STORIE

HomeMagazineCulturaMisteri e leggende

Dal centro alla spiaggia: a Porto Empedocle c'è un vicolo in cui nessuno riesce a fermarsi

Il varco collegava anticamente la parte più abitata del paese alla spiaggia. Andrea Camilleri immaginò proprio in questo vicolo l'ambientazione di uno dei suoi romanzi

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 27 novembre 2020

Via Roma a Porto Empedocle (foto di Renato Rosati)

Luogo di transito, di arrivi e di partenze, Porto Empedocle lo è sempre stata, e non per le cronache recenti sui fatti del Mediterraneo ma per la fisionomia della sua stessa storia, per la sua relazione di fiera alterità con Agrigento, e per il carattere tipico che forma il mare a chi di esso ne ha fatto senso di identità.

Più che un luogo, il mare è un sentimento; come luogo in sé non significa nulla, ma come sentimento esso produce il più profondo rapporto con la vita autentica, laddove la precarietà e l’effimero si fanno certezze irrinunciabili del valore stesso dell’essere al mondo.

Il mare è soprattutto la possibilità di un incontro con l’altro, e così è accaduto per l’empedoclina Angela Roberto e per le affascinanti e misteriose leggende che ci ha raccontato.

Angela, presidente della sezione agrigentina dell’Archeoclub d’Italia, è una giovane donna impegnata nella vita culturale della sua comunità; ha l’ambizione di rifondarla, la comunità, insieme con alcuni suoi sodali che oramai da tempo traducono in azioni concrete un’idea sociale della cultura, possibile e inclusiva.



Interventi di rigenerazione urbana, la collocazione di una bibliocabina al centro del paese, un murale di celebrazione del conterraneo Andrea Camilleri, uno spiccato interesse per i temi del turismo e della mobilità sostenibili, e soprattutto un grande amore per il suo paese.

Di esso ne conosce la storia, le vicende, i racconti tramandati oralmente e i fatti desunti dalla ricerca storica; e però la scrittura è impotente di fronte alle sensazioni d’incanto che è lei stessa – con la sua voce, con il suo affabulare delizioso, con l’amarezza per certi destini infausti, e, di contro, con la gioia febbrile di talune scoperte – a generare in chi l’ascolta, ammaliando con delicata compostezza coloro che intendono seguirla nel racconto elegante e posato.

A lei, e con lei a tutti coloro i quali ne condividono l’impegno, dobbiamo questa storia. C’è un vicolo, a Porto Empedocle, che immette direttamente sulla via Roma, tramite una bellissima scalinata, denominato Salita Gibilaro. Questo varco collegava anticamente la parte più abitata e popolosa del paese (l’attuale centro storico, tra forme nobili di recupero urbano e altre di incomprensibile abbandono) alla spiaggia, dove si svolgevano le relazioni sociali dei primi abitanti della borgata di mare.

Il vicolo si trova alle spalle della chiesa vecchia, dove, durante i lavori di restauro, sono state rinvenute parecchie ossa umane, ben prima dell’esistenza di un cimitero pubblico.

I ritrovamenti di queste ossa hanno sempre suscitato un grande stupore, e non a caso Andrea Camilleri immaginò proprio in questo posto l’ambientazione del suo romanzo “Il cane di terracotta”. Per gli empedoclini la salita Gilbilaro si chiama “Armuzzi prigatoriu”, cioè anime del Purgatorio, rappresentate, nell’iconografia classica, tra le fiamme.

La Madonna del Carmelo col bambino Gesù - simbolo della devozione e del credo della città di Porto Empedocle - si erge sopra di loro, per salvarle dalle fiamme dell’inferno. Fino a qualche tempo fa le salme delle persone che non morivano di morte naturale non erano ammesse in chiesa, quindi era impossibile che, prima della sepoltura, potesse essere celebrato il funerale. Così diventavano, per il popolo, l’“Armuzzi prigatoriu”.

