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Antichi resti nascosti sotto La Rinascente di Catania: l'esperienza da "Indiana Jones"

Un sito archeologico che si estende sotterraneo (e tenuto segreto) per diversi chilometri e prontamente occultato negli anni Cinquanta: abbiamo tentato di saperne di più

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 9 luglio 2018

Un'antica stampa che raffigura Catania

Avete presente quando, a scuola, la maestra vi porgeva qualcosa - il gesso, il fermaglio dei capelli, un foglio di carta -, e con ancora tra le mani quell'oggetto ella recitava con una dolce cantilena l'insopportabile "Come si dice?", e voi rispondevate forse sommessamente un "Grazie" stretto tra i denti, stretto tra i pugni, stretto tra la timidezza e il rigore imposto?

Ebbene, lo scambio di stimolo-risposta, avvenuto durante i primi vostri anni di vita, aveva una utilità ben precisa: introdurvi nell'educazione.

Da lì in poi, consolidato questo momento in memoria, eravate pronti per entrare in società (sì, quella in cui ci troviamo adesso, che non regge in piedi nemmeno su un piedistallo), con le carte in regola. Perché questa fastidiosa introduzione? Riavvolgiamo la storia.

Qualche settimana fa è apparsa tra la costellazione di siti internet un articolo molto interessante. Il contenuto evidenziava non tanto ciò che etimologicamente indichiamo con la parola "notizia", ma una storia antica che nella città di Catania in pochi non conoscono.

Si vocifera infatti che in via Etnea, alle fondamenta del palazzo che oggi ospita La Rinascente, nota catena di grandi magazzini, sia presente un sito archeologico ellenistico-romano.

Esso, per la cronaca, fu scoperto durante la demolizione del palazzo del barone Spitaleri, alla fine degli anni Cinquanta, ovvero nello stesso periodo in cui avvenne il tristissimo "sacco di Catania".

Contrariamente a quanto si possa pensare, la scoperta di reperti archeologici in Sicilia non ha mai costituito coincidentemente la scoperta di un tesoro.

Anzi, puntualmente nella nostra Isola, ogni volta che un sito archeologico è stato baciato dal sole, ha subito, immediatamente dopo, il soffocamento da ingenti quantità di cemento (nel caso in cui invece il sito archeologico fosse stato per secoli osservato unicamente dal cielo, la regola ha voluto che questo venisse drammaticamente abbandonato).

Avendo avuto una maestra di asilo parecchio severa, che tra noi compagnetti chiamavamo la "tedesca", educazione mi ha imposto di chiedere informazioni in merito a chi più di me è in grado di fornire spiegazioni.

E posta la domanda al professore Paolo Giansiracusa, tra i massimi conoscitori di Beni Culturali e Ambientali sicliani e non solo (attualmente insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Catania, e tiene conferenze nel mondo), ha risposto: «Sotto La Rinascente esiste una necropoli ellenistica, come lei afferma».

«L'estensione della necropoli comprendeva una superficie pari a quella oggi percorribile fino al palazzo delle Poste, più un ampio tratto della via Etnea - spiegava ancora - Gli scavi furono prontamente occultati e coperti da ampie colate di cemento. Dal mio punto di vista, non credo che ci sia nulla da vedere. Nemmeno gli archeologi del tempo, per esempio Giovanni Rizza, Nellina Lagona, e altri, se ne occuparono. Insomma, un grande scempio che ha riguardato anche altre zone di Catania dal dopo guerra ad oggi».

Inutile mettere in dubbio le tesi di un accademico: risulterebbe ridicolo. Tuttavia, sempre ridicolmente, opinioni da bar sostengono, con aura da leggenda, che sotto La Rinascente esistano ancora reperti archeologici risalenti a duemila anni fa. Realtà?

Recandomi a La Rinascente con l'atteggiamento di uno sprovveduto Indiana Jones e di un instancabile curiosone, sempre ricolmo degli insegnamenti della maestra "tedesca", giunto al secondo piano del grande magazzino, suonando all'apposito citofono della direzione, dopo circa un paio di minuti di attesa mi accoglie un uomo con targetta al petto del quale preferisco non scrivere il nome.

Egli mi osserva con una espressione maxillo-facciale parecchio paurosa, glaciale. E per tentare un contatto di tipo umano, gli porgo gentilmente la mano destra presentandomi, dicendo: "Buonasera, sono D...".

L'uomo rimane impassibile, non rispondendo minimamente al mio palmo della mano, il quale rimane vuoto. Piangente. Con ancora il braccio teso verso di lui, e con imbarazzo, chiedo di poter parlare alla direzione riguardo la vicenda del sito archeologico di cui sopra sinteticamente trattato.

La risposta che ricevo, avvenuta dopo il non-saluto, è stata notevolmente spiazzante: l'uomo, cioè, mi suggeriva di scrivere una mail al servizio di assistenza clienti. E che senso ha: mica ho intenzione di acquistare un peplo, o lamentarmi della cattiva qualità del subligaculum?

Non avrei mai raccontato tutto questo se non vi fosse dalla mia parte la testimonianza delle registrazioni di sorveglianza del negozio. Invierò comunque una mail alla ditta, parlando loro della mia maestra di asilo. Il motivo? Mi pare inutile spiegarlo.

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