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A Palermo è tutta questione di "annacarsi": quante cose puoi dire con una sola parola

Nonostante alcuni pensino che il termine risale dall’Antica Grecia e alla parola "naca", sembra che la vera "annacata" abbia messo fisicamente piede in Sicilia nel 1535

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 22 novembre 2021

"L'arte di annacarsi" (foto dal blog Garbounic.blogspot.com)

Il famoso sociologo Zigmunt Bauman una volta mi disse:«La modernità è la convinzione che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza».

Cioè, non è che lo disse a me, era scritto nel libro, però c’ero solo io nella stanza ed è come se lo avesse detto a me.

Quando Bauman parla di società liquida (che secondo lui è la nostra), parla di una realtà dove non ci sono certezze, dove tutto è in costante divenire, dove il tempo si è ristretto, dove c’è sempre qualcuno che vuole diventare come qualcun altro ma in questo frangente di tempo il primo è diventato già un altro ancora.

Traffico, centri commerciali, e tutto diventa una giostra continua in cui bisogna adattarsi al cambiamento sennò si è tagliati fuori.

Maronna mia che confusione! Ma non possiamo istituire la giornata mondiale della camomilla? Così si impazzisce.



Il meglio di tutti era Narciso perché s’annacava tutto il santo giorno dicendo «Uh che sono bello, uh che sono bello!» e almeno non rompeva le scatole a nessuno.

«Eh no!», interviene Bauman a questo punto -. Guarda che a Palermo annacarsi può avere anche significato completamente opposto». Bene, Bauman a parte, questa parola, o meglio questo verbo, annacare, in Sicilia ha più utilizzi di "get" in inglese che dipende dove lo metti vuol dire sempre una cosa diversa.

Quando qualcuno vi dondolava nella culla vi stava annacando, se passa un potente "pezzo di femmina" dalla camminata ammiccante ci sarà sempre qualcuno a dire "Talè come s’annaca", se per caso si parla di un tizio che si atteggia da malandrino ma stringi stringi non è nessuno, allora è uno ca s’annaca.

Poi ci sono forme imperative che solitamente si usano con le fidanzate quando aspettate da mezz'ora sotto casa sua e ancora si sta facendo i capelli: «Annacati!», sbrigati vuol dire ma passeranno altre due ore.

La cosa strana di questo ultimo esempio, un po' come capita per la proprietà commutativa in matematica, è che se si usa la forma negativa il significato non cambia: non t’annacare infatti significa non perdere tempo, sinonimo di sbrigati.

Un tempo, quando nacque questa parola, la società non andava così di corsa anche se correva per cose più importanti.

Per esempio in Antica Grecia c’era un mestiere chiamato emerodromo, ovvero una sorta di postino militare che però correva a piedi e non aveva in dotazione nessuna bicicletta, anche perché quella inventerà il barone Karl von Drais nel 1817.

Pensate che l’emerodromo Filippide si dovette fare da Maratona ad Atene di corsa per dire solo "abbiamo vinto" e poi cadde a terra morto. Oggi invece non facciamo nemmeno in tempo a pronunciare la "a" di annacati che la "faccina" è partita da Palermo ed arrivata a New York.

Tutta la questione dell’annacarsi, anche se molti dicono che risale dall’Antica Grecia perché "naca" voleva dire culla, sembra mettere fisicamente piede in Sicilia nel 1535. Carlo V proprio nell’estate di quell’anno si scanna con Barbarossa e riesce a conquistare Tunisi e il suo avamposto la Goletta.

Manco il tempo di passare il ferragosto, nel senso che era il 17, che la sua flotta naviga già per portarlo in Sicilia. Immaginate appena arrivò la notizia che l’imperatore Carlo V, dopo avere sbaragliato la concorrenza, aveva scelto la Sicilia per venirsi a riposare: non deve essere stato troppo diverso da quando il Palermo fu promosso in Serie A dopo 31 anni.

Che poi quando uno dice imperatore si immagina tipo Brad Pitt e invece si presentava uno che aveva le sembianze di Nino D’Angelo ai tempi del caschetto.

Nella fattispecie, Carlo V aveva un vistoso mento asburgico, soffriva di una forte gotta, di diabete, e, stando alle cronache del tempo, era meglio dargli da vestire che dargli a mangiare. I nobili delle Fiandre, che erano abituati a mangiate internazionali, dicono di lui: "Mangia più di noi, è proprio il nostro re!".

Comunque, quando Carlo V arriva in Sicilia non ci sono solo soldati spagnoli, perché ogni esercito che si rispetti è anche formato da mercenari che venivano pagati per combattere le guerre; tra questi lo seguono anche quelli tedeschi. Molti di questi viaggiavano in compagnia delle mogli e dei figli.

Quando Carlo V sfilava all’interno delle città i mercenari lo seguivano a cavallo e le mogli dei soldati seguivano i loro mariti marciando. Bene, le donne tedesche che avevano figli per lo più neonati, portavano a loro seguito delle culle con delle ruote che assicuravano al loro petto tramite una cinghia.

Queste culle prendevano il nome di anhänger e l’annacarsi tipico del siciliano sembra nascere proprio in riferimento al movimento.

Detto questo, io preferisco farmi annacare da un’amaca al fresco, ma dato che ogni testa è tribunale, ad ognuno la sua annacata.
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