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È cresciuto in Sicilia a "Chianafera": Orazio Labbate, proposto al premio Strega 2026

Lo scrittore ci parla del suo ultimo romanzo dove il protagonista è rinchiuso nel manicomio della Madonna della Catena, senza sapere perché, con un misterioso diario

Tancredi Bua
Giornalista
  • 11 febbraio 2026

Orazio Labbate

C’è una mappa della Sicilia su cui tutti ci muoviamo, una mappa su cui segnare una distanza reale fra un luogo e l’altro, e poi c’è un mondo di sogno, iniettato sotto pelle in ogni luogo e celato agli occhi del mondo esteriore. Un luogo spesso irraggiungibile, se non con il ricordo o altri talenti nascosti nelle pieghe della mente.Uno di questi è Piano Fiera, la periferia di Butera, provincia di Caltanissetta, la zona a sud del paese, dove è nato e cresciuto lo scrittore Orazio Labbate, e dove ritorna con il suo nuovo romanzo, intitolato appunto “Chianafera”, nelle librerie dal 23 gennaio per NN Editore. L'opera è adesso ufficialmente proposta al premio Strega 2026.

Labbate – classe ’85, autore tra l'altro del romanzo "Lo scuru", che il 23 febbraio arriverà in sala con la trasposizione cinematografica firmata Giuseppe William Lombardo – adesso dipana la sua vita per le strade milanesi, ma è dai vicoli stretti e ombrosi del paesino nel nisseno che arriva, e non dalla «parte alta, storica – ci tiene a precisare – quanto da Chianafera, il “piano della fiera”, la zona bassa del paese, quella meno storica, più disarcionante».

Nel romanzo, il protagonista – che è Orazio Labbate stesso – è rinchiuso nel manicomio della Madonna della Catena, senza sapere perché. Alle prese con un misterioso diario fabbricato per i suoi genitori, il prigioniero del nosocomio capisce di dover annientare proprio loro, trasfigurati in un enigmatico nemico, e di dover tornare, per farlo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio: Chianafera. «“Chianafera” è entrare realisticamente, e poi chiaramente ridimensionandolo al mitologico, nel concetto dell’infanzia, dell’adolescenza – dice lo scrittore – . Le mie storie sono accadute tutte a Chianafera, la zona di strada, la più maledetta, la più disgraziata. È una periferia meno fastosa, più isolata, povera di estetica, e per me le zone povere di estetica, preparate dal vallone di Butera, sono le migliori, lì ho creato la mia adolescenza e ho incontrato i personaggi che abitano i miei mondi».

"Lo scuru", "Cravuni", "Spirdu", "Chianafera", "Suttaterra", così come "La Schiaffatùra" sono tutti universi costruiti sulla frontiera che corre tra Butera e Gela, nati nella notte, mentre Labbate era parcheggiato sullo sterrato della SP8 nissena, un taccuino e una penna alla mano, per entrare nella sua testa e riversare sulla carta i mondi scuri eretti nel buio di una Sicilia rurale che un passo più avanti è diventata il confine fra Texas e Nuovo Messico di Cormac McCarthy, o la paludosa e sovrasensibile Louisiana della serie “True Detective”. «Io per scrivere “Chianafera” ho fatto esattamente la stessa cosa che ho fatto con gli altri romanzi, lo faccio sempre – dice Labbate – . Vado nella mia zona, in macchina, col buio, e scrivo.

I luoghi li devo battere, soprattutto la notte, non quando sono alimentati dalla civiltà. Il processo creativo nasce sempre nei luoghi del romanzo. Dopo che con quell’andarci ho raccolto dentro di me l’umidità di quelle strade, una buona percentuale d’ispirazione, allora anche se sono lontano lo scrivo. “Chianafera” è nato nelle strade di Piano della Fiera, ma anche nella vecchia camera adolescenziale, ho cercato di prendere tutte le emotività elettriche che i luoghi potevano darmi. Il processo torna sempre al luogo narrativo».

