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Come Romeo e Giulietta ma in Sicilia: un castello è il custode di una storia misteriosa

Questo castello non sorge improvviso e solenne in aperta campagna ma in città e il suo nome rimanda alla purezza delle divinità: ecco la storia e che lo rende così famoso

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 9 giugno 2020

Il castello Leucatia a Catania (foto Fb Catania Bedda di Giuseppe Spampinato)

Ha una strana posizione, il castello di Leucatia. Non sorge, improvviso e solenne, in aperta campagna, tra la vegetazione che lo assiepa, né sul colle di un qualunque paese, segnando le sue stesse mura l’identità del luogo. È un castello di periferia, nei pressi del quartiere Barriera del Bosco, a Catania, in un luogo che da sempre ha fortissimi richiami al mondo dell’occulto e del paranormale.

Secondo la reputazione che lo accompagna, il castello di Leucatia nasconde un terrificante mistero, nebbiose entità che affollano le sue stanze infestandole con urla spaventose e acuti lamenti che risuonano di notte con la paura della propria eco. È strano, questo luogo, anche per il suo aspetto bizzarro e la storia recente della sua fondazione.

L’edificio fu fatto costruire nel 1911 da un ricchissimo commerciante ebreo – la cui origine è orgogliosamente testimoniata dalle stelle a sei punte che si trovano lungo i merli dei torrioni del castello – con l’intenzione di farne dono alla figlia come regalo per le sue nozze.



L’idillio muta presto in una tragica storia di morte, e la morte con l’enigma della dannazione eterna e di una pena infinita. Erede delle immense fortune della famiglia, la giovane Angelina Mioccio – questo il suo nome – era innamorata di un suo lontano cugino, Alfio, giovane di bell’aspetto ma di bassa estrazione sociale. Era un amore libresco, fatto di sguardi fuggevoli, di fantasticherie romantiche, di colloqui intimiditi.

Senza una rendita propria, alle dipendenze del ricco ebreo, Alfio non ebbe mai il coraggio di chiedere in sposa Angelina, temendo di perdere il lavoro, e gli venne fatto di rinunciare all’amore per la facoltosa e bella cugina. Infranti i sentimenti alle ragioni dell’opportunità, con buona pace della famiglia che non vedeva di buon occhio l’amore fra giovani di così diverso rango, non appena la figlia compì diciotto anni il padre si decide a concedere la sua mano a un ricco avvocato di dieci anni più vecchio di lei.

Angelina si oppose, si batté con tutte le sue forze contro il matrimonio, ma tutto era stato pianificato e prescritto, nella immutabilità delle relazioni combinate. Il castello di Leucatia avrebbe dovuto essere la degna dimora degli sposi, e i lavori erano quasi ultimati, se non fosse stato che Angelina capì che contro l’ingiustizia del padre avrebbe potuto compiere un solo gesto, terribile e definitivo, che la affrancasse da una condanna eterna all’infelicità coniugale: il suicidio.

Così la giovane mise fine ai suoi giorni, gettandosi proprio dal terzo piano del castello, sconfitti i benefici della ricchezza, e dovette subire un ultimo affronto dal padre, che, in preda ad un amore cieco, la fece imbalsamare per preservarla nella sua bellezza ai posteri; e fu seppellita, in questa messinscena grottesca, nella cappella gentilizia del cimitero di via Acquicella.

Ebbe fine la sua presenza fisica, ma non l’energia spirituale delle sue passioni frustrate. Passò poco tempo, e la famiglia di Angelina mise in vendita il castello. Il nuovo proprietario, che lo aveva acquistato per adibirlo ad abitazione privata, cominciò a sentire rumori strani e lamenti improvvisi, lungo i corridoi, e apparizioni di presenze impalpabili.

Un fantasma le cui urla gelavano il sangue, terrorizzando l’uomo, che interruppe i lavori di ristrutturazione del castello e letteralmente scappò via. È Angelina, senza dubbio, che trascina la sua pena oltre il tempo della storia fisica degli uomini. È lei, ma potrebbe non esserlo, perché pare che il castello fosse stato costruito su un’antica necropoli, risparmiato miracolosamente durante la guerra dai bombardamenti.

Un tempio bianco, pagano, e misterioso, cui rimanda lo stesso nome del castello il cui toponimo Leucatia deriva del greco leucos (bianco) e catria (divinità). E quelle anime sotterranee non accettano estranei, o si sono fatte complici con Angelina per tenere distanti i vivi. Il castello di Leucatia, con i suoi spettri, fu definitivamente abbandonato, ridotto esso stesso a un fantasma di cemento, mortificato dall’incuria e dalle aggressioni notturne.

Negli anni Sessanta il Comune di Catania lo acquista, senza un progetto per rifunzionalizzarlo e restituirlo alla comunità, che del resto ne conosce l’oscura fama, e diventa accidentale dimora di senzatetto in cerca dei ripari di un giaciglio. Agli inizi del nuovo secolo, però, l’Amministrazione Civica inizia i lavori di restauro, e oggi il prezioso edificio ospita una pregiata e ricca biblioteca pubblica e un centro culturale.

Ma Angelina è lì, malinconica, ossessivamente imbronciata, in un dolore senza requie, in questo terreno che nell’antichità vide compiersi riti mistici ed esoterici. Appare di notte, quando è tutto chiuso, le imposte serrate, le luci spente. Come in una classica storia di spettri, molto anglosassone, che sembra uscita fuori da qualche racconto di Sir Arthur Conan Doyle, i cui libri certamente non mancheranno fra gli scaffali della biblioteca, vegliati e custoditi dalla povera Angelina, che spesso è veduta mentre si affaccia dalla finestra della torre da cui si gettò perché non aveva potuto avere l’amore.
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