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Una piccola porta e un tesoro: le meraviglie della Biblioteca Lucchesiana di Agrigento

La Biblioteca Lucchesiana conserva inalterata la sua meravigliosa bellezza al di là delle infestazioni e delle frane che l’hanno trascurata per lunghe stagioni

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 15 novembre 2020

Biblioteca lucchesiana di Agrigento

Sarà forse una cosiddetta ipotesi residuale, ma se qualcuno mai dovesse giungere ad Agrigento - noncurante di una visita alla Valle dei Templi – per visitare uno solo dei suoi beni, lasciando poi la città senza conoscere null’altro, probabilmente si recherebbe in via Duomo, alla piccola porta della Biblioteca Lucchesiana.

Perché il sentimento che ne sorge, varcate alcune strette scale d’accesso e un corridoio che la fiancheggia, è di magnifica ammirazione.

Fu così per Pirandello, che, giovane universitario, in una lettera scritta al suo professore di Filologia dell’Università di Roma, che lo aveva incaricato di recarsi presso la Biblioteca Lucchesiana di Girgenti, per cercare dei manoscritti arabi, scrive: «Restai ammirato». Niente altro, se non l’apoditticità di questa intuizione sensibile.

Come si potrebbe mai spiegare l’incanto, del resto, se non con l’incanto stesso? Situata tra la chiesa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e il Museo Diocesano, la biblioteca nasce nel 1765 grazie all’opera del vescovo di Agrigento, Andrea Lucchesi Palli, che con un atto di donazione la lasciò in eredità devolvendo il suo patrimonio librario ai cittadini e non ai religiosi, con la personalità giuridica di un ente morale autonomo.



Dotata di volumi tra manoscritti, codici miniati e incunaboli, la Biblioteca Lucchesiana conserva inalterata la sua meravigliosa bellezza al di là delle infestazioni e delle frane che l’hanno trascurata per lunghe stagioni. Ebbe notevole prestigio e prosperità, grazie alla mole notevole di libri e oggetti donati dallo stesso Vescovo, insieme a tavoli di lettura e scaffalature pregiate, che si incrementarono di rari oggetti antichi, come pietre dure, e antiche monete romane, greche e siciliane.

Lucchesi Palli, inoltre, vide il tempo dei posteri dotando la biblioteca di un regolamento inciso su marmo che ha un’assoluta chiarezza di intenti e alcune punte di spregiudicatezza espressiva e di ammonimento icastico, come quando scrive: «Il chiacchierone, il pigro, lo sfaccendato stiano lontani. Si tenga il silenzio e non si disturbino gli altri leggendo ad alta voce (…) Non si paga niente, si va più ricchi, si ritorna spesso».

Con la morte del Vescovo, dopo una contesa fra l’amministrazione e gli eredi della famiglia, iniziarono i segni del decadimento – con la scomparsa di alcuni manoscritti greci, arabi e latini e di alcuni elementi del patrimonio antiquario – e la biblioteca visse con scarse risorse e malamente gestita, con l’aggravio di alcuni eventi che la mortificarono ulteriormente.

Un’infestazione di termiti che fece crollare il tetto del salone principale e delle due stanze adiacenti, l’interruzione dei primi lavori di restauro a seguito della frana di Agrigento del 1966 e del terremoto del Belice del 1968, con il trasferimento dei
volumi nel Museo Civico e il tetto della sala di lettura scoperchiato per lunghi anni.

Un cambio di passo ci fu nel 1978 con i lavori di consolidamento e l’opera di catalogazione dei volumi a cura della Soprintendenza dei Beni Librari, fino alla riapertura al pubblico nel 1990. La Biblioteca Lucchesiana riconquista così il valore del proprio splendore, e sono lontani gli anni in cui Pirandello – che lungamente la cita nelle sue opere – raccontava con un tono quasi dickensiano di come i libri precipitassero dagli scaffali «seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio» e, ironicamente, di come non si fosse per nulla acceso nell’animo degli agrigentini l’amore per lo studio.

Anche Leonardo Sciascia, nei “Fatti diversi di storia letteraria e civile”, accusò l’abbandono della biblioteca da parte dei cittadini, puntando il dito sulle depredazioni e i furti di cui è stata vittima. Ed è bene che si parta proprio da questa denuncia per dimostrare come il presente abbia disatteso il passato, come il tempo sia stato benigno a un luogo che adesso ha riconquistato il senso di un autentico mandato culturale.

Ne sarebbe fiero Lucchesi Palli, e ne sorriderebbero ironico Pirandello e mansueto Sciascia.

Non si tratta di fortuna, ma di amore per la cultura e per le cose della città; e questa nuova sorte ha un nome e un cognome, che è quello del Direttore della Biblioteca Lucchesiana: Angelo Chillura. Già rettore del Santuario di San Calogero e parroco della chiesa dell’Immacolata, don Angelo oramai da molti anni la dirige – per puro spirito di liberalità e nel tempo che gli ricavano i molti doveri pastorali – con una serietà ammirevole e con un’idea di sentimento che lo guida nelle azioni che compie a soddisfacimento di una cultura che non decanta se stessa ma socializza il sapere nella direzione della conoscenza.

Ha le idee chiare, don Angelo; innanzitutto salvare i libri, primo e assoluto bene, e cioè custodirli, tutelarli, conoscerne valore e prospettive, renderli patrimonio condiviso, e cioè fruibili nei modi e nelle forme consentite dal regolamento; poi, implementarne il patrimonio con nuove donazioni, che in questi anni, grazie proprio alla fiducia che la sua persona suscita, sono giunte in gran numero da concittadini e studiosi.

Chillura ha avuto un’intuizione rara e preziosa, facendo prevalere – e cioè non screditandolo - il valore delle Biblioteca Lucchesiana alla città piuttosto che al turismo, che qui esiste, di certo, e con molti significativi numeri, ma che per ragioni ovvie si risolve fatalmente in una decantazione ammirata che, come per altri beni della città, rischia sempre l’esito di una fastidiosa museificazione delle cose.

E siccome i libri, checché se ne pensi, sono cose vive, anzi vivissime, don Angelo ha voluto dargli il senso di un dialogo al tempo presente - restituendo al luogo la sua funzione principale - con l’ideazione e l’organizzazione di conferenze che fuori dagli usi correnti non si traducono in dibattimenti vocianti, quanto piuttosto in confronti di altissimo livello affidati a
personalità chiarissime del mondo della cultura. Insomma, un’attività contenuta nel numero degli eventi che equivale a dare specificità e valore a ogni giornata, con i libri che assiepano il pubblico nell’incanto delle parole.

Nel solco di questi intendimenti, fra gli ultimi, a ricordo proprio di Leonardo Sciascia, una straordinaria lectio magistralis di Matteo Collura, che ha dato in modo definitivo l’immagine di ciò che è diventata la Biblioteca Lucchesiana, cioè la più significativa istituzione culturale di Agrigento.

Un direttore ideale, Chillura, come lo si vorrebbe per ogni biblioteca che si rispetti, e difatti egli ha in animo di rendere forti gli impegni culturali del luogo con un programma lungo che chiami a raccolta studiosi e uomini di cultura, nel pieno rispetto del pensiero laico, che certamente accetteranno il suo invito a un dialogo di conoscenza.

Un modo, infine, per fare rivivere l’eco geniale di Pirandello in uno spazio che lo scrittore ha molto amato, che ha percorso con lo sguardo fermo sul dorso dei volumi, sfogliando le pagine antiche di una cultura che oggi incanta il viaggiatore e istruisce il cittadino.
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