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Da un paesino palermitano a Manhattan: Francesco Realmuto, il pioniere del gelato a New York

I sogni e il duro lavoro vengono ripagati e oggi l'imprenditore di Baucina ha creato Realmuto Hospitality Group che comprende cinque marchi, con un investimento da 7 milioni di dollari

Marta Genova
Giornalista
  • 13 maggio 2022

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A Manhattan, diciotto anni, fa nessuno sapeva cosa fosse il gelato italiano artigianale. Oggi invece, il suo è considerato "il" gelato a New York e non solo.

Francesco Realmuto, 52 anni, è nato a Baucina, paese palermitano di 1800 abitanti. Dopo aver finito il liceo (e il servizio militare), nel 1989 decise di trasferirsi in America. «Sono venuto qui a 19 anni - mi racconta da oltreoceano -. Nella grande migrazione del '69-'70 c’erano anche i miei nonni materni e per questo ero già stato a New York, ma sempre e solo in vacanza, finchè, con mia sorella minore, ci siamo decisi: era il momento di trasferirsi. E così è stato. Dopo poco mi raggiunsero anche i miei genitori».

Il gelato all'inizio non era nei progetti di Francesco che non appena arrivato lavorò per due anni nelle costruzioni e poi, tramite un italiano anche lui immigrato negli States, iniziò un altro lavoro che fece per ben 12 anni: l'intagliatore di diamanti.



Ma la sua passione vera erano la cucina e la ristorazione, lo avevano appassionato fin da bambino, «dopo 12 anni a intagliare diamanti - avevo 35 anni - ho detto "o adesso o mai più", volevo dedicarmi alla ristorazione e ho deciso di fare il gelato, una cosa che amavo e che mi mancava tantissimo».

Una scelta tutt'altro facile, il gelato infatti è un prodotto stagionale e a New York l'inverno, freddissimo, è molto lungo. «Ho imparato a fare il gelato da un mio amico che aveva una gelateria, e poi mi sono perfezionato con maestri italiani che sono venuti in America. I primi 5 anni sono stati molto difficili - racconta -. Nessuno oltretutto qui sapeva cosa fosse il gelato, immagina ad esempio uno del Missipi che veniva in vacanza... Posso dire di essere stato il pioniere del gelato artigianale italiano qui a New York. Adesso, dopo 18 anni, la zona in cui ci troviamo, Chelsea marcket, si è trasformata, è cambiata in meglio, ai tempi non era niente di particolare, ma adesso siamo nel Meatingpacking District».

Da buon imprenditore ha lavorato di strategia e, visto il prodotto, il gelato, non poteva essere diversamente. L'Arte del Gelato Tradizione Siciliana è aperto infatti tutto l'anno a Chelesea market, Oculus e all'American Museum of Natural History, le aperture Estive sono invece a High Line, Lincoln Center Plaza e al Guggenheim Museum.

«Sette anni fa ho aperto in Chelsea Market anche una pizzeria, Filaga - continua -. Da ragazzino mi sono immanorato di questo paesino palermitano di 200 abitanti e mi sono innamorato della loro pizza ed è così che ho voluto dadicarle il nome del mio locale».

I sogni e il duro lavoro vengono ripagati e oggi Francesco Realmuto ha messo su Realmuto Hospitality Group che comprende 5 marchi: L'Arte del Gelato Tradizione Siciliana, Filaga Pizzeria, Realmuto Pasticceria, Tastalu Panini, Puya Tacos. Un investimento da 7 milioni di dollari gli permetterà di continuare a portare nella Grande Mela la sua Sicilia ma non solo, «Con la taqueria sono uscito "fuori dagli schemi" ma sempre trainato da una motivazione "emozionale". Le persone che lavorano con me sono quasi tutte messicane e mi sono innamorato della cucina messicana».

Le nuove aperture per Filaga sono previste per ottobre 2022 e saranno a West Village e Penn Station. Realmuto Pasticceria invece si prepara a una nuona a pertura a dicembre di quest'anno nel West Village. Apertura estiva invece per Tastalu Panini in High Line. Puya Tacos de Puebla invece, come dicevamo, apre ad ottobre al Rockefeller Center.

Tutto quello che fa, mi racconta, lo fa perché sono esperienze che ha vissuto, non è solo business, sono emozioni vissute, «Filaga mi ricordava un posto che mi manca molto, come la scelta di fare il gelato, una cosa che amo e che mi mancava anch'essa. La pasticceria... lo stesso. Qui non esiste la pasticceria intesa per come la intediamo noi, soprattutto quella di una volta, cannoli, torte, noi mettiamo cura e attenzione che viene poi riconosciuta».

A New York, d'altra parte (e purtroppo) la comunità italiana, siciliana, si è persa. «Quando sono arrivato sembrava di essere in Sicilia, soprattutto in certi rioni qui a Manhattan, ma, dopo trentadue anni, posso dire che la comunità italiana non siste più, la Little Italy non esiste più, è solo un ricordo rimasto nell'immaginario collettivo. Questo perchè purtroppo l'italiano che "fa soldi" sceglie poi di vendere e spostarsi.

La comunità si è disgregata, l'ho visto coi miei occhi. Sono rimasti davvero pochissimi locali storici e tipici siciliani; sulla eighteen avenue ad esempio c'è Villabate Alba, una pasticceria e vicino c'è una focacceria palermitana ma è una zona in cui non ci sono più italiani. Questi locali nacquero ai tempi proprio perchè c'era la comunità, camminavi per strada e sentivi parlare in siciliano. Ma i figli di queste persone non hanno trasmesso la cultura alle nuove generazioni che invece hanno acquisito quella americana».

La Sicilia gli manca molto ma ha le idee chiare sul fatto che, allo stato attuale, non tornerebbe mai, «Ho pensato di fare qualcosa in Sicilia e in Italia se fossero cambiate le cose, ma non è così ancora. Mi manca molto il nostro cibo, solo chi sta lontano dal nostro paese può capire davvero cosa significa questa frase che a molti sembra scontata. Qualche giorno fa è venuto il pasticcere dall'Italia e mi ha portato le fave piccole, così abbiamo fatto la frittella. Mangiarla è stata una grande emozione».
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