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Da Scordia fa incontrare i compaesani nel mondo: una "missione" da 35 mila seguaci

Dopo la sua esperienza da emigrato in America, Alessandro ha creato la pagina Facebook "Scordiensi in the World" dando vita a una vera e propria famiglia virtuale

Federica Cortegiani
Giornalista pubblicista
  • 4 aprile 2022

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Intere famiglie che non erano conoscenza dell'esistenza reciproca si sono conosciute grazie a lui, per la prima volta dopo decenni. Storie d'amore di prigionieri in Australia, aneddoti dimenticati che tornano a galla spinti da quella nostalgia che accomuna la maggior parte dei siciliani emigrati all'estero.

E, per ultima, la scoperta di una vera e propria "colonia" di siciliani in Australia che, in un quartiere del comune di Packenham, hanno dato alle vie i nomi di alcuni paesini dell'entroterra siciliano, tra cui Caropepe Avenue, Belvedere Avenue, Licodia Avenue, Scordia Avenue.

C'è questo e molto altro dietro quella che, solo in apparenza, potrebbe sembrare una delle tante pagine create su Facebook per andare alla ricerca dei propri compaesani sparsi in giro per la Terra.

C'è infatti una forte volontà di dare un'identità al proprio paese, spesso dimenticato, e un grande amore per la Sicilia dietro la nascita di Scordiensi in the world, la pagina Facebook creata nel marzo 2019 da Alessandro Rizzo.



Nato, cresciuto (e tornato) a Scordia, in provincia di Catania, Alessandro - dopo una breve esperienza da emigrato in America - ha deciso così di riunire, far conoscere e anche far incontrare fisicamente gli scordiensi sparsi nel mondo, dando vita a quella che potremmo definire a tutti gli effetti una grande famiglia virtuale.

In soli tre anni, infatti, la pagina è cresciuta talmente tanto che oggi conta ben 35 mila followers. Un risultato inaspettato per Alessandro che si definisce una sorta di "Raffaella Carrà al maschile".

Sì, perché il suo lavoro non si ferma alla ricerca privata dei compaesani, ma va oltre, coinvolgendo ad esempio i concittadini che vivono all'estero a creare a loro volta delle community di "Scordiensi in Australia" e organizzando dei veri e propri incontri in stile "Carramba, che sorpresa".

« Ho cercato di dare un'identità al mio paesello, molto spesso dimenticato, creando una famiglia virtuale che prima non esisteva - racconta Alessandro -. Sono riuscito in questi anni a far incontrare tantissimi compaesani in qualsiasi parte del globo, dall'Australia all'America. Abbiamo organizzato raduni a Bruxelles, pic nic in Australia».

Ma non solo. Alessandro si è talmente appassionato alla "missione" da andare alla costante ricerca di documenti antichi che diano traccia di cittadini nati a Scordia.

«Vado sugli archivi storici per cercare scordiensi emigrati, ho trovato tanti libri che parlano di Scordia e sono venuta a conoscenza di storie pazzesche che risalgono persino alla Seconda guerra mondiale - racconta -. Penso ad esempio alla storia di un prigioniero scordiense in Australia che si era innamorato della figlia di un fattore. Io tramite la pagina sono riuscito a rintracciare le due famiglie e a metterle in contatto tramite i social».

Ma come è nata l'idea di creare questa community?

«La pagina è nata dopo la mia breve ma toccante emigrazione in America, dove sono stato per appena tre mesi - spiega -. In quel periodo da emigrato ho sentito una forte mancanza per il mio paese, per le strade, il cibo e per tutte quelle "abitudini" di cui ci rendiamo conto solo quando ci allontaniamo dalla nostra terra».

Un giorno, passeggiando per la 18esima Avenue a Brooklyn, vedevo le insegne di tanti club e social club di paesi siciliani - aggiunge -. C'era il club di Sciacca, quello di Vizzini, di Val di Militello e di Ragusa. Invece il mio paese era quasi dimenticato, nessuno emigrante aveva pensato di dare un'identità a Scordia oltreoceano.

Appena sono tornato in Sicilia, la prima cosa che ho fatto è stato chiamare un mio amico di Scordia emigrato a Brooklyn, intervistarlo sulla sua esperienza e pubblicare questo video sulla pagina appena creata.

Questo fu il primissimo post, a cui sono seguite poi delle dirette video in cui andavo in giro per il paese. Pensavo che chi viveva oltreoceano, sentiva quella stessa mancanza che sentii io nei miei soli 90 giorni da emigato».

E, senza dubbio, il tempo gli ha dato ragione.
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