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Una lanciò pietre, l'altra svegliò la città: chi sono le due "wonder woman" che salvarono Messina

Tutto accadde il 30 marzo 1282, giorno di Pasquetta. Fu in quell'anno che scoppiarono i Vespri Sicilia ed in questa occasione che entrarono in gioco le due donne eroine

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 13 settembre 2021

Dina e Clarenza, le statue sul campanile del duomo di Messina

Siamo nel 1282. Cioè, non è che siamo nel 1282, siamo nel 2021 ma la storia che stiamo per raccontare è ambientata nel 1282.

«E che succede nel 1282?». «Che succede, professò?». «A te lo sto chiedendo. Che succede nel 1282, somaro?».

Succede che nei 224 km che dividono Palermo da Messina, in quell’anno, scoppiano prima i Vespri Siciliani e poi, qualche mese dopo, due donne, Dina e Clarenza, si distinguono per coraggio compiendo un’azione tanto eroica che ancora ci sono due statue che le rappresentano sul campanile del duomo di Messina.

«E cosa sono i Vespri?» «I maschi delle vespe, professò?» «No, cretino!». Con Vespri Siciliani si è sempre intesa una rivolta scoppiata a Palermo nel 1282, il lunedì dell’Angelo, presso la chiesa di Santo Spirito, contro gli angioini.

Però la parola vera e propria, “vespri”, in realtà fa riferimento alla suddivisione delle ore canoniche che si seguiva dentro i conventi, e che spesso le persone, a quei tempi, quando non si aveva ancora lo Swatch al polso, usavano per scandire la giornata.



Le ore canoniche erano: le Lodi (all’alba, cornuto del gallo), la Prima (verso le 6 del mattino, e il gallo continua a cantare), la Terza (alle 9 del mattino), la Sesta (verso dodici, che il gallo è già bello e impiattato sul tavolo dei confratelli), la Nona (alle 15) e poi i Vespri (al tramonto) e la Compieta (prima di andare a letto). La rivolta prese il nome di Vespri perché i palermitani si riversarono sulle strade dando la caccia agli angioini proprio a quell’orario.

«E chi sono gli angioini? Attento a come rispondi perché ti arriva un cinque e cinquantacinque!».

La Sicilia, e il Regno di Napoli, in quel tempo erano dominati da Carlo D’Angiò, un re così fetente, ma così fetente, che si mangiava tutte cose lui e dei popoli dominati se ne fregava altamente; poi i siciliani gli stavano proprio sulle scatole e la cosa era reciproca.

Già agli isolani non era calato lo sfregio di veder passare la capitale del Regno da Palermo a Napoli, poi metteteci pure che questi angioini avevano una passione sfrenata per le tasse e capirete la situazione (per fortuna oggi la situazione è cambiata e i nostri politici sono in profumo di santità).

E capitava che un giorno "vai in prigione senza passare dal via!", l’altro "dovete pagare 4.000 lire per ogni casa e 10.000 lire per ogni albergo che possedete", alla fine i siciliani arrivarono veramente con i cosiddetti che gli strofinavano a terra e si stancarono.

Tutto accadde il 30 marzo 1282, giorno di Pasquetta, che i palermitani amavano passare facendo delle scampagnate fuoriporta: la chiesa di Santo Spirito era uno dei luoghi più in voga (oggi la tendenza è quella di scampagnare sopra i tetti dei palazzi).

Ora, siccome a meno che non si era nobili e raccomandati c’era il divieto di portare armi appresso, succedeva che qualche furbetto sfruttava l’abbondanza delle vesti femminili, che avevano la silhouette di un paracadute, e nascondeva qualche spadino sotto la gonna della compagna.

I francesi, amanti delle femmine siciliane, questa cosa la sapevano e per loro non c’era scusa migliore se non quella della perquisizione per fare palpatine per tutte le ruote.

Quel giorno, appunto, un soldato francese di nome Droetto, forse poco abituato al vino in pietra che facevano in Sicilia, magari appesantito dalla botta in testa, si fissò che una di queste donne nascondeva qualcosa sotto la gonna e mise a perquisirla come se non ci fosse un domani.

Il marito, accecato dalla gelosia, facendosi il conto che il francese voleva venire a rubare a casa del ladro, sfilò la sua stessa spada dalla fodera e caput.

Da quella scintilla partì una vera propria caccia agli angioini che furono accoppati a quantità. Si racconta che per scovarli i palermitani, ogni volta che fermavano un tipo sospetto, gli imponevano di dire "ciciri” (ceci): se lo dicevano bene, tutto a posto, grazie a arrivederci, se invece scappava la “r” e dicevano “sisirì”, facevano mala fine. In breve tempo la rivolta contagiò tutta l’isola facendo scappare pure il re.

«Secondo te cosa fece Carlo D’Angiò per tutta risposta?» «Bombardò tutte cose, professò!». «Nel 1282 non c’erano ancora le bombe, babbasone che non sei altro!».

Carlo D’Angiò pensò bene di sedare la rivolta militarmente facendo arrivare duecento navi a Reggio Calabria e settantacinque mila uomini per assediare Messina e andarci quindi da un’altra parte: questo ad agosto.

E datosi che nonostante tutte queste forze impiegate non si riusciva ad espugnare la città, anche perché era comandata dal capopopolo Alaimo da Lentini che era cornadura, il D’Angiò, che aveva strateghi di guerra pagati una fortuna, decise di prendere tutti alle spalle inviando dai colli delle truppe di guelfi italo-francesi per fagli la festa a tutti: è qui che entrano in gioco le due donne eroine.

Era la notte dell’otto agosto e sul colle di Caperrina (oggi Montalto) ci stavano di guardia Dina e Clarenza.

Leggenda vuole che appena videro le truppe arrivare, invece di scappare, passarono subito all’azione: Dina si mise a lanciare pietre contro il nemico - e a meno che non fosse stata discendente di Davide di Golia non capisco come abbia fatto; forse erano grossi pietroni che venivano fatti rotolare dal colle - mentre Clarenza corse sul campanile del duomo di Messina mettendosi a suonare le campane e svegliando tutta la popolazione.

Grazie a questo suo gesto e alla mano bionica di Dina, che intanto aveva costretto le truppe a temporeggiare, i messinesi corsero in loro aiuto sbaragliando il nemico e ponendo fine all’assedio.

Oggi, come già detto, ci sono due loro statue nel campanile del duomo della città che li celebrano, e in loro compagnia c'è anche un gallo di due metri (ecco che fine aveva fatto il gallo!) che a mezzogiorno canta tre volte (e non mi fiderei, vedi San Pietro) per svegliare la gente che, vista l’ora, può dire di prendersela con comodo.

Questa è la storia delle due Wonder Woman siciliane che salvarono Messina.
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