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Un sogno lungo mezzo secolo: così Mimmo Cuticchio ha salvato il teatro dei pupi a Palermo

L'amore per il teatro dei pupi, lo si legge negli occhi, vispi e svegli. Rivoluzionario innovatore della tradizione popolare, il puparo più famoso del mondo si racconta

  • 3 agosto 2023

Mimmo Cuticchio, fuori dal teatro in Via Bara all'Olivella

Un sogno lungo cinquant’anni. Fatto di passione, costanza e innovazione. Quanti ne compie, in questi giorni, il Teatro dell’"Associazione Figli d’Arte Cuticchio" in Via Bara all’Olivella, nel cuore della Palermo più antica, a due passi dal Teatro Massimo, dove aprì i battenti il 28 luglio 1973.

Ma l'amore per il teatro dei pupi, a Mimmo Cuticchio lo si legge negli occhi, vispi e svegli come un ragazzino nonostante i suoi 75 anni. Una passione forte, intrisa nel sangue, che arriverà ad abbracciare anche i figli di Mimmo ed Elisa Puleo: Giacomo e Sara. Il primo gestisce oggi lo storico teatro, Sara invece è una psicoterapeuta e cura a Padova i suoi piccoli pazienti con i pupi.

Il più grande tra i figli maschi del maestro Giacomo Cuticchio, Mimmo, cresce girovagando tra i teatrini dell'entroterra siciliano. «Ho imparato a far camminare i pupi ancor prima di imparare a stare in piedi da solo - racconta - non c'è stato un momento preciso in cui ho deciso di aiutare mio padre, l'ho sempre fatto».
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Il percorso fino a un teatro da chiamare "suo", inizia per lui a 25 anni, guidato dall'amore autentico per il mestiere di oprante, che lo vede distaccarsi dal padre. «In quel periodo papà non proponeva più il ciclo carolingio - racconta - faceva sempre lo stesso spettacolo per i turisti. Io, che sono sempre stato un po' irrequieto e curioso, pensavo che così l'opera dei pupi sarebbe morta».

E non aveva tutti i torti. Negli anni '70 l'opera dei pupi siciliana era in caduta libera, i teatrini chiudevano e i figli degli storici pupari cambiavano mestiere. «Quando cominciai questa avventura sembravo fuori tempo - ammette - il pubblico tradizionale non c'era più e i giovani vedevano l'opera dei pupi come una cosa vecchia».

Erano gli anni in cui dal centro della città, spesso fatiscente, si fuggiva, preferendovi le più comode periferie coi palazzi nuovi, il riscaldamento centralizzato e la cisterna condominiale. «Ma per me – dice Mimmo Cuticchio – era importante restare: non volevo sradicare la tradizione dell’Opra dei Pupi da "casa" sua e, poi, non mi vedevo tra i palazzoni».

Fino agli anni '80 Mimmo faticherà ad avere un proprio pubblico. «Erano pochissime le persone che frequentavano il teatro - racconta - facevamo gli spettacoli per quattro, cinque, dieci bambini del quartiere». In quegli anni il teatro dei pupi doveva fare i conti col cinema e la tv, reinventarsi era necessario: «Prima la storia di Carlo Magno durava 371 puntate - spiega - la gente veniva a teatro ogni sera per 371 sere di seguito: ma ormai non si poteva più fare. Bisognava ridurre gli spettacoli in piccoli cicli di quattro, massimo sei puntate».

Il successo arriverà prima all'estero, poi il valore della tradizione lo vedrà protagonista anche nelle scuole del palermitano. Nell' '84 per omaggiare i 50 anni di attività del padre nasce "La macchina dei sogni", il festival dedicato al teatro di figura che quest'anno spegne 40 candeline.

«Non era previsto potesse durare così tanto - ammette il Maestro - in quegli anni ci battevamo tanto per far comprendere il valore dell'opera dei pupi, accostando alla tradizione anche altre tecniche espressive come i burattini e le marionette. I palermitani avevano molta sete di cultura».

Mezzo secolo di passione, perseveranza e fede. Un lavoro di grande semina durante il quale, nel 2001, è arrivato il riconoscimento dell’Unesco che ha dichiarato l’Opera dei pupi “patrimonio orale e immateriale dell’umanità”.
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