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Da Mazara gira il mondo ma torna in Sicilia: Leila e il suo sogno per le donne migranti

Ascoltarla alimenta un momento di speranza per l'integrazione globale soprattutto sul tema delle donne della migrazione vivono delle disuguaglianze maggiori

Jana Cardinale
Giornalista
  • 1 ottobre 2023

Leila Hannaci

È appena rientrata da Marsiglia, dove ha partecipato a "Med 2023, Recontres Méditerranéennes, Mosaïque d'espérance", un festival mediterraneo interculturale aperto a tutti, che ha riunito 120 vescovi e giovani provenienti da 30 paesi del Mediterraneo, e ha accolto Papa Francesco, perché il mosaico di popoli, culture, religioni che compongono il Mediterraneo costruisca e condivida la stessa speranza.

Leila Hannachi vive a Mazara del Vallo, è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Catania e ha conseguito un master in Didattica dell’italiano a stranieri e le nuove tecnologie, presso il Middlebury College, nel Vermont (USA).

Ha anche frequentato l’Institut Bourguiba des Langues Vivantes, per perfezionare la conoscenza della lingua araba e come insegnante tecnico-pratico della stessa lingua, ha lavorato al Liceo Cipolla-Pantaleo-Gentile di Castelvetrano.

La seconda laurea l'ha presa in Studi Interculturali e Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi di Enna, Kore, e di sé dice: «Prima di sentirmi italo-tunisina, io mi sento cittadina del mondo, poi europea, poi siciliana e poi mazarese».
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Da linguista, specializzata in studi interculturali, opera nel settore dell'inclusione sociale già da alcuni anni a livelli diversi, con minori, neomaggiorenni e adulti, ricoprendo vari ruoli: mediatrice interculturale, orientatrice, educatrice e insegnante di Italiano L2.

Tante le sue competenze in attività e fenomeni di natura sociale, culturale, educativa, quali educazione globale, migrazione, inclusione, diritti umani, le sfide del Mediterraneo. Particolarmente importante per la sua formazione è il Dottorato di ricerca conseguito in Inclusione sociale nei contesti multiculturali.

Nell’ambito dei propri studi ha maturato specifiche competenze in tema di Geopolitica economica, e parla e scrive correntemente in italiano, arabo, inglese e francese.

Ascoltarla alimenta un momento di speranza, affinché, davvero, l'integrazione globale, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo, e dei nostri contesti, in modo specifico, diventi obiettivo prossimo e plausibile.

«Sono Leila Hannachi Mannone. Anche se all'anagrafe il secondo cognome non compare ancora, per me è importante farmi chiamare anche con il cognome di mia madre.

Sono figlia di madre siciliana e padre tunisino, sono figlia delle due rive del Mediterraneo. Appartengo a questo mare, a tutto quello che c'è dentro e attorno: la storia, le tradizioni, le bellezze, le avversità, le sfide e il futuro.

A Marsiglia ho incontrato dei giovani liceali marsigliesi a cui ho raccontato cosa significa appartenere al Mediterraneo parlando di identità ibride, pluri-appartenenza, co-responsabilità, destino comune e impegno nella gestione delle sfide del nostro tempo in un'ottica cosmopolitica.

La prospettiva della pluri-appartenenza e della cittadinanza globale ha determinato le mie scelte formative e continua a determinare il mio operato.

Lavoro nel terzo settore in diversi progetti, tutti accomunati dalla missione dell'inclusione sociale, che preferisco in realtà chiamare "coesione" e "giustizia sociale"».

Particolarmente sensibile al rispetto e alla promozione dei diritti dei migranti e delle donne, alle pari opportunità e alla lotta alle disuguaglianze, Leila partecipa a incontri e saloni culturali sui temi in questione, e ha insegnato italiano a stranieri sia in contesti formali, come all'Università, che in contesti non formali, quali i centri di accoglienza.

È importante ciò che dice sulle donne della migrazione e sul ruolo che svolgono nel contesto mazarese ancor di più, dove nella maggior parte dei casi i padri delle famiglie di origine migratoria sono impegnati nel lavoro della pesca e quindi passano molto tempo lontano dall'ambito domestico e cittadino.

«Sono le madri che si occupano della cura, dell'educazione e di tutto ciò che comprende l'inclusione sociale dei propri figli. Sono le prime ad imparare la lingua e fanno meno fatica a relazionarsi nella vita culturale, sanno vivere e gestire i conflitti con più naturalezza e armonia.

Io sento di appartenere a questo background culturale, e mi piace evidenziare come il saper abbracciare il concetto di plurilinguismo non conflittuale per le donne sia naturale.

Le donne della migrazione vivono delle disuguaglianze maggiori, perché oltre a essere donne sono anche emigrate, e spesso provengono da ambienti poveri in cui si sovrappongono le disuguaglianze, e per questo diventa ancor più complicato farsi spazio in una società che diventa più tribale, in cui le identità culturali e le appartenenze religiose vengono vissute come gabbie e non come risorse per aprirsi all'alterità.

In questo, comunque, le donne sono più brave, come dicono gli studi e le statistiche».

Leila è stata anche tra i protagonisti del film documentario "Nelle scarpe di mio padre" di Carlo Benso - proiettato per la prima volta a Mazara nei mesi scorsi - che racconta la storia e le storie di migrazione del Mediterraneo e del forte legame tra la Tunisia e Mazara del Vallo.

Il film è stato girato a Mazara con la partecipazione di diverse voci dei settori sociale, educativo, politico e della pesca. In un momento storico come quello attuale, la sua attenzione e la sua competenza solidale nei confronti delle donne è motivo di conforto.

«Mi occupo di migrazione, integrazione, inclusione sociale – conclude - e sto a stretto contatto con le donne di origine straniera.

Ci sono tantissimi studi che dimostrano come le donne rispetto agli uomini abbiano una capacità di adattamento migliore ed effettivamente riescono a diventare protagoniste del loro processo di inclusione sia da un punto di vista culturale, scolastico, di cura, di relazione con l'altro.

Però purtroppo ancora da un punto di vista politico normativo se parliamo di disuguaglianze intersezionali, c'è molto da fare.

Ciononostante quello che mi sento di dire a queste donne della migrazione è di continuare a forgiarsi, di puntare alla forza della resilienza, e di non perdere questo spirito, questa voglia di riscatto sociale che hanno».
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