A Palermo cantava con La Famiglia del Sud: ora Francesco porta la sua musica in Africa
Da Palermo parte un filo fatto di incontri, viaggi e imprevisti. È la storia di Francesco Riotta, che tra musica e insegnamento cerca l’Africa nelle persone e nelle culture
Francesco Riotta
Il futuro del cantautore palermitano Francesco Riotta ha radici proprio tra le pareti di casa, a Bonagia, in una stanza condivisa con lo zio di dieci anni più grande di lui, con i muri tappezzati di poster di Malcolm X, Martin Luther King, vinili hip-hop, breakdance e reggae. Un immaginario black che negli anni Novanta, in una periferia palermitana, aveva il sapore della scoperta e della ribellione.
Da lì in poi, il percorso è stato una traiettoria naturale: il centro storico nei primi Duemila, piazza Santa Chiara, Ballarò che cambia volto, le prime comunità africane, le chiacchiere infinite davanti a un piatto cucinato da Mamma Africa. Un’adolescenza attraversata dal desiderio di capire l’altro e poi raccontarlo attraverso la musica.
Durante l'adolescenza, tra quei vicoli, in quel primo sguardo verso un "altrove", nasce il cantautore che oggi porta in giro il ritmo del sèga mauriziano e il suo amore viscerale e incondizionato per l'Africa. «Avevo scoperto che nel centro storico c’erano le comunità africane e iniziai a frequentare quella zona — racconta Francesco —. Sono stato rapito dall’interculturalità che cresceva poco per volta lì a Ballarò. Era straordinario».
Un’attrazione che ha radici più profonde di quanto sembri, perché prima ancora degli amici ivoriani c’erano i racconti del nonno, partito giovanissimo per la Libia durante il regime fascista. «Lui mi raccontava il bello dell’Africa che aveva vissuto — ricorda il cantautore —. Non mi parlava dell’orrore della guerra, ma del valore della pace, del rispetto verso l’altro». Francesco non gliel’ha mai chiesto apertamente, ma sente che quell’esperienza aveva lasciato nel nonno un insegnamento preciso: guardare l’altro senza paura.
Dopo Palermo, arriva Parigi, dove Francesco si accorge che interculturalità significa anche mettersi in discussione. Nel quartiere di La Goutte d’Or, in un café, conosce un ragazzo senegalese. «Gli ho chiesto cosa stesse bevendo. Mi ha risposto “café allongé”. E io nella mia testa pensavo che, data la sua provenienza, avrebbe dovuto bere caffè Touba. Pensavo facesse musica tradizionale o reggae. E invece mi fa "Io faccio metal". In quella chiacchierata ho capito che il mio modo di vedere l’Africa era basato su molti preconcetti».
Da quell’episodio nasce anche un brano, "Café allongé", in cui racconta la necessità di decostruire il proprio immaginario. E dopo Parigi la traiettoria cambia ancora. Non per scelta strategica, ma per necessità.
Con la musica Francesco non riesce a vivere, il percorso universitario in urbanistica che aveva concluso brillantemente non offre stabilità. Così arriva una chiamata dalle graduatorie scolastiche provinciali in Piemonte, a Bra. Lì vive Mamadou Toure, l’amico conosciuto anni prima a Ballarò. «Mia madre mi disse: "Vattini al Nord che c’è almeno Mamadou"».
Bra diventa casa per Francesco, senza che lo avesse programmato. «Io mi creo degli obiettivi, mi costruisco aspettative... e per un motivo o per un altro queste aspettative crollano. Mi ritrovo costretto a intraprendere le strade che mi dà la vita. Temevo che in una città piccola come Bra non mi sarei trovato bene, che la gente sarebbe stata antimeridionalista».
Invece accade il contrario, anche grazie all'affetto di alcuni cugini paterni, tra cui lo scrittore Fabio Geda, che lo fa appassionare ai libri e alla lettura. Il lavoro nelle scuole medie diventa molto più di una soluzione economica, ma uno spazio coerente con il suo percorso. «Le classi oggi sono multilingue, multietniche — spiega il cantautore —. Io cerco di promuovere il multilinguismo. Non esistono solo italiano, inglese e francese: esistono il wolof, l’arabo, l’albanese. Cerco di far capire ai ragazzi che lo spazio che condividiamo è anche loro, ed è uno spazio sicuro in cui potersi raccontare».
Ed è proprio mentre la sua vita sembra essersi stabilizzata che arriva, ancora una volta, qualcosa di inatteso: la musica sèga. «Era una giornata in cui ero molto giù di morale — confessa Francesco —. Ho chiamato Yannick per fare un giro. Lui mi ha detto: "No compà, vieni a casa mia che ci sono dei musicisti mauriziani"».
Yannick Tiolo è l’amico conosciuto anni prima a Palermo, nel centro storico. «Il papà mi apre la porta — ricorda —. Entro e c’è questa abitazione che profuma proprio di musica tropicale». Francesco suona un brano che aveva scritto ispirandosi vagamente alla musica mauriziana. «Nel giro di poco il pezzo che avevo inventato era diventato sèga».
Quel brano è "Mami", una canzone nata da un incontro "un po’ pazzo, un po’ bizzarro" durante un tour europeo. Ma l’esperienza non si ferma lì. Quando Yannick torna alle Mauritius, Francesco prende una decisione improvvisa. «Mi sono detto "forse è il caso che vada alle Mauritius per scoprire la musica sèga"». Compra un biglietto e parte. A Port-Louis entra nella vita quotidiana della famiglia di Yannick.
«È inspiegabile stare dentro una famiglia di musicisti. Ogni momento è buono per suonare». Viene invitato in una radio nazionale. I mauriziani ascoltano un italiano che canta sèga. «Per loro era la prima volta, sono rimasti molto colpiti». Da quell’esperienza nasce la canzone "Onda Tropikale del Sèga", registrata sull’isola insieme a Yannik (cori e ravanne), Jerome Manal (basso), Kevin Joseph (tastiere), Samuel Henri (batteria) e Mathieux Noval (chiatarra), e pubblicata lo scorso 21 febbraio (clicca qui per guardare il videoclip).
«In questo brano parlo proprio della casualità della vita — spiega Francesco —. Del fatto che molte volte non riuscire a raggiungere i propri obiettivi può aprire strade migliori».
Nella vita del cantautore palermitano, prima del sèga e delle Mauritius, c’è stata anche La Famiglia del Sud, il progetto condiviso con la sorella Margherita e oggi in stand-dy. «Con lei sono riuscito a crescere e a trovare sicurezza nel fare musica. Per tanti anni è stata la mia spalla».
Quella dimensione familiare Francesco la porta ancora sul palco. «Quando suono penso di avere davanti una famiglia. Non voglio essere il cantautore che fa spettacolo. Voglio essere una persona che sta suonando la chitarra. È uno scambio. Io abbraccio loro e loro abbracciano me».
Nonostante i viaggi e le nuove case, il capoluogo siciliano resta il punto d’origine. «Palermo è casa e famiglia — dice Francesco —. Se io sono così è perché sono nato e cresciuto lì». Dalla stanza di Bonagia alle Mauritius, il filo non si è mai spezzato, anzi, continua a essere lo strumento che accompagna il cantautore nella sua ricerca dell'Africa e che guida il suo modo di incontrare l'altro e trasformare quella esperienza in musica.
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