Ancora ora, ogni anno, alla Madonna del Carmelo vengono affidate le preghiere per gli uomini che lavorano alla “marina”, perché divenga la luce che li guida fino al porto. La Madonna scende, poi, ogni anno fino al purgatorio per salvare nove anime: “tri uccisi; tri appisi (suicide); tri annigati”, nove anime dal violento destino.

Il vicolo dell’“Armuzzi prigatoriu”, nonostante siano passati quasi due secoli, rimane uno dei più suggestivi, incutendo tra gli empedoclini grande soggezione, anche a chi non conosce le sue leggende. Pare che nessuno riesca a stare in sosta dentro questo varco, come se una voce antica dicesse: «Vai, percorri questo vicolo accelerando il passo».

Qui vivono le anime del purgatorio e insieme a loro entità malefiche. Tra i cunti della tradizione orale ve ne sono due che timidamente rimangono nella memoria, avendo per il loro mistero nutrito la fantasia proprio di scrittori come Andrea Camilleri e prima ancora Luigi Pirandello, trovando nei loro scritti proprio una traccia di queste leggende.

Si racconta che in questo vicolo infestato, i pescatori scendevano dalle loro case ubicate in via Garibaldi, a "strata o meli" o “al mamoccio”, prima che albeggiasse. Per cui, questo vicolo angusto e buio, infestato da anime del purgatorio andava percorso passo svelto. Un giorno un malcapitato, scendendo solo e al buio, si trovò intrappolato perché si alzarono misteriosamente due muri: uno davanti a lui e uno dietro, lasciandolo senza via di scampo.

Fu allora che trovatosi smarrito nella disperazione totale si inginocchiò piangendo, con le mani appoggiate al muro laterale, e invocò a gran voce l’aiuto prezioso “da beddra matri do Carminu”.

La Madonna, impietosita dalla disperazione di questo suo figlio smarrito nelle tenebre e beffato da oscure presenze, arrivò in suo soccorso, e con un grande fascio di luce lo rialzò facendo scomparire quelle mura. Proprio lì sorge, da quando accadde il fatto, un’edicola votiva raffigurante la Madonna del Carmelo, sempre illuminata dal cero dei fedeli.

Se si percorre la via inversa - cioè dalla via Roma verso la salita dell'"Armuzzi prigatoriu"- ci si imbatte davanti un’insegna lignea di fine ‘800 di quella che fu forse la prima farmacia del paese, raffigurante un leone.

L’antica farmacia si chiamava appunto la "Farmacia del Leone". Forse nell’immaginario popolare questo esotico animale, raffigurato in un’insegna, al centro del paese, ha fatto nascere un’altra leggenda, accostando la parola greca farmacon (rimedio) al leone come simbolo del coraggio.

La leggenda vuole che se una famiglia si trovava in gravi difficoltà economiche o in povertà assoluta, e voleva cambiare la propria sorte, doveva recarsi in una data ora della notte, dopo avere recitato alcune invocazioni particolari, dentro il vicolo. Allora si sarebbe sacrificato un elemento della famiglia, il più coraggioso, che avviandosi lì dentro rimaneva chiuso tra le mura misteriosamente apparse e poi rapito da uno o due leoni.

A questo punto, dopo il rituale del sacrificato, non vi era di lui più notizia, ma la famiglia “spignava”: cioè cambiava la sorte, diventando ricca e potente. Una versione un po’ più frammentaria riferisce di un’entità che veniva invocata col nome di San Pantaleone e che si manifestava a colpi di catene.

Queste leggende, insieme a molte altre storie e a percorsi doviziosamente curati, diventeranno presto degli itinerari turistici, e a condurli sarà proprio Angela Roberto, con la persuasione di chi un po’ ci crede, come si suole credere ai racconti antichi, talvolta misteriosi e terribili, che il mare poco lontano fuga con l’orizzonte confortante della sua difesa.
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci:
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

ARTICOLI RECENTI