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Altro che Instagram: Gianni fotografa il mondo come si faceva nell'Ottocento

Esistono passioni che con la vita vera non c'entrano niente: Gianni per esempio è un consulente finanziario che ha uno studio di fotografia di duecento anni fa

Giuliana Imburgia
Giurista e fashion addicted
  • 11 novembre 2019

Gianni Cusumano mentre fotografa un paesaggio

Gianni Cusumano, 35 anni, originario di Agrigento é un giovane fotografo siciliano che alla modernità del digitale ha preferito il gusto del retrò e scatta fotografie come si faceva nell'Ottocento: con la tecnica del collodio umido. Fotografie su lastre di vetro, banco ottico e processi chimici: ed è subito come aver fatto un salto indietro nel tempo di oltre 150 anni.

«Sono un fotografo che puzza di chimico e di Ottocento» dice Gianni, che nella vita "reale" é un consulente economico finanziario ma la fotografia é la sua più grande passione. Vive a Castelbuono dove ha allestito il suo laboratorio ottico, in cui sembra di entrare in una vera bottega dell'Ottocento.

Il collodio umido é una tecnica fotografica che nasce nel 1851 e, tra tutte, é considerata quella che da una svolta al mondo della fotografia perché ha permesso ai fotografi di abbandonare i loro studi e di girare nelle piazze aprendo la strada ai reportage, come prima forma di democratizzazione fotografica.

«Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dal mezzo fotografico, ero incuriosito dai suoi principi fisici, chimici e meccanici - continua Gianni - mi costruivo le macchine fotografiche dentro i pacchetti di sigarette vuoti, e anche da grande ho sempre continuato nei miei silenzi la ricerca della cultura fotografica».

«Poi ho costruito da solo con le mie mani il mio primo banco ottico, e dopo varie sperimentazioni chimiche fatte a casa, adesso dal fai da te e dall’improvvisazione sono passato ad avere il mio laboratorio ottico a Castelbuono dove insegno anche a chi vuole imparare: per esempio ai fotografi professionisti che vogliono diversificare la loro attività».

«Nella mia bottega sembra tutto rimasto fermo a 170 anni fa, per ogni scatto la posa dura dai 12 ai 14 secondi, venire qui è come tornare indietro nel tempo e io mi diverto tantissimo vedendo la meraviglia negli occhi di chi entra nel mio regno».

Quando ho chiesto a Gianni cosa porta un ragazzo che appartiene alla nuova generazione ad interessarsi ad un mezzo che in molti definirebbero solo vecchio, lui ha risposto "Viviamo in una società che ha scelto di privilegiare la velocità, il rimpicciolimemto degli apparati fotografici, la facilità dell’uso del mezzo che deve essere accessibile a tutti, e se guardiamo a questi parametri moderni io sono sicuramente un’eccezione».

«Ma se guardiamo il rovescio della medaglia di questa realtà é solo frenetica e oggi siamo esposti ad un modo quasi isterico di vivere la fotografia, un continuo fare click, che non ti lascia il tempo di assorbire le emozioni dei singoli momenti immortalati».

«Ho scelto un modo di fare fotografia quasi terapeutica dove tutto è più ponderato ed emozionato, ho scelto di vivere delle pause e dei silenzi dello scatto e di rallentare anche i ritmi quotidiani».

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