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Da paradiso a luogo di vizi e depravazione: Villa Scabrosa, che nacque dalle ceneri di Catania

Il principe Ignazio Paternò Castello si fece promotore di un progetto edilizio che avrebbe dovuto riscattare la città da un funesto e catastrofico passato. Villa Scabrosa, oggi scomparsa, ne faceva parte

Livio Grasso
Archeologo
  • 30 settembre 2021

Villa Scabrosa in un dipinto del British Museum drawing

Dopo la devastante eruzione del 1669 la città di Catania era divenuta un cumulo di macerie. Definito come l’anno della cosiddetta “ grande ruina”, questo evento catastrofico condizionò radicalmente la storia urbanistica del versante meridionale dell’Etna modificando l’assetto del territorio, lo sviluppo dei centri abitati e l’insieme delle attività produttive ed economiche dei secoli successivi.

Ciononostante il popolo catanese non si fece prendere dallo sgomento e, con fatica e dedizione, si adoperò per
rigenerare il tessuto urbano del capoluogo etneo. In questo scenario storico non si può omettere uno dei più grandi protagonisti della palingenesi di Catania.

Stiamo parlando proprio di Ignazio Paternò Castello, conosciuto come V Principe di Biscari. Uomo di grande ingegno e cultura, nutriva una profonda passione per l’arte e l’archeologia. A lui dobbiamo il restauro di alcuni monumenti storici che altrimenti avremmo perduto; in particolare, sappiamo che acquistò un lembo di terra vicino almare ubicato nei pressi dell’attuale Castello Ursino.



A ridosso di quest’area, colpita dalla funesta colata, il principe pianificò la costruzione di una villa monumentale. Sitratta della rinomata Villa Scabrosa, conosciuta anche come “Villa Lava” e ricordata come una vera e propria oasi nel deserto per l’abbondanza di pietra lavica che ricopriva il territorio circostante. Mosso dal desiderio di riqualificare la zona, il principe si fece promotore di un progetto edilizio che avrebbe dovuto riscattare la città catanese da un funesto e catastrofico passato. Gli enormi blocchi di pietra lavica che, ormai, tappezzavano ogni luogo spronarono il Biscari ad abbellire il centro cittadino.

A partire da questo intento, dunque, vennero gettate le premesse per la realizzazione di un sontuoso giardino che incarnasse l’emblema della gloriosa rinascita di Catania dalle ceneri. I lavori iniziarono alacremente e si procedette a delimitare il perimetro del grande parco con un recinto; si dice, inoltre, che all’interno di esso furono piantati svariati alberi e piante di rara specie. È opinione comune credere che venne pure deviato il corso del fiume Amenano per ricavare due laghetti entro cui introdurre una gran moltitudine di pesci e uccelli acquatici.

Secondo le fonti questo scenario naturalistico era circondato proprio dalle rocce laviche che, in tal maniera, rientravano nell’apparato decorativo del giardino. Luogo di straordinario incanto ben presto divenne un’icona monumentale per tutti i cittadini, orgogliosi ed entusiasti di ostentare una meraviglia simile. Sappiamo, inoltre, che nelcorso del diciottesimo secolo molti viaggiatori stranieri, dopo aver visitato la “Villa”, riportarono nei loro diari le bellezze dell’armonico complesso botanico.

Varie testimonianze lo descrivono come se fosse un angolo di paradiso pervaso da un’avvolgente quiete che infondeva sublime benessere. Tuttavia, come molti potrebbero pensare, l’appellativo “scabrosa” cozzerebbe un po' con quanto appena raccontato. Infatti, stranamente, fu proprio questa purezza incontaminata ad innescare l’inesorabile declino del tanto decantato “locus amoenus”, di lì a poco divenuto un vero e proprio covo di indecenze e “malaffari".

Nel giro di poco tempo, dunque, il cosiddetto “orto delle meraviglie” rivestì i panni del vizio e di un’immonda depravazione. Proprio qui, infatti, i nobili catanesi si radunavano per compiere delle malefatte e, soprattutto, per amoreggiare furtivamente con delle giovani fanciulle.

Oltre a ciò, non mancarono nemmeno le critiche di alcuni concittadini che nell’acqua stagnante dei laghetti vedevano la fonte di numerose malattie. Il continuo verificarsi di scandali e atti illeciti indusse gran parte degli abitanti a non frequentare più il giardino, ormai invaso da individui scostumati e licenziosi. Tuttavia i guai non cessarono di manifestarsi, anzi, si moltiplicarono rovinosamente.

Dopo la morte del principe, gli eredi, gravati dai debiti del padre, furono costretti a smantellare l’intero complesso e vendere tutti i terreni di cui erano in possesso; dunque, della Villa non rimase più alcuna traccia. Ad oggi, il ricordo di questo paesaggio bucolico-romantico è immortalato solamente nella toponomastica cittadina.

Non a caso, nei pressi della nota “Playa” si trova la via Villa Scabrosa, probabilmente situata nell’area in cui un tempo sorgeva il maestoso parco.
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