Nel caso di “Chianafera”, poi, il ritorno al luogo narrativo è in qualche modo il ritorno alla casa natia «più, però, come farebbe la scrittura di Bernhard (Thomas Bernhard, autore austriaco di “Correzione”, “Perturbamento” o “Gelo”, ndr.). In Italia l’autobiografia è canale di piagnisteo, io sto tentando di inserirci anche la mitologia senza farla apparire come eccezionalità fantastica. Puoi raccontare di te stesso, grazie ai luoghi e al mito queste cose accadono facilmente, bisognerebbe fare dell’autobiografia un racconto mitologico, trasformare le persone in miti. Saranno miti con nome e cognome anziché persone con nome e cognome».

E così diventa possibile vedere la contea di Butera come fosse immersa nella luce crepuscolare di “La rabbia giovane” di Malick, o nei contrasti chiaroscuri di “Cuore selvaggio” di Lynch, o ancora nell’immagine decostruita e multiforme dei deserti di “Assassini nati” di Oliver Stone. Se la mappa diventa prima territorio, e poi mito, è possibile reinventare un luogo e trasfigurare la SP8 in una venatura della Route 66, e così facendo è possibile immaginare a sua volta una storia diversa della Sicilia e delle sue lande di frontiera, abbandonando la narrazione già letta, già vista, già sentita.

«In Italia viene a mancare spesso – dice Labbate – la voglia di “originalizzare” l’autobiografia, perché credo che anche il mercato chieda un tipo di racconto tendente ai sentimenti, o meglio a una condivisione dei sentimenti accettata, e credo che se gli scrittori si adagiano sia anche a causa di ciò che il mercato chiede loro. A me questo non piace, per me ci dev’essere sempre un elemento letterario forte. “Chianafera” non è un diario, ma un tentativo romanzesco di livello. Mi auguro che gli scrittori tentino sempre più di osare in questo mercato, di sfidarlo. L’atto di sfida prevede però studio, e il coraggio di rischiare di non essere accettati».

A nutrire l’immaginario di “Chianafera”, oltre ai sentieri polverosi dei terreni che si spianano nel triangolo fra Gela, Butera e Licata, un mondo di riferimenti letterari, videoludici e filmici: da “Memento” di Christopher Nolan a “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler, da “Nevermind” dei Nirvana allo storico videogioco “Resident Evil”, il tutto immerso sotto un sole accecante o nei venti che tirano per il vallone di Butera quando soffia uno scirocco inusualmente gelido: «Ha fatto parte della mia adolescenza tutto quel mondo – dice Labbate – , quei territori pop possono entrare nella dimensione letteraria quando sono protetti dalla lingua, anzi da una visione diversa della lingua, e non in maniera citazionistica. I Nirvana, o “True Detective”, entrano nell’atmosfera se seguono il ritmo, l’uggiosità, il perturbamento, la lingua torna così ai film che ho amato, alla musica che ho amato, si fanno presenti in maniera non citazionistica, per me è un modo di intendere una nuova mitologia urbana».

Questo nonostante fosse possibile che Labbate, fresco di visione dell’adattamento cinematografico del suo “Lo scuru” con Fabrizio Falco, si facesse influenzare, nello stile, dall’aver visto come le sue parole erano state trasformate dalla macchina da presa: «Vedere il film non ha modificato il mio stile né la mia visione.

Il film – dice l’autore – è un’espressione del talento di William, che è incredibile, e c’è un piano di visione del mio libro che William, grazie al suo valore, è riuscito a portare dentro. Il regista ha detto la sua in un mondo meraviglioso che ha creato, quella manifestazione filmica è stata presa bene con la visione dei luoghi che avevo, mi ha fatto vedere cose che nascondevo nel libro, cose che non manifestava la lingua, ma erano già nella lingua. Il film è l’ipotesi letteraria in più, con lati nuovi che mi hanno colpito e nutrito. Filippo Luna, ad esempio, interpreta un personaggio che nel libro non c’è, ma che ha molto di lynchano, mi è piaciuto molto».
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