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Una ninna nanna risuona dal castello: la leggenda siciliana di Roccascala, il paese che non esiste

È davvero un mistero, e dei meno risolvibili e si trova, insieme a tanti altri, in un cofanetto cartonato in quattro volumi, stampati su grezza carta gialla edito da Mondadori

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 4 aprile 2021

È davvero un mistero, e dei meno risolvibili. A cura di Luciano Zeppegno, nel 1971 l'editore Mondadori pubblica un libro dal titolo "Guida all'Italia leggendaria, misteriosa, insolita, fantastica"; in realtà è un cofanetto cartonato in quattro volumi, stampati su grezza carta gialla, da tempo fuori catalogo e reperibile su qualche bancarella o nei mercati delle pulci, ammassato tra la polvere e le romantiche cianfrusaglie dell'antiquariato meno nobile.

È in uno di questi libri che si fa cenno al paese di Roccascala, in provincia di Catania, e al suo tetro castello da cui risuona nelle notti di tenebra – monocorde e angosciata – una triste ninna nanna. Lo scenario è il più classico delle leggende, trasmesso per secoli dall'oralità popolare, nella scenografia convenzionale del gotico: l'intrigo del silenzio, un freddo maniero che torreggia sul paese, e l'irruzione anomala di un segno inquietante come una nenia infantile.



Un mistero come un altro, se non fosse che il vero enigma è proprio il paese, che non esiste. Perché nella provincia di Catania, carte alla mano, non c’è alcun castello a Roccascala, e anzi non c’è proprio nessun paese con questo nome, sebbene il libro ne racconti la leggenda con la ruvidità panica del romanzo d'appendice.

Pare che in una delle stanze della fortezza, ogni notte, una contessa cullasse la propria figlia nel lieve dondolio di una dolcissima ninna nanna, fino al sonno. Come si usava nei tempi antichi, la culla era sospesa tra due pareti, legata con delle corde, e fu così che una sera le funi si spezzarono, lasciando precipitare la bambina nel vuoto, fuori dalla finestra.

Una notte calma di Sicilia, di quelle che rubano il fresco al cielo, diventata ignobile e nera perché la finestra si affacciava su un profondo dirupo; il corpicino precipitava come un masso lattiginoso schiantandosi dabbasso, senza vita. La contessa, disperata, capì che non avrebbe potuto sopravvivere alla figlia, e decise di seguirla nella sua sorte gettandosi nel precipizio, laddove ormai si era fatto tutto silenzio.

Da quella notte, si narra che la donna culli ancora la figlia intonando un canto soave, che, nel marchio penoso della tragedia, somiglia più a un lamento funebre echeggiato dal vento. In tutto questa, sta di fatto che il comune di Roccascala non esiste; dovrebbe trovar spazio fra Riposto e San Cono, ma non c’è nulla neppure tra le frazioni della provincia.

La cosa in sé potrebbe non destare alcuna curiosità, se non fosse che il nome compare nel volume mondadoriano di cui, però, non sono chiare le fonti bibliografiche. Chissà perché mai gli autori del libro abbiano voluto collocare questa storia in Sicilia, dando per certo un luogo che non è presente in nessuna mappa dell'isola.

Ampliando la ricerca alla penisola, il solo comune con una qualche assonanza è l'abruzzese Roccascalegna, un paesetto medievale in provincia di Chieti che si affaccia sulla Maiella. Curiosamente, qui c'è un bellissimo castello posto sulla cima di una sporgenza rocciosa, in posizione dominante sull'abitato, con origini molto antiche e una strana leggenda che riguarda l'applicazione della norma del cosiddetto ius primae noctis.

Secondo il racconto popolare il barone del castello, Corvo de Corvis, nel 1646 pretese di far valere questa norma, che obbligava tutte le donne del paese a passare la prima notte di nozze con lui anziché con il consorte appena sposato. Si narra che l'ultima sposa novella, o il marito legittimo travestito con le sue vesti, salito alla rocca per la consumazione prevista, abbia invece accoltellato il barone; sembra inoltre che quest'ultimo, mentre moriva, abbia anche lasciato su una roccia l'impronta indelebile della sua mano insanguinata che ricomparirebbe di continuo, nonostante sia stata lavata via numerose volte.

Una leggenda singolare, più nel solco di una carnalità astuta che dell'apparizione di uno spettro, che però non ha nulla a che vedere con la Roccascala siciliana, che non esiste. Esiste invece una Rocca Scala, in provincia di Messina, tra il paese di Forza d'Agrò e il Monte Recavallo. Seguendo il sentiero sui Peloritani si arriva al luogo con questo nome, un rilievo che si percorre oltre ancora fino alla rovine di un antico palmento, e qui si racconta di una leggenda che ha tratti in comune con la storia della contessa, dacché la moglie del custode, dopo avere perduto la figlia in circostanze simili, si sarebbe suicidata turbinando in un precipizio, dando fuoco al palmento che non sarà mai più ricostruito e di cui esistono solo le rovine, in un paesaggio senza eguali che domina per intero la Sicilia, e, a un cambio di passo, la Calabria.

È qui che si aggira il fantasma di una madre triste, lamentando il suo dolore nelle cadenze puerili di una nenia stridula, tacitata dal vento che la porta via come il mistero di un silenzio che ha perduto la memoria del tempo.
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