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Dalla "terraferma" all'isola: cosa fare (e cosa non perdere) se vai ad Ortigia per un giorno

Dal Museo "Paolo Orsi" al Duomo di Siracusa, dalla "terra" all'isola. Un piccolo diario di viaggio tra i vicoli di Ortigia ci svela la vera anima di questa perla siciliana

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 30 luglio 2021

Isola di Ortigia (Siracusa)

Continua Ortigia… Un apino mi ha svegliato questa mattina con una cantilena incomprensibile, diffusa da un microfono, è arrivato nella piazza ottagonale carico di frutta e verdura.

Sveglia originale che ci consente di fare un giro prima di visitare il Museo “Paolo Orsi”, andremo alla ricerca dell’antico quartiere ebraico dell’isola.

Siracusa aveva una nutrita comunità, circa tremila, che nel medioevo si spostarono nell’antico quartiere.

Non trovo tracce evidenti, probabilmente molto fu spazzato via dal Decreto dell’Alhambra di Ferdinando II d’Aragona che stabiliva l’espulsione degli ebrei dal regno di Spagna.

Prendiamo la macchina per tornare sulla "terra".

Avvertenze su Ortigia; se siete in macchina, trovate un garage e dimenticatevela. La ZTL è ovunque e alcuni vicoli sono così stretti che si può rimanere incastrati. Sono le 10 quando entro nel caveau del museo, mi aspetta al Medagliere La Signora delle monete. Per me è un’emozione fortissima, vedrò realmente monete e l’arte orafa, studiate su cataloghi e libri.



All’interno Rosalba, "la Signora", è già indaffaratissima con quelli che lei chiama ospiti, ed effettivamente sembra la padrona di questa casa speciale. È una bella donna dai tratti fieri ed eleganti, preparatissima, ed è questo il valore aggiunto di questa collezione, che merita di essere visitata.

La osservo, sembra che fluttua fra le varie teche, la vedi dappertutto, attenta a tutti, specie ai ragazzi e bambini che naturalmente le prendono la mano, per loro la spiegazione diventa una favola.

Passo in rassegna le monete, le riconosco, mi fermo in contemplazione di un Apollo opera d’arte dell’incisore catanese Choirion, mi trattengo diverso tempo con quella che è considerata la più bella moneta della storia, ne esistono pochissimi esemplari, il Demarateion (notizie sulle monete e la Custode nei miei precedenti articoli).

Mi siedo quindi su uno dei salottini, mi raggiunge un signore, parla a raffica, è un artista tunisino qui a Siracusa per partecipare a una mostra di Arti e Mestieri che si terrà dal 16 luglio.

È euforico è la prima volta che vede le monete della sua antica città, Cartagine.

Lascio il museo dopo averlo girato per tutta la mattina, il Parco Archeologico e l’eccezionale Teatro, li ho già visitati nei miei viaggi precedenti, mi aspettano, dopo pranzo, il Duomo e la Chiesa di Santa Lucia alla Badia.

Siamo di nuovo sull’Isola. Tra i vicoli bianchi con grandi vasi di pomelie e banani, troviamo una piccola locanda, prendiamo il Mascolino marinato (alici con aceto, olio, limone, prezzemolo e aglio) e la Bobbia (una ricca caponata tipica di Siracusa).

È il primo pomeriggio quando arriviamo al Duomo del 600’. Al suo interno il basamento e le colonne sono del tempio di Atena del V secolo a.C. (eretto da Gelone come ringraziamento per la vittoria a Imera).

Ma non è l’unica testimonianza di storia e arte antica, ci sono attestazioni dell’epoca siceliota, normanna e bizantina che convivono con cappelle in stile barocco- rococò.

È uno scrigno con 2400 anni di storia, Patrimonio dell’Umanità. Mi appoggio alle superbe colonne doriche, facendo scivolare le dita attraverso le loro scanalature, è come viaggiare nel tempo.

Tappa successiva la chiesa di Santa Lucia alla Badia.

È in pietra calcarea, un mix di stili che la rende bellissima, il pavimento è in ceramica dipinta, e conserva un autentico capolavoro: “Il Seppellimento di Santa Lucia". Caravaggio lo dipinse dopo la fuga da Malta, in uno stato di profonda disperazione.

E un cupo funerale nelle latomie, con un fondo dai colori terrosi. La scena mostra un gruppo di persone, in primo piano due becchini intenti a scavare, tra le loro gambe, come tra le tende di un sipario, s’intravede il volto esamine di Lucia illuminato da una luce laterale. Unica nota di colore, il mantello rosso (simbolo della passione) di uno dei personaggi.

È veramente toccante, la scelta iconografica rispecchia la ricostruzione agiografica, qui non ci sono raccapriccianti occhi posti su un piattino.

Al tramonto davanti ad una granita alla mandorla, ritrovo Rosalba con il marito, è una miniera d’informazioni e aneddoti.

Mi racconta delle due feste dedicate a Santa Lucia, quella a maggio, una volta prevedeva la liberazione da parte delle suore di colombe e quaglie (l’uccello che ricorda la forma dell’isola). Ricorda le peripezie delle sue spoglie, sottratte dal generale bizantino Giorgio Maniace, per farne dono ai sovrani a Costantinopoli e che saranno poi trafugate dai Veneziani.

Mi parla di un’antica barberia dove furono girate alcune scene del film "Malena", gli arredi sono di fine anni 40’. Gli chiedo notizie su una strana costruzione conica che ho visto questa mattina, vicino al museo. Mi dice che è il Santuario della Madonna delle Lacrime.

Nel 1953 un quadretto di gesso raffigurante il Cuore Immacolato di Maria, incominciò a trasudare. Esaminato il liquido, si scoprì che erano lacrime umane. Da qui la costruzione della Chiesa, consacrata da Giovanni Paolo Il, non particolarmente apprezzata esteticamente, è ancora oggetto di disquisizioni e interpretazioni per la sua forma così originale.

È sera, accompagniamo per un pezzo di strada i nostri amici. Mentre mi avvicino per un timido e rispettoso saluto, sono avvolta da un grande abbraccio, mi sento sussurrare: "Torna presto amica mia, Siracusa ed io ti aspettiamo".

Rimango immobile, osservo il viso di Rosalba, in un negozio vicino c’è una riproduzione della moneta dell’Aretusa, ha i tratti bellissimi delle donne greche, con un’elaborata acconciatura, splendidi gioielli.

Sarà la suggestione ma i due visi si sovrappongono e non riesco più a cogliere le differenze tra l'una e l'altra. Ritorno nel caos dell’isola, Rosalba è già sparita tra la folla, domani saremo di nuovo in viaggio, ma qui dovrò tornare.
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