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Una piccola Pompei al centro di Palermo: resti preziosi nascosti in una villa cittadina

La domus riportata alla luce è soltanto una parte del complesso: durante le prime campagne di scavo, la parte settentrionale fu ricoperta e inglobata nel giardino

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 21 agosto 2019

Uno dei pavimenti scoperti a villa Bonanno a Palermo

La villa Bonanno si trova in piazza della Vittoria a Palermo, proprio di fronte il palazzo dei Normanni: un tempo l’intera area era denominata infatti "piano del Palazzo reale" e ricade sulla parte più antica di Palermo.

Niccolò Palmerino, nei suoi Diari, riferisce che il 6 febbraio 1591 "s’incominciarono a fare le fosse del frumento nel Piano del Palazzo reale", precisando che se ne fecero dodici.

Nel 1648 il viceré cardinale Trivulzio decise di avviare la costruzione di due poderosi bastioni, rivolti verso la città, per difendere il palazzo Reale dalle rivolte dei cittadini. I lavori furono ultimati il 27 dicembre 1649 e per costruire questi bastioni furono abbattute le chiese che si trovavano appunto nel Piano del Palazzo reale, cioè la chiesa di San Giovanni, della Madonna della Pinta e di Santa Barbara.

Nel dicembre del 1868, in occasione di lavori pubblici da effettuare per accogliere in città i reali d’Italia Umberto I e Margherita di Savoia, furono ritrovati i resti di due case romane. Fu il direttore delle Antichità di Sicilia Francesco Saverio Cavallari che riportò alla luce i "mosaici delle Stagioni" (grandi ben 9,90 x 4,70 metri) e di Orfeo che incanta le fiere.

Nel 1874, questi mosaici furono staccati e trasportati al Museo Nazionale di Palermo, oggi Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas e In quell’occasione l’architetto Giovan Battista Filippo Basile effettuò uno studio sull’area.

Nel 1904, il Municipio di Palermo, al fine di riqualificare l’area antistante il Palazzo reale, diede incarico all’architetto Giuseppe Damiani Almeyda di progettare una villa che fu intitolata al sindaco di Palermo, Pietro Bonanno.

Il riaffioramento di antichi reperti di una Porta nel marciapiede all'angolo nord-est dell’odierna Villa Bonanno bloccarono momentaneamente i lavori e nonostante l’interessamento del professor Salinas, non fu possibile ottenere il permesso affinchè il luogo rimanesse aperto.

Nel 1915 ripresero le indagini del luogo e furono scoperti i resti di una antica casa romana denominata "domus B" ed una piccola necropoli.

L’archeologo Ettore Gabrici, Direttore del Museo Nazionale, nel 1921 pubblicò i dati degli scavi riportando che la costruzione della "domus B" era databile alla fine del II sec. a.C., mentre quella della "domus A" era databile agli inizi del III sec. d.C.

Fu realizzata una copertura dall'Architetto Damiani Almeyda per proteggere la zona dagli agenti atmosferici ma non bastò a proteggere la zona archeologica. Nel corso degli anni i mosaici rimasti sul luogo si deteriorarono.

La domus che fu riportata alla luce è soltanto una parte del complesso: durante le prime campagne di scavo, la parte settentrionale fu ricoperta e inglobata nel giardino.

La domus era dotata di un cortile circondato da porticati (peristilio), attraverso cui si aprivano tre ambienti: quello centrale (triclinium), che rappresentava la sala da pranzo, era la stanza più importante della domus: pavimentata con un mosaico realizzato da piccoli tasselli marmorei a motivi geometrici di piccole dimensioni (da 1 a 4 mm), di forme e colori diversi.

Due corridoi laterali conducevano all’area termale, dotata di due ambienti maggiori, vani accessori più piccoli ed uno spogliatoio (apodyterium).

La domus era dotata anche di due vasche: una era rivestita da lastre di marmo, un’altra era collocata nell’angolo opposto. Proprio sotto quest’ultima c’era un sistema di canalizzazione (frigidarium): era l'ambiente destinato ai bagni freddi e vi si accedeva quando si concludeva il percorso termale, cioè il “calidario” (ambiente riscaldato per bagni caldi e di vapore) ed il tepidario (bagni in acqua tiepida).

Fino agli inizi del 2017, la gestione del sito fu affidata alla Soprintendenza ai Beni culturali, poi passò al Polo museale di Palermo.

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