Donazione degli organi a rilento in Sicilia: ma un Comune vicino a Palermo è primo in Italia
Poco più della metà delle persone accetta, mentre l'altra metà non dà il consenso: l'intervista al direttore del Centro Regionale Trapianti Sicilia Giorgio Battaglia
Centro Regionale Trapianti Sicilia
Poco più della metà delle persone accetta, mentre quasi una su due sceglie di dire no. Un equilibrio fragile, che racconta più esitazioni che certezze e che colloca la città dentro un dato più ampio: quello di una Sicilia che, rispetto al resto d’Italia, continua a registrare più opposizioni.
I numeri lo confermano. In Italia circa 6 persone su 10 esprimono il consenso alla donazione. In Sicilia il dato si abbassa fino a poco più della metà, con una percentuale di rifiuti che sfiora il 45%. Nella classifica nazionale, l’isola si colloca stabilmente nella parte bassa: è diciassettesima su venti regioni.
Un divario netto, che si legge anche geograficamente. Nelle regioni del Nord il sì arriva infatti a sfiorare l’80%, qui invece non diventa mai una maggioranza piena. Palermo, da questo punto di vista, non è un’eccezione: è lo specchio di un comportamento diffuso, che attraversa tutto il Sud. Eppure, se ci si sposta dagli uffici comunali agli ospedali, il quadro cambia. Qui la donazione non è più una risposta data in pochi secondi, ma un processo lungo, complesso, fatto di relazioni, spiegazioni, decisioni condivise. È in questo passaggio che molte esitazioni si trasformano.
«Non c’è trapianto senza donazione - spiega il direttore del Centro Regionale Trapianti Sicilia Giorgio Battaglia -. Ma il problema non è sanitario, è culturale». E in questo scarto, dice, si perde anche il senso più profondo della donazione. «Probabilmente non siamo riusciti a trasmettere fino in fondo i concetti di gratuità, eguaglianza e universalismo che i padri fondatori e i padri costituenti ci hanno lasciato - aggiunge -. Il trapianto, in questo senso, non guarda in faccia nessuno, è un sistema che, per sua natura, abbatte differenze e privilegi e quando qualcuno entra nella rete dei trapianti riceve qualcosa che è, a tutti gli effetti, un dono della vita».
Poi la voce cambia, si fa più netta: «Se c’è un momento in cui possiamo davvero sconfiggere la morte, è questo. Perché quello che doniamo continua a vivere». La differenza, quindi, sta tutta nel momento in cui quella scelta viene chiesta. «Circa il 40% delle persone che rinnova la carta d’identità non è preparato a rispondere», osserva. E quando una domanda così complessa arriva all’improvviso, dentro una pratica burocratica, da qualcuno che magari non è altrettanto formato, il tempo per pensarci non c’è.
Così molti rifiuti nascono più dallo spaesamento che da una decisione realmente maturata. Altri, invece, affondano in paure più radicate: il timore che il corpo non resti integro, che qualcuno possa “decidere troppo presto”, che il sistema non sia davvero trasparente: «Molti pensano che, se danno il consenso, non verranno curati fino in fondo - continua Battaglia -. Ma la legge tutela in modo rigoroso sia il donatore sia il ricevente. L’accertamento di morte cerebrale, per esempio, non è mai una decisione individuale: è affidato a un collegio di cinque medici che verifica, per ore, condizioni precise e non superabili».
Poi ci sono differenze generazionali: «Ci sono fasce in cui il rifiuto è più forte», osserva il direttore. «Tra i più giovani, soprattutto tra i 18 e i 25 anni, registriamo più “no”, spesso legati a una scarsa fiducia nel sistema sanitario nazionale e a una conoscenza limitata del processo».
All’estremo opposto ci sono gli anziani. «In molti pensano di non essere più utili, che i propri organi non possano servire», spiega. «Ma non è più così. Grazie a tecniche sempre più innovative, proprio nelle ultime settimane qui in Sicilia abbiamo visto, ad esempio, come anche donazioni in età molto avanzata possano essere possibili». Eppure, mentre fuori dagli ospedali resistono diffidenze, dentro la rete dei trapianti i numeri raccontano un’altra storia: «In Italia il 2025 si è chiuso con numeri record, 4.587 interventi, mentre in Sicilia si è arrivati a 262 e quest’anno siamo già a 76».
Segno che, dietro i dubbi espressi da tante persone, esiste una rete sanitaria che continua a funzionare e a salvare vite. E poi c’è tutto quello che allo sportello non si vede e a cui spesso non si pensa: le persone in attesa, le storie in bilico, il tempo che scorre inesorabile.
Non è un caso che proprio domani, domenica 19 aprile, in occasione della Giornata nazionale per la donazione e il trapianto di organi e tessuti, il tema torni al centro dell’attenzione. Perché dietro le campagne di sensibilizzazione e i numeri ufficiali restano persone reali. In Sicilia, in questo momento, sono più di 760 i pazienti che attendono un organo. Persone che vivono accanto a un telefono, con il fiato sospeso, aspettando una chiamata che può cambiare tutto.
Una chiamata che, però, non sempre arriva: «Circa il 10% non ce la fa, e per questo bisogna mettersi nei panni di chi aspetta di tornare a vivere», dice il direttore. È un dato che resta fuori dai numeri più visibili, ma che dà misura di quanto quella scelta - anche quando sembra lontana - sia concreta, di quanto quel no, visto da qui, assuma un altro peso.
Ed è proprio dentro questi numeri che emergono le storie, che quando arrivano cambiano tutto. Come a Geraci Siculo, piccolo paese delle Madonie: qui il consenso sfiora il totale, ma non è sempre stato così. Fino a qualche anno fa, anche qui prevalevano i rifiuti.
Poi, nel marzo del 2021, qualcosa si è rotto, e allo stesso tempo si è ricomposto in modo diverso. Marta Minutella aveva undici anni: una leucemia fulminante. I genitori, Antonio e Maria, nel momento più difficile, scelgono di donare gli organi della figlia, ma non è possibile: le condizioni cliniche non lo consentono. Eppure quel gesto non si ferma lì; lo compiono comunque, simbolicamente. Firmano. Dicono sì. È un atto che attraversa il Paese, che resta, che si racconta.
Da quel momento, qualcosa cambia. Non subito, non con un annuncio, ma lentamente, nelle conversazioni, nelle famiglie, nei giorni normali. Quella scelta diventa una memoria condivisa, un punto di riferimento. E quando arriva la stessa domanda - quella fatta allo sportello, in pochi secondi - la risposta non nasce più lì: è già stata pensata ed elaborata. Geraci Siculo diventa, quindi, il Comune con l’indice del dono più alto d’Italia.
Un record che non è solo un dato, ma il segno di qualcosa che si è trasformato: una comunità che ha costruito, attorno a una perdita, una cultura del dono. Ed è forse questo che fa la differenza. Non tanto la domanda, ma tutto quello che c’è prima. Perché davanti allo sportello si decide in pochi secondi, ma quella scelta, in realtà, comincia molto prima. E, qualche volta, nasce proprio lì dove meno ci si aspetterebbe: da un gesto che non ha potuto compiersi fino in fondo, ma che ha continuato a vivere negli altri.
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