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Fu il primo omicidio "eccellente" di mafia: il delitto Notarbartolo (e la serie tv del 1979)

Nel 1979 questo caso fu d’ispirazione a una miniserie televisiva andata in onda su Rai Due, per la regia di Alberto Negrin. Il protagonista ci racconta le sue emozioni

Roberto Tedesco
Architetto, giornalista e altro
  • 16 gennaio 2022

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Emanuele Notarbartolo

Doveva essere una giornata come tante altre quella del 1° febbraio del 1893 quando, Emanuele Notarbartolo di San Giovanni prese il treno alla Stazione di Sciara per dirigersi nella sua Palermo.

Lo aveva fatto chissà quante altre volte, d’altronde controllare i possedimenti lasciati in eredità dal nonno, Francesco Paolo principe di Sciara, era diventata una abitudine che non si poteva tralasciare. Pertanto, nel piccolo paese di Sciara, ai piedi del monte San Calogero, composto da poche anime, dedite principalmente alla pastorizia e all’agricoltura, non dovette essere difficile osservare quali erano le abitudini dell’importante banchiere palermitano.

Generalmente si spostava sempre armato, soprattutto da quando, nel 1882, tra le campagne di San Giovanni Li Greci e Sciara, Emanuele Notarbartolo venne sequestrato ad opera di ignoti. Per fortuna la questione del rapimento si concluse rapidamente con il pagamento di un riscatto di 50 mila lire. Da quel giorno, la prudenza non dovette essere mai troppa per il nobile palermitano.



A quei tempi, Emanuele Notarbartolo era un uomo molto influente e farsi tanti nemici non doveva essere un’impresa difficile soprattutto da quando aveva ricevuto la nomina, dal governo Depretis nel 1876, di direttore generale del Banco di Sicilia, carica che ricoprì fino al 1890.

Durante il suo mandato aveva cercato di riorganizzare il sistema bancario siciliano dopo l’Unità d’Italia, creando una rete capillare di agenzie e operando una stretta sulle erogazioni di credito, da sempre eseguite senza garanzie e basati sul sistema clientelistico.

Tra il 1873 e il 1876 venne anche eletto sindaco della Città di Palermo e durante il suo governo, attuò varie opere urbanistiche, e fu tra i promotori della costruzione del Teatro Massimo di Palermo e si impegnò nel debellare il fenomeno della corruzione alle dogane. Chissà cosa avrà pensato il Notarbartolo quando alla stazione di Termini Imerese, nel vagone di prima classe, salirono due tizi che si accomodarono proprio alle spalle dove era seduto.

Erano solo in tre in quella carrozza quando, appena la locomotiva partì dalla stazione della città delle Terme, poco dopo entrò in una galleria, tutt’oggi ancora esistente e in disuso. Nell’oscurità del tunnel il Notarbartolo venne colpito a morte con 27 pugnalate. Poco dopo, il treno, si fermò Trabia, e con molta provabilità il nobile palermitano era già privo di vita. Quando il treno ripartì dalla piccola stazione di Trabia, in prossimità di un torrente, il corpo di Notarbartolo venne gettato dal finestrino. Come è possibile che, tra capi stazioni, viaggiatori di terza classe e controllori nessuno vide nulla?

Dopo il ritrovamento del cadavere le indagini ebbero inizio immediatamente anche se non furono mai incisive come avrebbero voluto i familiari della vittima. Grazie alla tenacia del figlio di Emanuele, il giovane ufficiale Leopoldo Notarbartolo deciso di ottenere la verità sulla morte del padre, le indagini arrivarono ad una svolta diventando un caso di interesse nazionale.

Infatti, nel 1899, la Camera dei deputati autorizzò il processo contro l’onorevole Raffaele Palizzolo, perché considerato il mandante dell’assassinio Notarbartolo. Qualche anno dopo nel 1902 venne giudicato colpevole anche se la Cassazione annullò la sentenza del tribunale di Bologna fino a quando nel 1904, il Palizzolo, venne assolto dalla Corte d’Assise di Firenze.

Sulla questione lo stesso Palizzolo, in una pubblicazione del 1901 dal titolo “Processo Notarbartolo, requisitoria d’accusa” così scrisse: “Ma poiché le indagini accurate e zelanti delle pubbliche autorità non riuscirono a far luce su quel misfatto, vi fu chi concepì l’infame disegno di compiere sulla mia persona una vile vendetta, insinuando e sussurrando che fossi stato io l’autore morale di quel maleficio. La triste calunnia venne avidamente raccolta dai miei nemici e con singolare perfidia narrata e ripetuta persino al magistrato inquirente.”

Qualche anno dopo nel 1949, Leopoldo Notarbartolo fece stampare, in pochi esemplari a Pistoia, un libro dal titolo: "Memorie della vita di mio padre Emanuele Notarbartolo di San Giovanni" recentemente ridato alle stampe da Sellerio Editore, nel 2018, dove si evince la vicenda processuale di una famiglia rimasta isolata. L’esecuzione di Notarbartolo è comunemente considerata, dagli storici, come il primo omicidio “eccellente” di mafia. Egli fu un integerrimo banchiere e politico artefice di numerose battaglie che avevano, senza alcun dubbio, messo in crisi gli interessi di alcuni potenti.

La drammatica vicenda di Notarbartolo da sempre ha interessato letterati e non solo. Infatti nel 1979 fu d’ispirazione di una miniserie televisiva in tre puntate, per la regia di Alberto Negrin, andate in onda su Rai Due. Tra i protagonisti c’era anche l’attore Pierluigi Giorgio che interpretò il ruolo di Leopoldo Notarbartolo, senza alcun dubbio il protagonista dell’intera mini serie.

Proprio a Pierluigi Giorgio abbiamo chiesto cosa si ricorda di quell’esperienza. «Quando ricevetti la richiesta del regista Alberto Negrin, accettai con entusiasmo dopo aver letto il copione. Con Negrin avevo lavorato già in uno sceneggiato "Racket" e per la televisione/cinema "Volontari per destinazione ignota" al fianco di Michele Placido, collaborazione iniziata in teatro al "Piccolo Teatro di Milano" (dove mi ero diplomato attore nel '71), con un testo di Rasemberg che nello spettacolo prese il nome di “Interrogatorio all’Avana” sul tentativo nel '61 d'invasione a Cuba della Baia dei Porci ad opera di cubani finanziati dall'America. Era un giovane regista che era stato allievo di Giorgio Strehler e mostrava già la sua capacità analitica e tecnica».

Come è stato interpretare il ruolo di Leopoldo Notarbartolo? «Compresi all'istante che era necessario immedesimarsi nel ruolo di Leopoldo, il figlio di Emanuele, totalmente, secondo il metodo di Stanislavskij, ma non fu difficile visto il clima creato sapientemente da Negrin e la ricostruzione scenografica degli ambienti, il treno d'epoca fatto giungere dal nord che attraversava la campagna siciliana, la partecipazione di ottimi attori quale Ivo Garrani, Bruno Alessandro, Gino La Monica, Paolo Falace e un parterre di interpreti siciliani scelti in loco davvero bravi.

Nella trasposizione televisiva ciò che subito s'avverte è il ritmo dato alle scene e agli interrogatori, nel sapiente montaggio scandito anche dal rumore del treno in marcia accentuato da una musica incalzante prima e durante l'assassinio. Un lavoro del 1979 che rivisto ora, conserva ancora tutto il patos ed il senso d'ingiustizia nella non risoluzione del caso».
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