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Accadde più di 100 anni fa in Sicilia: storia del primo maxi processo contro la mafia

Tutto iniziò prima con un clamoroso blitz che sbaragliò una delle più potenti ed organizzate cosche mafiose dell’epoca. Era la cosca chiamata "La Fratellanza"

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 29 marzo 2021

L'arresto dei mafiosi

Il primo maxi processo contro la mafia si è svolto ad Agrigento nel 1885. Tutto cominciò due anni prima con un clamoroso blitz, che sbaragliò una delle più potenti ed organizzate cosche mafiose dell’epoca, denominata “La Fratellanza”.

La notizia si diffuse in tutta Italia. «Sulla metà di questo mese (aprile) furono visti uscire da Girgenti alla spicciolata e con diversi intervalli di tempo circa 90 carabinieri, 40 guardie di P.S. a cavallo e una cinquantina di soldati di fanteria. Tutti questi agenti della Forza pubblica si riunirono poi al punto denominato “Quatrivio”, distante due chilometri dalla città. Ivi ponevano le baionette in canna e prendevano la via che mena a Favara.

Verso mezzanotte una carrozza fermatasi fuori delle porte di Favara e ne scendeva il Procuratore del re. Poco dopo dalla cennata forza pubblica venivano circondate diverse case di Favara ed erano tratti agli arresti, per mandato di cattura, ben quaranta individui, i quali erano subito condotti alla caserma dei Reali Carabinieri e dopo essere sottoposti ad interrogatorio venivano spediti in queste grandi prigioni.



Nella stessa notte in altri paesi di questa provincia erano eseguiti altri non pochi arresti per lo stesso oggetto. Si vuole che il numero degli arresti arrivi a 150» (Il Secolo", giornale milanese, 30 aprile 1883).

Il blitz del 1883 nasce dalle inchieste promosse dall’ispettore romagnolo Ermanno Sangiorgi, alla guida dell’ufficio di Pubblica Sicurezza della provincia di Agrigento dal 1876 e poi proseguite dal delegato di polizia Cesare Ballanti. Grazie ad accurate indagini, tutto venne alla luce intorno alla potente organizzazione della mafia agrigentina, sin nei minimi dettagli.

Con questo giuramento, ritrovato in casa di uno degli arrestati, si entrava a far parte del sodalizio mafioso.

«Giuro sul mio onore di essere fedele alla Fratellanza come la Fratellanza è fedele con me; come si brucia questa santa e queste poche gocce del mio sangue, così verserò tutto il mio sangue per la Fratellanza; e come non potrà tornare questa cenere nel proprio stato e questo sangue un'altra volta nel proprio stato così non posso lasciare la Fratellanza».

L'affiliato, durante il rito di iniziazione, si pungeva l’indice per poi tingere con il suo sangue l’immagine sacra, che veniva bruciata. Si conteranno alla fine sino a duecento affiliati, residenti soprattutto a Favara, Canicattì, Racalmuto, Grotte, Aragona (centri presso Agrigento) e in qualche località della provincia di Caltanissetta.

L’organizzazione presentava una struttura piramidale: uno o più capi-testa comandavano più capidecina, ognuno dei quali aveva sotto di sé non più di dieci affiliati. Il resto della banda non conosceva il capo della decina, solo agli uomini più importanti dell’intera cosca era consentito conoscerne il comandante. Avevano uno statuto, pagavano una tassa mensile di 50 centesimi.

La cosca era costituita da zolfatari, minatori, contadini, artigiani, mugnai, pastori, calzolai, gabellotti. In seguito entrarono a farne parte pure i proprietari terrieri, rendendola molto potente. La “Fratellanza” operò dal 1878 al 1883 uccidendo, intimidendo, rubando e saccheggiando.

Dalla ricostruzione delle attività della cosca si seppe che numerosi membri erano stati affiliati alla mafia nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica.

Costoro diedero vita poi alla cosca una volta tornati a casa. Il primo omicidio firmato dalla Fratellanza avvenne a Canicattì e gli esecutori vennero arrestati. Il calzolaio Calogero Camilleri, era scomparso da casa il giorno 11 febbraio 1883, ed era stato imprigionato nella casa di suo zio Alaimo Martello Rosario.

Pochi giorni dopo venne strangolato e sepolto in un castello abbandonato perché “l’infame” aveva parlato al delegato di polizia del suo paese dell’esistenza della Fratellanza (leggiamo in una nota conservata presso l’archivio di Stato di Agrigento).

Una conferma dell’esistenza della cosca arrivò pochi giorni dopo, quando un ferroviere si presentò alla polizia denunciando di aver ricevuto un invito ad entrare in un’organizzazione chiamata la Fratellanza, ma aveva sentito “puzza” di criminalità organizzata, come disse, e decise di rompere il muro dell’omertà.

Tanto bastò per decidere il blitz della primavera del 1883. Due anni dopo, nel 1885, ad Agrigento si tenne il maxi processo.

Le udienze si svolsero dal 2 marzo al 31 marzo del 1885 in una chiesa sconsacrata dedicata a Sant’Anna, nella via principale del capoluogo. Il processo riguardò il solo reato di associazione a delinquere. Vennero processati 168 affiliati, ma ad essi sono da aggiungere 23 imputati per omicidio.

Può essere pertanto considerato, con 191 imputati, il primo maxiprocesso contro la mafia. Il tribunale li ritenne tutti colpevoli e furono comminate naturalmente condanne a pene detentive diverse. L’organizzazione sopravvisse a se stessa, perché il suo modello organizzativo fu ripreso da molte cosche e si diffuse ovunque.
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