CURIOSITÀ

HomeMagazineSocietàCuriosità

Cinquanta sfumature di "cascittune": se non lo hai detto tu, te lo hanno detto (almeno una volta)

Se a Palermo ci mettiamo a contare le sfumature e le varianti di questa parola ci perdiamo di casa. Ma vediamo un po' da dove proviene. E badate bene a tenervelo per voi!

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 14 giugno 2021

Dettaglio di una fotografia di Henri Cartier Bresson

Quando si chiedeva alla maestra di fare smettere il compagno del banco dietro, che si passava tutta la mattinata a cafuddare scocci i coddu (schiaffetti affettuosi sotto la nuca) o sputarvi palline di carta insalivate, sparate con l'involucro della penna trasformato in cerbottana, puntualmente, partiva l'insulto: «Spione e sbirro!», o ancora «Muffittune!».

Se poi ad accusare il compagno del banco di dietro non eravate voi in persona ma era un terzo compagno, che non glielo portava nessuno a non farsi i fattacci propri!, l'insulto saliva di livello: «Buscetta!» (ebbene si, nei primi anni '90, in qualche scuola, i bambini si riempivano la bocca di questo cognome - probabilmente non sapendo nulla dei retroscena - che per l'occasione era diventato un vero e proprio insulto).

Parlare assai, cantare, me l'ha detto un uccellino, si dice il peccato ma non si dice il peccatore, soffiare, spifferare, vuotare il sacco, buttarsi pentito (e il buttarsi è quanto mai indicativo): altro che Cinquanta sfumature di grigio, se a Palermo ci mettiamo a contare le sfumature e le varianti di questa parola ci perdiamo di casa.



Mi sono sempre chiesto se questa componente omertosa è entrata in gioco in un certo momento preciso della nostra storia oppure se ha sempre fatto parte del nostro DNA, poi ti sovvengono proverbi della nonna tipo "Cu si fa i cazzi sua campa cent'anni" (chi si fa i fatti suoi campa cent’anni) e forse si è più portati a protendere della seconda opzione. Eppure Guy De Maupassant, il famoso scrittore francese, non la pensava così; infatti apre il suo "Viaggio in Sicilia" con le seguenti parole: «In Francia, si è convinti che la Sicilia sia un paese arcaico, impervio e perfino malsicuro da visitare. Di tanto in tanto accade, beninteso, che qualche viaggiatore, che passa per audace, s'avventuri fino a Palermo e, al ritorno, elogi tale città ritenendola molto interessante».

E anche parlando di quelle donne di nero vestite e pelose, che abbassano lo sguardo alla presenza di un uomo, ci racconta una verità opposta a quella che vediamo nei film: «Le donne, avvolte in scialli dai colori vividi, rossi, blu o gialli, conversano davanti alle loro porte e vi guardano passare con occhi neri che brillano sotto una selva di capelli scuri» (seconda metà dell'800 stiamo parlando, ah).

Ma fateci capire, quando si parla di pregi dobbiamo dire grazie alle dominazioni e quando si parla di difetti la colpa è dei siciliani? Parlando con l'amico scrittore Ivo Tiberio Ginevra, a proposito delle sfumature che assumono certe parole, tra le varianti di spione e bla bla bla, me ne segnala una che avevo completamente dimenticato: cascittuni (letteralmente grande cassetto).

Bisogna partire col dire che nel 1842 i detenuti vengono trasferiti dal vecchio carcere della Vicaria al nuovo costruito dai borboni e chiamato Ucciardone, dal francese chardon, cioè cardi, perché eretto su un campo di carciofi o cacocciola che dir si voglia. Il vecchio carcere fu costruito nella seconda metà del 500 e si trovava nei pressi di piazza Marina, con ingresso su via Vittorio Emanuele e prospetto sulla Cala.

Ivo, a tal proposito, mi racconta che a spiegare il significato di Cascittuini ci pensa Benedetto Naselli un avvocato incarcerato proprio alla Vicaria che, nel suo “I misteri di Palermo”, racconta in modo molto dettagliato la vita carceraria del tempo, svelandoci anche l’orgine di tale insulto. In questo carcere venivano internati i delinquenti, si fa per dire, comuni: ladri, assassini, violentatori, truffatori e persone che ascoltavano a tutto volume la musica neomelodica; i nobili o chi si macchiava di reati sovversivi contro le autorità venivano invece rinchiusi al Castello a Mare, all’interno del quale circolavano pressochè liberamente. In realtà, se vogliamo essere precisi, dal carcere della Vicaria passavano anche i nobili, che spesso stavano ai pani supeiori, ma solo per un breve periodo e in attesa di essere spostati altrove.

Al piano inferiore invece ci stavano ammassati tutti quei malacarne (poco di buono) in attesa di processo o di scontare la pena che si passavano il tempo a giocare a dadi, scommettere o chiedere l’elemosina ai passanti attraverso le sbarre. La permanenza al villaggio vacanze in teoria era a carico delle casse regie, però, siccome munnu ha stato e munnu sarà (cioè, mondo è stato e mondo sarà), i soldi si perdevano quasi sempre strada facendo e il carcerato, se li aveva, era costretto ad affidarsi ai parenti; se non ne aveva veniva spogliato pure degli stracci che indossava (da questo restare in mutande).

La Vicaria, come ogni buon paradosso pretende, teneva le camere di tortura ma non teneva infermeria; ragion per cui se un detenuto stava troppo male o se se stava cogliendo (a un passo dalla morte) veniva trasportato in portantina fino all'Ospedale Grande che era situato nelle vicinanze di villa Bonanno (Palazzo Sclafani). Per chi è palermitano conosce benissimo il percorso; per chi non lo è, bisogna pensare che si trattava di risalire quasi totalmente tutto il Cassaro, cioè la via Vittorio Emanuele che ad oggi (dico ad oggi perché nel corso dei secoli ha subito variazioni) misura 1,8 km.

Trasportato dai vastasi (così si chiamava chi portava le sedie volanti) e scortato dalle guardie, giunto all'Ospedale Grande il disgraziato si trovava di fronte 6x6 mt di orrorifica pittura, che altro non era che il famoso Trionfo della Morte (oggi a Palazzo Abatellis), che stava li a ricordare a tutti gli ammalati che tanto, prima o dopo, dovevano morire lo stesso. Per Tornare alla questione del cascittuni, si trattava di una grande cassetta (per questo “cassettone”) nella quale venivano raccolti tutti i escrementi dei detenuti del carcere della Vicaria (solitamente situato in un’area a parte) e che doveva essere un piacere per il naso.

Perché quelli che parlavano assai venivano chiamati cascittuni? Semplice, perché il trattamento riservato alle spie prevedeva che gli si prendesse la testa e gli si infilasse (per la serie Malizia profumo di intesa) dentro il casciuttini. Per questo motivo, dato che niente era più schifoso del cascittuni, ancora oggi, questa parola è sinonimo di spione, ovvero uomo di poca dignità. Concludendo, io, dalla mia, vi ho riportato solo quello che scrisse l'avvocato Naselli e non voglio responsabilita.

Ora che lo siete venuti a sapere pure voi, mi raccomando, cantatevela!
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci:
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

ARTICOLI RECENTI