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Una parola e mille usi, la "mappina": storia, origini e curiosità della regina della cucina

In Sicilia questo bellissimo strumento, che per la moltitudine di utilizzi si mette in tasca il coltellino di MacGyver, si è sempre chiamato "mappina". Ecco le sue origini

Balarm
La redazione
  • 27 ottobre 2021

La mappina

Uno dei primi ricordi nitidi della mia infanzia risale alla famosa estate 1990, quella delle notti magiche, quella in cui mi lasciavano da solo a casa dei nonni.

Ricordo ancora con quanta passione, seduto a terra, abbracciato al Super Santos (il pallone), tifavo, o almeno si fa per dire, insieme al resto della famiglia.

Mio nonno Peppino s’accappottava nella poltroncina ed era il terrore delle mosche perché se passavano mentre lui risucchiava la russata facevano la fine delle navi nel Triangolo delle Bermude, mio zio Ciccio si arraspava i morsi di zanzare nelle ncinagghie, cioè nell’inguine, e l’altro mio zio, Saverio, accappottato pure lui, ogni tanto si svegliava e buttava la carta sul tavolo convinto di avere fatto scopa.

Poi, quando la partita entrava nel vivo, accadeva che Totò Schillaci sbucava dal nulla, prendeva un pallone che non sapeva manco lui dove andava e lasciava partire il destro. Puntualmente la caldissima voce di Bruno Pizzul, quando il portiere faceva il miracolo, esclamava la famosa frase: "ci mette una pezza!".



Ecco, quando esclamava "ci mette una pezza", io non potevo fare a meno di credere che parlasse di mia nonna che in contemporanea (pare che lo sapeva) entrava nella stanza e agitando la mappina, con la stessa soavità con cui una ballerina di flamenco agita le nacchere, scacciava le mosche e le zanzare.

Io, fino ad allora con lo scarso background culturale di bambino di 5 anni, solo a Brucee Lee avevo visto ammazzare insetti alla velocità della luce. Infine quando mio nonno si svegliava prendeva una pesca, se la mondava sulla mappina, che intanto era diventata il cimitero delle zanzare, e se la mangiava.

Mi direte voi: «in italiano si chiama strofinaccio!»… Ragione avete. In Sicilia però questo bellissimo strumento, che per la moltitudine di utilizzi si mette in tasca il coltellino di MacGyver, si è sempre chiamato mappina.

E da dove spunta questa mappina?

Marco Fabio Quintiliano, che è una specie di Piero Angela dei tempi di Gesù, ci dice l’origine di tutta questa discussione dovremmo andarla a cercare presso i fenici, che nella fattispecie erano grandi navigatori. Già ai tempi di Quintiliano, quando Roma era Roma, i romani che venivano invitati a pranzo a casa di qualcuno erano soliti portarsi appresso una mappa (poi andavano a fare cacca tutti assieme nei bagni pubblici ma questo è un altro discorso).

Una mappa? Ma perché si inchiummavano di vino e poi non riuscivano a tornare più? No, per mappa si intendeva una tovaglietta personale per asciugarsi le mani. E il gioco di parole mappa/mappina non è fatto a caso perché in realtà, secondo quello che si racconta (e non parliamo di accademia scientifica), è proprio dalle carte geografiche che deriva il discorso.

Era uso comune per i navigatori (discorso a parte per Cristoforo Colombo che dopo sei anni dalla scoperta dell’America era ancora convinto di essere in India) usare le mappe di navigazione che, siccome i fogli A4 ai tempi dei fenici costavano assai, spesso e volentieri venivano disegnate su dei teli o su delle stoffe.

Per carità, di necessità se ne fa virtù, ma al solo a pensare di dovere aprire una carta geografica di stoffa in mezzo al mare forza 8 mi viene la confusione. Di certo avevano i loro metodi e i loro sistemi, quello che a noi interessa però è come faceva una mappa a diventare una mappina (e non accadeva per lavaggio ad alte temperature).

Ebbene, usala oggi, usala domani, questa carta di navigazione, o mappa, prima o poi diventava una fitinzia e finiva che quella che doveva essere una costa o una destinazione da raggiungere si trasformava in un quadro di Pollock.

Già in navigazione fa freddo, centri commerciali in mare non ce ne stanno, e che erano cretini quelli che si sbarazzavano di una stoffa solo perché era consumata!?

Succedeva quindi che si faceva in tanti piccoli pezzettini che diventavano in questo modo mappine e riutilizzate per asciugarsi la funcia quando si mangiava o… insomma ognuno per sé, Dio per tutti.

Gli appassionati di serie ricorderanno che nella nota serie “Vikings” non è raro che gli armalazzi - i bestioni - di vichinghi taglino le mappe vecchie per usarle nel medesimo modo (probabile fosse una usanza di comodo presente in moltissime culture e antica quanto la cartografia).

Bisogna pur sempre tenere presente che una cosa è la mappina (il cui uso rimane confinato alla cucina), altra cosa è il cannavazzo - poiché le due parole potrebbero sembrare entrambe sinonimi di strofinaccio- che invece si usa per pulire i pavimenti… quest’ultima parola si può anche usare a mo’ di insulto per ricordare a qualcuno che non è un elemento tanto utile alla società.

Es. Sei un cannavazzo! "Morto me nonno, morta me nonna, un haiu chiù nonni", dice il proverbio. Quello che però rimane è la mappina con i suoi fantastici ricordi di infanzia.
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