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L'anima di Palermo è ancora liberty: un fantasma violento chiamato Villa Deliella

In quello spazio vuoto, abusivamente occupato da un triste parcheggio, dovrebbe davvero sorgere qualcosa che ci rammenti di non commettere più errori del genere

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 19 settembre 2019

Le prime fasi della demolizione della villa liberty Villino Deliella a piazza Croci

Il 1959 è una data spartiacque per Palermo ma non abbiamo ancora e per bene saputo metabolizzarla.

Sono gli anni cruciali della redazione dello strumento urbanistico fondamentale per lo sviluppo della città e alla sua redazione partecipano attivamente i più importanti docenti della Facoltà di Architettura di Palermo che in quel preciso momento si trova in un sontuoso palazzo ad angolo tra le vie Libertà e Caltanissetta a due passi da piazza Francesco Crispi detta “piazza Croci”, luogo-teatro di uno degli scempi più gravi perpetrato a danno del patrimonio monumentale italiano sotto gli occhi di tutti e con una velocità da guinness dei primati.

È “l'assalto a Villa Deliella”, come scriverà, tuonando da Roma, direttamente dalle pagine dell’Espresso sua maestà Bruno Zevi! In quel 28 novembre di sessanta anni fa infatti, bisogna fare in fretta perché l'unico cavillo da azzeccagarbugli che può ancora e per poche settimane fare felice il nobile, il politico e il costruttore, ha il tempo contato, contatissimo, prima che persino la potente Democrazia Cristiana dell'asse Lima/Ciancimino possa non poter più far nulla davanti una legge dello Stato.



Ci vogliono infatti nel 1959, almeno 50 anni di età affinché un edificio monumentale possa esser messo sotto tutela dalle leggi di cui lo Stato si è dotato per tutelare la bellezza costruita dai protagonisti più grandi del panorama artistico sul suo suolo repubblicano.

Protagonisti come Ernesto Basile, caposcuola della Scuola di Palermo, docente illuminato e raffinato progettista floreale della belle époque dei Florio, cattedratico di primo piano tra i più grandi maestri europei Art Nouveau, architetto del nuovo parlamento romano di Montecitorio.

Ecco, davanti un curriculum simile, bisogna fare presto, prestissimo, perché persino il sindaco DC e il suo assessore ai lavori pubblici, sebbene immersi nella Palermo del Sacco edilizio, tanto amati e rispettati dai costruttori e da molti professionisti, hanno dei limiti!

In quel 1959, Ernesto è morto da ventisette anni, non ha visto il progresso portare la televisione e l'automobile dentro le case borghesi, lui crede nel progresso e nella tecnologia che il progresso reca con sé, ma sono certo, non avrebbe mai potuto immaginare che la demolizione di tanti dei suoi capolavori avvenisse così impunemente.

Mentre il modello villa Deliella devasta le vie floreali Libertà e Notarbartolo, spariscono i capolavori basiliani dei villini Ugo e Fassini, rischiano il medesimo destino Villa Ida e il Villino Florio che addirittura è vittima di un incendio “spontaneo” dopo che le lottizzazioni del grande giardino hanno saturato di nuovo cemento armato tutto il verde possibile.

Sparisce nel silenzio assurdo di tutti, persino l'elegante Villino Castellano-Orlando, progettato da Ernesto Armò per esser casa del Presidente del Consiglio vincitore del primo conflitto mondiale Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952).

Ma se al posto dei villini Liberty e dei palazzi Eclettici in prevalenza costruiti su progetti di allievi ed epigoni basiliani, sorgono per lo più anonimi condomini di cemento armato, la peculiarità dell'area teatro della demolizione inutile della “villa di piazza Croci” è il suo vuoto.

Accade un sortilegio e nessun palazzaccio verrà mai realizzato, anzi l'area vuota viene dichiarata di interesse collettivo e viene apposto Il vincolo per realizzare soltanto una struttura museale. L'area poteva così risorgere ma per sessanta lunghi inverni resta solo Il vuoto. Il vuoto del degrado e di tutte le possibili forme che il degrado possa assumere in un unico luogo urbano centralissimo.

