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Attenzione può creare dipendenza: alla Gam di Palermo non c'è una mostra normale

Bisogna essere preparati alla visita di "Viaggio, racconto, memoria": 180 scatti di Ferdinando Scianna che ci costringono a guardare dentro di noi, nel nostro passato

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 23 febbraio 2019

"Parigi, 1989" di Ferdinando Scianna (part.)

"Mettiti u’cappidduzzu, ca ‘Cca u suli t’ammazza" (Indossa il berretto che qui il freddo ti ammazza), ecco una delle decine di suggestioni di vita vissuta che il maestro bagherese naturalizzato cittadino planetario ci regala in oltre un'ora di narrazione intensa e senza sosta (qui trovi tutte le informazioni sulla mostra di Ferdinando Scianna alla Gam).

Un mattatore colto dagli occhi chiari, che scippa costantemente applausi sinceri dal pubblico accorso numeroso, mentre alle sue spalle si danno il cambio decine di scatti organici al suo narrare, condotto senza guardarle le immagini, in una sintonia surreale quasi le potesse vedere anche lui che mentre parla invece e guarda la sala.

L'aula del teatro di Santa Cecilia in occasione del talk con il fotografo fa il pieno in pochi minuti: circa 250 persone e decine e decine resteranno purtroppo fuori da quel viaggio fatto di Racconto e Memoria.

Un viaggio condotto egregiamente da uno dei curatori, Denis Curti che incalza quel gigante siciliano che per L’Europeo e per la Magnum ha "de-scritto" girando mezzo globo pagine intense della storia della fotografia con il piglio del reporter curiosamente rimasto in un angolo a scattare, così come suggerito da uno dei suoi amici-maestri, Henry Cartier-Bresson.

La mostra la troverete aperta al piano terra della Gam di Palermo fino al 28 luglio, quando Scianna da 24 giorni, avrà compiuto 76 anni fatti di scatti come dice lui "trovati, chiamati" mai costruiti perché la fotografia è testimone invisibile degli eventi narrati, spesso frutto del caos che incide le nostre vite e che ti porta laddove devi scattare.

Oltre 180 scatti in bianco e nero di formato diverso, scanditi in capitoli all'interno di un percorso narrativo che non risparmia intuizioni espositive interessanti, il tutto teso a raccontarci oltre mezzo secolo di poetica personale di quel bagherese nato in quella Sicilia affamata dalla guerra, una settimana prima dello sbarco alleato.

Bisogna dirlo senza alcuna remora, il connubio Civita-Gam non sbaglia un colpo e convince e questa mostra è assolutamente imperdibile ma io vi invito a non visitarla, a non andare.

C’è proprio tutto. Ci sono i carretti e i muli, ombre e maschere, sottane e minne da latte, ci sono cani, pesci, armi, volti incisi dal tempo, attori e attrici belli e importanti, ci sono Sciascia e Borges, Scorsese e la Bellucci, Dolce&Gabbana, automobili, ponti, strade, alberi e paesaggi, il mare, c’è l’anima stessa della contemporaneità, manca la mafia, ci sono croci e chiese, architettura e intellettuali, categorie del tutto scontate ma al cui interno insiste un livello consapevole del punto di vista inteso come medium maturo e cosciente così incisivo e potente, da rendere quella specificità regionalistica, direbbe Kenneth Frampton, acquisita nel palermitano da giovanissimo quale epicentro narrativo universale dal gusto eroicamente locale.

Un siciliano non è uno svedese, una madre svedese non si curerebbe mai di dirti di proteggerti con "un cappidduzzo" dal sole al contrario di una madre siciliana e in questa asserzione che possa anche sembrare banale, risiede tutto l’orgoglio universale d’appartenere a quella terra in cui nasci e il cui humus ti nutre sostanziandoti.

No, non andate, fate altro, un caffè in centro, una passeggiata con amici, persino dello shopping, andate a correre, un film al cinema, insomma fate tutto ciò che vi pare ma non visitate l'ottimo allestimento al piano terra, perché se sarete così incoscienti da varcare quella soglia in cui la voce narrante del maestro potrà guidarvi in oltre 50 anni di vita raccontata attraverso la sua pellicola impressa e sviluppata alla vecchia maniera, se accorderete al rigoroso silenzio, l'ascolto della sua voce corposa e sicula, avrete vissuto con lui un'esperienza difficilmente ripetibile e personale di cui vi resterà addosso ancora l’impaziente desiderio di ripeterla.

Non è una mostra come le altre, non andate: c’è il racconto di un pezzo di Sicilia che la globalizzazione ha cancellato capace qui di commuovere per intensità e cifra stilistica, suoni e sapori che a noi siciliani restano incisi sulla retina sin da piccoli, ricordi che banchettano sulla necessità di ombre gravi per difendersi dal caldo e che ci appartengono e appartengono al mondo di generazioni passate che il caso ha messo a incrociare il lavoro e la vita di Ferdinando Scianna, obiettivo attento alla narrazione di una normalità indipendente dalla geografia e che spaventosamente oggi scompare aggredita dalle nostre vite veloci.

Ritratti, paesaggi, moda, guerra, una antropologia per immagini il cui filo comune è la sua stessa idea di fotografia intesa come la visione di uno specchio cangiante che conserva-palesa memoria.

Passerà del tempo prima che un altro evento culturale simile, riesca a condensare in un ragionato corpus di immagini esaltanti e misurate, quella sicilianità tipicamente espressa da quei talenti visionari che nel raccontare il proprio vissuto personale e quotidiano, riescono a parlare di un "noi" capace di unire oltre, divenendo memoria condivisa, scevra da cliché, autentica eredità culturale.

Attenzione allora, perché questo libro dei ricordi di Scianna, questa mostra che non è una mostra ma un racconto che già appartiene al nostro dna, vi darà dipendenza, ci costringerà tutti a tornare e tornare e tornare ancora per trovare nuove sfumature su cui costruire preziosi ricordi di famiglia.

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