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Chi se la sposava faceva una brutta fine: l'altra storia del monastero di Santa Caterina

La storia del monastero di Santa Caterina d’Alessandria a Palermo, anche se può sembrare strano, è strettamente collegata a San Domenico: tutto iniziò così

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 11 maggio 2020

Un particolare del dipinto del '400 di Santa Caterina attribuito al "Maestro di Bruges"

Un giorno San Domenico De Guzman, mentre stava tornando dopo aver comprato una chilata di pelli secche che si usavano per scrivergli sopra, trovò un gruppetto di punkabbestia con i cani che chiedevano l’elemosina vicino al semaforo.

Inizialmente cambiò marciapiede per camminare dall’altro lato della strada, poi, siccome alla fine era picciotto di cuore grande, tornò indietro e disse: «Fai bene e scordatillu, fai male e pensaci».

In realtà non è che disse proprio questo, disse: «Come posso studiare sulle pelli morte mentre tanti miei fratelli muoiono di fame…». Ma la sostanza che è prese le pelli, se le andò a vendere a uno che comprava cose di seconda mano e li sfamò: «Ti pare a te, te li vai a bere tutti e non gli compri da mangiare ai cani, ah!».

Ecco, la storia del monastero di Santa Caterina d’Alessandria di Palermo, anche se può sembrare strano, è strettamente collegata a San Domenico.



Tutto parte da un signore che si chiamava Ruggero Mastrangelo e che era, secondo alcune cronache, il marito di quella povera Elena di Troia in versione palermitana che, durante una tranquilla Pasquetta di arrostitine e tocchi di vino a Santo Spirito, ebbe la sventura di imbattersi in un soldato francese che si chiamava Droetto e che, spronato da una scommessa fatta con gli amici, di quelle del tipo: “non te la fidi ad andarci!”, si presentò al suo cospetto e vastasamente cafuddò: "Tu me fais du sang!" (gli faceva sangue in pratica).

Accadde di tutto: insulti, colpi di spada, testate nel petto alla Materazzi con Zidane; insomma, tutto il macello che ne seguirà prenderà il nome di Vespro del 1282.

Ruggero Mastrangelo, che era uno sistemato, pulito, rispettoso, che si faceva la doccia, divenne in breve tempo un grande influencer tanto da essere eletto di lì a poco Capitano del popolo, proprio grazie all’impresa della cacciata dei francesi.

Ora, sicuramente doveva essere un bravissimo capopopolo e anche un grande condottiero. Tuttavia, la moglie Palma, così si chiamava, non era contenta di come compiva il suo dovere di marito e spesso andava dalle amiche e disperata ne diceva: «Quello appena tocca il cuscino si mette a russare e mi lascia tutte le sere in tredici!» - «Matri, mio marito pure lo stesso è! Ma che hanno il sangue morto, hanno?».

Finalmente, però, forse per virtù dello Spirito Santo, forse perché la sera prima al teatro avevano passato "Nove settimane e mezzo", Palma quella sera si prese di coraggio e fece uno spogliarello alla Kim Basinger dietro tenda di damasco, che non era esattamente trasparente come la serranda, rianimando così i bollenti spiriti di Ruggero che perciò la lasciò contenta e incinta.

Tanto l’aspettarono, tanto fu desiderata, la bambina, che la chiamarono Benvenuta. Ruggero però non era perfetto: era infatti molto amico dei domenicani - di cui dicevamo prima - della chiesa di San Matteo del Cassaro e pure Benvenuta, che intanto era cresciuta e si era fatta grande, ne era diventata amica, tanto che, dopo anni e anni che suo padre e sti benedetti domenicani facevano progetti che non andavano mai a termine, fu proprio a lei che venne l’idea di fare un monastero di tutte donne.

Benvenuta era bella e avvenente ma, pure lei, aveva un difetto: appena si metteva con uno, quello, moriva di subito. Il primo che si asciugò fu un certo Orlando (non era antenato del sindaco) Aspello, giovane ghibellino di origini umbre che possedeva delle terre ad Agrigento e Salemi: caput e pace all’anima sua!