È stata una discarica, ha subito la razzia di tutte le partiture decorative rivendibili nei “mercatini”, ha patito l'arrivo dei cartelloni pubblicitari, è divenuta un'area di parcheggio-autolavaggio poi chiusa con l'apposizione dei sigilli dai vigili urbani il 12 marzo 2018.

Lo scorso novembre avviene la consacrazione dell'architetto palermitano come nuova Icona Urbana della città di Palermo a cento anni esatti dalla prima seduta della sua aula di Montecitorio, con il documento Effetto Basile in quattordici punti programmatici approvato alla unanimità dall'intero consiglio comunale riunito presso la sala Ducrot del Grand Hotel Piazza Borsa, alla presenza del Sindaco e delle istituzioni.

È presente e partecipa attivamente ai lavori dei relatori il professore Sebastiano Tusa, che entusiasta, sposa il portato culturale del documento e dona slancio all'idea che la Regione Siciliana partecipi attivamente ai punti 3 e 4 relativi alla valorizzazione dell'area di Villa Lanza Deliella su cui finalmente chiudere la ferita e realizzare il Museo del Liberty come risarcimento a sessanta lunghi anni di degrado autoimposto.

Nasce l'idea di aprire il dibattito attraverso la scrittura di linee guida per il concorso internazionale del futuro museo, vengono trovati i fondi e finalmente la stagione del degrado comincia a sembrar solo un triste, lontano ricordo.

Fin qui, è cronaca. È di queste ore invece, la notizia che sembrerebbe arrestare il processo virtuoso di costruzione di uno dei lasciti culturali fortemente voluto da uno dei più illuminati intellettuali prestati alla politica, e tale arresto sembrerebbe esser posto in essere da diversi “onorevoli” dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Per formazione culturale, non commento ciò che di onorevole non ha proprio nulla, ma credo che al netto della lecita ignoranza individuale ("ignoranza nel senso che ignori", cit.) nel caso specifico, bloccare l'iter della costruzione del primo museo siciliano del Liberty o rallentarlo e senza dare spiegazioni attendibili, si commenti da solo e non abbia alcun tipo di balbettante possibilità di appello.

L'Art Nouveau e il suo linguaggio antiaccademico, trasmesso da Basile ai suoi allievi proprio dentro le aule universitarie e accademiche, seppe colonizzare con garbo e genialità compositiva l'intero territorio siciliano da Trapani a Messina, da Catania a Marsala, da Caltanissetta a Ragusa, da Termini Imerese a Canicattì, da Caltagirone a Santa Flavia, da Scicli a Ispica, da Licata a Palermo, da Terrasini a Sciacca.

Chi si ponga contro la Storia dell'arte siciliana, contro l'età dei Florio e dunque contro il museo siciliano del Liberty a Villa Deliella, commette uno sgarro istituzionale nei riguardi dell'intero popolo siciliano, dichiara di “ignorare” la storia siciliana, si pone in continuità con quel degrado silente cominciato il 28 novembre del 1959!

Io non posso credere che questa notizia sia vera, all'ignoranza si può sempre porre rimedio studiando, anche agli errori può porsi rimedio e questo abbaglio ne rappresenta un caso esemplare per entrambe le categorie.

Auspico e non sono il solo siciliano a farlo, che il termine “onorevole” possa tornare ad avere presto un senso corrispondente al suo significato e che questa storia di degrado finalmente si chiuda costruendo questo prezioso tassello culturale della nostra più recente storia comune, qui a Palermo e qui in questa area stuprata incessantemente dalla barbarie degli anni sessanta, dall’ignoranza dell'ultimo mezzo secolo e da chi, incapace di riconoscere la grande bellezza che ci unisce, tenta di imporre la propria visione mediocre e divisiva a sei milioni di cittadini siciliani.

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