ARTE CONTEMPORANEA

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Catania diventa contemporanea: l'arte prende in giro la politica in centro storico

Dal semplice annerimento di un dente all'apposizione di lunghe paia di corna, i buontemponi lasciano il segno sui manifesti elettorali: nasce così la mostra "Kind"

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 20 maggio 2018

Un collage di Demetrio Di Grado (particolare)

Le città sono scandite sempre da due stagioni distinte. Il corso della prima, composta convenzionalmente da quattro momenti consecutivi, risulta appena visibile, o vissuta, dacché è in stanze separate da essa che abbiamo costruito il nostro rifugio.

La seconda, e cioè le tornate elettorali, le belle tornate elettorali, sorrette da linguaggi violenti e desiderabili sogni, coronano il senso degli agglomerati urbani (altrimenti, perché dovrebbero esistere?).

Concentriamoci sulla seconda stagione. Le viuzze e le piazze, noiose e di cemento, automatiche e predeterminate, si trasformano in musei a cielo aperto. I manifesti elettorali, che sorgono su pavimentazioni divelte, su piccole discariche o su aiuole incustodite, dei quali Clément ne sarebbe innamorato (cfr. Piccola pedagogia dell'erba), e verso i quali i programmi stellari degli stessi soggetti candidati promettono immediata igiene e altre velleità, raffigurano ritratti manieristi photoshoppati, in tailleur o giacca e cravatta, perfettamente in posa, congelati, così irreali che è lecito pensare a una sorta di alienazione di duplice cifra stilistica: la trovata retorica da un lato, e la trasfigurazione della personalità dall'altro.

La tenerezza di tali messaggi negli sguardi sorridenti, seducenti, secondo me lascivi (e seguiti da un non stucchevole sentimentalismo), è notevolmente accentuata quando curiosi buontemponi, ben nascosti dalla notte, con un pennarello rispondono geneticamente a processi magico-culturali effettuati in passato su meravigliose grotte (Altamira, Lascaux, Addaura, ecc.), incidendo segni grafici di difficile traduzione letterale, ma altamente volgari, e immensamente divertenti.

Dal semplice annerimento di un dente all'apposizione di lunghe paia di corna, dall'accecamento di un occhio a organi umani eticamente inenarrabili - i nostri organi, crudi alla vista - disposti a mo' di "arredamento" del ritratto.

Seppure tali operazioni di scherno siano differenti nella tecnica, il senso del gioco, dell'invadenza sull'immagine, su un'immagine di altro autore, resa personale, e dunque sede dell'istinto, è ampiamente presente nella mostra "Kind", di Demetrio Di Grado. Ritengo che la sincronia sia accaduta casualmente, anche se spesso il caso predice e segue le cause.

Dall'atmosfera street, laddove l'ispirazione di Demetrio ha forma, egli propone i suoi collage analogici: piccoli spartiti metaforici che vanno letti sempre insieme al titolo; bibliograficamente rivolti ai nativi digitali, a una Catania spaccata a metà, tra vera primavera e mortuario rinnovamento politico, o a un'Italia confusa tra mille contraddittori "contratti" sintetizzati dal bacio omosex del palermitanto Tvboy a Roma.

I collage di Di Grado valgono per sincero sunto di un più generale sguardo all'immagine dell'appariscente e luminescente mondo contemporaneo, naufragato tra cristalli liquidi e annullamento dell'identità.

"La trascendenza è esplosa in mille frammenti che sono come pezzi di uno specchio in cui vediamo ancora riflettersi furtivamente la nostra immagine, appena prima di sparire" (J. Baudrillard, La sparizione dell'arte).

La mostra, alla galleria Koart:Unconventional Place, è stata curata da Francesco Piazza, il quale ha scelto un allestimento che fa fede al rimaneggiamento ludico della figura.

E sì, perfettamente analogico, anche fuori la galleria (e ci mancherebbe!). Una figura che risulta minimale e barocca, essenziale e traboccante. Una figura della quale abbiamo perduto la sua cornice senza accorgercene, riconoscendo unicamente i nostri sbiaditi ologrammi, dagli effetti senza rughe o con gli occhi a palla, in un orrendo selfie scattato dallo smartphone.

Che fine abbia fatto l'immagine, l'immagine del tempo e del mondo, lo capiremo alla fine di questa paleolitica era multimediale, piena di mostri saltati fuori dalle fiabe, che sembrano ossessivamente in cerca di segni grafici di difficile traduzione letterale da apporre sul loro nome, stampato su una puzzosa scheda elettorale.

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