Il secondo che si asciugò fu un altro ghibellino (e che l’avevano d’oro sti ghibellini!?), toscano questa volta, che aveva davvero un nome importante: Guglielmo Aldobrandeschi, conte di Santa Fiora. Ruggero e Palma felici si strofinarono le mani pensando di avere fatto sei al superenalotto e, per festeggiare, ordinarono babbaluci per tutti i frati domenicani di San Matteo.

Questi Aldobrandeschi erano veramente dei porci grossi: erano così importanti che pure Dante nel canto XI, mentre si fa una camminata per il purgatorio insieme a Virgilio, incontra Omberto Aldobrandeschi che, per la verità, era un tipo veramente fastidioso perché non faceva che ripetere: “la mia famiglia di qua, la mia famiglia di là, io ho, noi abbiamo…”.

Era talmente fastidioso che pure Virgilio fece segno di calargli la testa come i babbi e gli confessò che si trovava nella cornice dei superbi proprio perché il Signore e San Pietro non lo avevano voluto manco regalato. E fu lui stesso, Omberto, ad ammetterlo: “E qui convien ch’io questo peso porti per lei (la mania di elencare tutte le proprietà intendeva), tanto che a Dio si sodisfaccia, poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti”

Benvenuta era veramente appagata di questo matrimonio, ma non per Gugliemo che tanto stava tutto il giorno d’avanti allo specchio a dire: “Uh, che belle mani che ho! Uh, come mi sta bene questo corpetto!”, tanto, piuttosto, per il titolo che aveva acquisito e con cui si annacava tutta: contessa palatina di Santa Fiora.

Sicché, dato che nulla è per sempre, un giorno che Guglielmo se la stava scialacquando di fronte allo specchio, facendo: "Uh, che belle scarpe che mi sono comprato! Uh, che gambe lunghe che ho!” gli venne un colpo e morì: caput e pace all’anima sua pure a lui!

Benvenuta rimase vedova e ricca – tipo Grace Kelly col foulard al vento - e, il 13 settembre 1310 ordinò che fosse costruito un monastero di ordine domenicano per sole donne nelle case di sua proprietà nel quartiere del Cassaro. E, siccome era pure un poco strana, la contessa Benvenuta di Santa Fiora, non dedicò il monastero a nessuna Santa o Santo.

Lo affidò semplicemente ai domenicani e donò tutti i suoi beni che possedeva dedicandosi solo alla costruzione, all’arredamento e al design del monastero. I domenicani, della storia delle pelli di San Domenico de Guzman se ne fotterono altamente a quel punto: tutti quei piccioli facevano tornare la vista agl’orbi, giustamente.

Ma Benvenuta, che pare che non capiva ma capiva tutte cose, ancora una volta fu lungimirante e, per evitare che i frati alla sua morte si prendessero a colpi di aspersorio e sputazzate per spartirsi tutto e poi lasciarla marcire in un qualche sotterraneo, chiamò il notaio dettando le sue ultime volontà.

Pretese che venisse celebrata periodicamente messa per suo marito Guglielmo e per suo padre Ruggero che sul letto di morte dovette pensare che se mai, nella prossima vita, avesse avuto un’altra figlia, al posto che Benvenuta, l’avrebbe chiamata “Statti unnè ca si”.

Dispose inoltre che, quando fosse arrivata la sua ora, il corpo venisse custodito nella cappella di Sant’Orsola, che si trovava dentro la chiesa di San Domenico, per poi, a lavori terminati, essere riportato al monastero che più tardi si sarebbe chiamato Santa Caterina. Poco tempo dopo Benvenuta morì.

Sua madre venne nominata esecutrice testamentaria ma s’ammalò pure lei e, poco prima di morire, destinò tutti beni della famiglia al completamento del monastero voluto da Benvenuta.

Lo storico domenicano Tommaso Fazello (un domenicano con manie strane, perché stava mattina, giorno e sera a cercare ossa di giganti) ci riferisce che, a suo tempo, metà del Cinquecento, il blasone di Palma Mastrangelo era ancora in bella vista sopra la porta del monastero di Santa Caterina.
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