La prima foto al mondo della Strage di Capaci: Lannino racconta quel 23 maggio
Sono passati 34 anni ma quel giorno l'umore del reporter palermitano cambia. "Capisci cosa abbiamo passato. Non solo noi in prima linea, ma tutta l'Italia"
Quel pomeriggio del 1992, Lannino si trovava alla Fiera del Mediterraneo. C'era caldo, racconta, un caldo «opprimente, quasi asfissiante». Stava fotografando politici e personaggi per rinnovare l’archivio in occasione dell’inaugurazione della Fiera. Un lavoro di ordinaria amministrazione in un periodo già difficile: «Ero orfano del giornale l’Ora», redazione per la quale Lannino lavorava in esclusiva.
Poi arrivò un poliziotto, lo prese sottobraccio e gli spiegò che doveva andarsene da lì, che quel giorno la notizia era altro. Era a Capaci. «Sembra che ci siano dei morti» gli rivelò. Lannino non aspettò altri dettagli. Prese la macchina e partì. A Tommaso Natale lo bloccarono. L'autostrada era già chiusa, i vigili urbani non lasciavano passare nessuno. Allora lui - all’ora trentatreenne, «molto giovane a quei tempi», come dice sorridendo - cominciò a camminare a piedi fino a imbattersi in Franco Nuccio, cronista dell'ANSA, anche lui bloccato dalle forze dell’ordine con la sua Guzzi California.
«Gli sono saltato sulla sella e gli ho detto: andiamo dalla statale, facciamo il giro e passiamo il blocco». In pochi minuti si trovarono sul posto. Sul lato destro dell’autostrada, verso il mare, pompieri e barellieri portavano via corpi coperti da lenzuola bianchi. «La barella coperta, senza che si veda il ferito significava che la persona era deceduta» sottolinea Lannino. «Erano gli uomini della Quarto Savona 15», l’auto degli agenti della scorta di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, scaraventata dall’esplosione sessanta metri fuori dalla sede autostradale. «Rimanemmo tutti scioccati» racconta.
Il cratere era enorme: venti metri di diametro, quattro di profondità, aperto su entrambe le corsie dell’autostrada che collega Palermo con Mazara del Vallo. «Pensavo che fosse passato un aereo e avesse sganciato delle bombe. Non si capiva come quel cratere potesse essere stato creato». Solo più tardi si sarebbe saputa la verità: cinquecento chili di tritolo, nascosti nei tubi di scolo sotto la carreggiata. A premere il detonatore, Giovanni Brusca per ordine di Totò Riina, boss del clan dei Corleonesi.
In mezzo a quella devastazione, Lannino trovò il suo soggetto. L'auto del giudice Falcone, o quello che ne restava, era davanti ai suoi occhi. «Mi sono reso conto che era lì che dovevo scattare». Ma c'era anche qualcos’altro che tormentava Franco Lannino. Nella sua mente c'era Antonio Montinaro, il suo «quasi-amico» membro della scorta del giudice Falcone. «Appena mi vedeva da lontano, si spostava leggermente dal magistrato, mi schiacciava l'occhiolino e io facevo una bella foto che ovviamente poi gli regalavo».
Quando chiese di lui e gli confermarono che era morto. «Ero lì, con questa sensazione di sbigottimento, la sensazione di dover fare un buon servizio fotografico e l’angoscia di avere perso un quasi-amico. Però, nel nostro settore, la professionalità deve sempre prendere il sopravvento sulle emozioni».
Con la pellicola, il tempo era tiranno. Fece gli scatti necessari, poi dovette tornare indietro. Franco Nuccio dovette rimanere sul posto e Franco fermò un ragazzino con un Ciao Piaggio che guardava la scena da lontano. Gli mise in mano diecimila lire e tornarono insieme a Palermo. Raggiunta la redazione dell’ANSA, Lannino scelse la foto più significativa e lì, con un apparecchio chiamato belinografo - una sorta di fax fotografico che impiegava un quarto d'ora a trasmettere un'immagine su carta - le foto vennero inviate a Roma e a tutti i giornali del mondo.
Erano le prime fotografie della strage di Capaci che il mondo avrebbe visto. «Sentivo su di me gli occhi di tutte le persone che l'indomani avrebbero aperto il giornale» racconta Lannino. «Avevano tutto il diritto di vedere quelle fotografie, di sapere quello che noi, in anteprima, avevamo visto. Forte di questo, portavo avanti il mio mestiere come una missione». «Più divento vecchio e più racconto questa storia, perché c'è gente che purtroppo non può più farlo».
Il 23 maggio torna ogni anno e ogni anno Franco Lannino è lì, nel suo studio circondato dalle sue fotografie, con quel cratere ancora negli occhi e Antonio Montinaro che gli schiaccia l'occhiolino da qualche parte nella memoria.
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