempre indelebile il ricordo emozionante della prima pesca notturna con il coppu (il retino con una lunga asta) sulla barca a remi guidata dal lamparotu (l'addetto alla lampàra, la lampada che illuminava il mare per attirare i pesci).

Quante cose gli insegnava Turi! Insegnamenti di vita, quelli che sui libri non si trovano. I pesci appena pescati, gli diceva, devono passare direttamente dal mare alla brace senza sventrarli perché perderebbero il gusto e quando si mangiano basta stare attenti a non rompere la sacca degli intestini.

A volte era uno spettacolo assistere sulla spiaggia alla cottura dei pesci appena pescati che i pescatori infilzavano sulle canne e tenevano sospesi sulla brace perché cuocessero senza bruciarsi e una volta pronti immergevano in un salamarigghiu (salmoriglio, una salsa siciliana) di olio, acqua di mare, origano, menta, fette di limone, aglio, peperoncino tritati.

Ma Turi amava soprattutto cucinare una zuppa speciale, seguendo un vero e proprio rituale: le varie qualità di pesce, squamato, ripulito dalle interiora e privato della testa, erano disposte in ordine secondo il tempo di cottura sul piano di lavoro.

In un grande tegame di coccio soffriggeva nell'olio d'oliva un trito di aglio, cipolla, prezzemolo e peperoncino, vi aggiungeva poi le teste dei pesci, pomodori a pezzetti, basilico e ( udite udite!) dei sassi ricoperti di muschio raccolti in mare, vicino alla riva.

Questo brodo di scarti dei pesci, aromi (e pietre) doveva cuocere a lungo e lentamente il suo profumo si spandeva nell'aria per le vie del paese. Turi poi spremeva fra le mani le teste per estrarne tutti i succhi e filtrava il brodo.

Quindi si dedicava ai pesci che, infarinati, finivano a friggere in una grande padella, sfumati con vino bianco e infine bagnati con il brodo preparato. Completavano la zuppa olive verdi, capperi e, pochi minuti prima di spegnere il fuoco, le cozze.

Una meraviglia, soprattutto se si pensa che il pesce era "davvero" fresco: a quei tempi, appena pescato non andava abbattuto raffreddandolo velocemente( tra i -20° e i -40°) per eliminare parassiti e batteri, come impone oggi la legge, e conservava tutti i profumi e i sapori di un mare (pulito!) che in queste ricette è il protagonista.

Ma se vi prendesse la nostalgia di tempi lontani, fate una sosta a Capomulini, magari al tramonto, e fermatevi in una delle tante trattorie sulle palafitte che vi invitano a una cena romantica, come dicono i francesi, con les pieds dans l’eau, proprio sull'acqua.

Ne vale la pena, perché questo piccolo borgo non è un anonimo spazio geografico: è un luogo. La differenza? Sta nella personalità, nell’identità storica e culturale che lo rendono unico e non assimilabile a qualunque altro. Un luogo del cuore.
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