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Due spettacoli in uno: al Teatro Massimo di scena c'è la nostalgia di cose perdute

Un'esperienza particolare al Teatro Massimo di Palermo che accosta "Rapsodia Satanica" a "Cavalleria Rusticana": entrambi, insieme, in scena fino al 23 giugno. La recensione

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 12 giugno 2018

Una frame di "Rapsodia Satanica"

Scusandomi per il ritardo dovuto a tragedie (greche ndr,) eccovi quello che penso dello spettacolo al teatro Massimo di domenica pomeriggio e che rimarrà in scena fino al 23 giugno.

Lo so, fa caldo. E l’idea di chiudersi in un teatro non è proprio allettante… Eppure… Eppure qualche sacrificio bisogna pure farlo se si vuole provare una esperienza molto particolare.

Tutti i teatri sono soliti accoppiare due opere di per sé troppo brevi: la “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni è in genere affiancata da “I Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, sono entrambe opere veriste, del 1890 la prima, del 1892 la seconda, un classicone insomma. Questa volta no.

Questa volta il teatro Massimo fa un’operazione diversa. Questa volta apre lo spettacolo “Rapsodia satanica”. Un’opera di Mascagni sconosciuta? No, un film.

Un bellissimo film muto appena restaurato dalla Cineteca di Bologna per il quale Mascagni aveva composto la colonna sonora che, allora, veniva eseguita dal vivo. La pellicola è del 1915, la prima esecuzione delle musiche del 1917, cento anni fa, o poco più.

Il regista del film, Nino Oxilia, sarebbe probabilmente diventato uno dei pilastri della cinematografia mondiale se non fosse rimasto ucciso, a soli 28 anni, durante la prima guerra mondiale.

Ha fatto però in tempo a donarci questo piccolo capolavoro che nella versione originale durava 55 minuti e di cui solo 45 sono arrivati ai giorni nostri: 850 metri di pellicola in bianco e nero, a tratti i fotogrammi sono in parte colorati a mano, artigianato purissimo.

La sceneggiatura di Alberto Fassini era tratta da un soggetto di Fausto Maria Martini: una storia a metà tra il mito faustiano e le atmosfere decadenti del Ritratto di Dorian Gray.

La protagonista, Lyda Borrelli, veste i panni della nobildonna Alba D’Oltrevita, quando si dice un nome un destino. Per riavere la giovinezza perduta lei scende a patti con il diavolo e, si sa, queste storie non finiscono mai bene. Non amo rivelare le trame, vi basti quanto ho detto.

Chi, come me, ama il cinema e la buona musica resterà incantato a guardare queste immagini, questo tipo di recitazione che non è basato sui dialoghi ma sull’espressione dei volti e dei corpi e che è accompagnato ed esaltato dalle note di Mascagni.

Guardando questo film si fa un salto indietro nel tempo e si comprende lo sdegno di Gloria Swanson/Norma Desmond, star del cinema muto, quando in Viale del tramonto di Billy Wilder afferma «Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!».

Dopo l’intervallo va in scena una versione molto classica di “Cavalleria rusticana”. Classica la regia di Marina Bianchi, classiche le scene e i costumi di Francesco Zito, classiche le luci di Bruno Ciulli.

Tratta da una novella di Giovanni Verga quest’opera è una summa di italianità: donne, uomini, tradimenti, gelosia, processione, onore, vino, duello, morte. Il tutto accade nel giorno di Pasqua in un villaggio siciliano.

Alcune idee molto felici come quella della scena iniziale: le donne con le mani in pasta preparano il pranzo pasquale come succede nelle nostre famiglie e gli uomini montano le luminarie sulle lesene della chiesetta del paese.

Sonia Ganassi interpreta Santuzza e lo fa bene, meno bravo il suo compagno Murat Karahan nei panni di compare Turiddu. Gevorg Hakobyan è stato un buon Alfio, dalla bella voce potente.

Martina Belli e Agostina Smimmero, rispettivamente Lola e Mamma Lucia, sono state all’altezza del ruolo. Il coro merita una menzione speciale: durante la scena della processione, di forte impatto visivo, quando vengono intonate le note di “Inneggiamo al Signore risorto” un brivido ha percorso le nostre schiene.

Buona la trovata da parte della regista di sottolineare la scena della maledizione di compare Turiddu da parte di Santa giocando con le luci: calano improvvisamente le tenebre e abbiamo una dannazione cupa, nera. Di buona esecuzione anche il duetto tra Santa e Alfio.

L’intermezzo, ben eseguito dall’orchestra diretta dal maestro Fabrizio Maria Carminati, resta sempre uno dei brani più noti e piacevoli di Mascagni.

Non si comprende perché la regista abbia deciso di far comparire in scena una ballerina poco prima dell’annuncio della morte di compare Turiddu, tale ingresso ha distratto il pubblico e ha spezzato il pathos del momento, se ne poteva fare a meno. Lo so, fa caldo. Ma andate a teatro e saprete dirmi se sbaglio.

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