Gibellina chiama, Cusumano risponde: "Così l'arte trasforma le ferite in futuro"
Intervista al direttore artistico di Gibellina capitale dell'Arte Contemporanea che ci svela quali sono i progetti messi in atto grazie a questo importante riconoscimento
Andrea Cusumano direttore artistico di Gibellina Capitale dell'Arte Contemporanea
Ma soprattutto attraverso quella capacità tutta isolana di trasformare le ferite in linguaggio artistico. Gibellina, città rinata dopo il terremoto, ne è l’emblema più potente. A guidare questo racconto, attraverso questo dialogo, è Maria Concetta Di Natale, professoressa (titolo a cui lei tiene tantissimo), storica dell’arte di fama internazionale e oggi presidente della Fondazione Sicilia.
La sua visione si muove tra tutela e innovazione, tra eredità e futuro. Nel dialogo con Gibellina intravede qualcosa che va oltre l’evento: «l’idea di continuare a collaborare, l’idea di coinvolgere i giovani, l’idea di farli venire nella nostra fondazione ed essere parte attiva è non soltanto nella realtà di oggi, ma anche in un progetto futuro. La fondazione è in procinto di realizzare una costruzione accanto a Palazzo Branciforte, a Piazza Guzzetta. Abbiamo preso un vecchio edificio che sarà sostituito presto con un museo giardino, sarà un museo aperto all’arte contemporanea, ma non soltanto per i grandi artisti, quelli più noti, ma anche ai giovani artigiani».
Un futuro che ha già una forma concreta: questo nuovo spazio accanto a Palazzo Branciforte, progettato da Mario Cucinella, pensato come museo- giardino aperto, permeabile, vivo. «Un luogo dove mettere accanto il pittore, lo scultore, l’artista contemporaneo insieme ai nostri artigiani orafi, ceramisti, maestri del tessuto e del legno, tutti insieme a giro, a presentare le loro opere, a fare laboratori e creare attività in questo luogo moderno, realizzato nel centro storico di Palermo».
Non solo esposizione, ma creazione condivisa, laboratorio permanente. E al centro, ancora una volta, i giovani: «la mia vita è sempre stata legata alla mia professione di docente, quindi mi piacerebbe attirarli, guidarli, portarli per mano verso una realtà legata al passato, alla nostra realtà storica, che tanto ha da insegnare e che è capace di parlare al presente, dando indicazioni educative, ma legate alla cultura e alla realtà attuale».
Le collezioni della Fondazioni appaiono "vive", esiste un’opera o un’artista tra quelli legati a Gibellina che potrebbe diventare il simbolo di una nuova narrazione contemporanea della Sicilia? Nessuna gerarchia tra gli artisti, nessun nome isolato: «Tutti gli artisti che sono stati scelti e che simboleggiano Gibellina sono tutti egualmente importanti e egualmente significativi. Sono tutti simbolo della nostra terra, e legare anche l’arte della Fondazione Sicilia, le sue collezioni e la collezione contemporanea in particolar modo aglia artisti contemporanei e farli conoscere sempre di più e anche questo è uno degli impegni e delle ambizioni che oggi la Fondazione Sicilia si pone».
È proprio questa coralità a diventare messaggio. A dare una direzione precisa, quasi necessaria, è Andrea Cusumano direttore artistico di Gibellina capitale dell'Arte Contemporanea 2026, artista, docente ed ex assessore alla cultura del Comune di Palermo durante Manifesta 12. Una figura capace di attraversare arte, istituzioni e progettazione culturale con uno sguardo che tiene insieme visione e radici.
Il suo ruolo dentro Gibellina 2026 è quello di tradurre queste energie in una direzione artistica capace di parlare al presente, portando con sé una consapevolezza precisa: che l’arte contemporanea, oggi più che mai, è un campo di relazione. Il suo sguardo si muove lontano dalla retorica della novità a tutti i costi e affonda invece dentro il senso profondo di ciò che Gibellina rappresenta.
Domandandogli su cosa ci sarà davvero di nuovo in questo percorso, intrapreso nel 2026, la risposta sposta immediatamente il fuoco: «Ma più che di nuovo è un modo per ridar vita e linfa ad un progetto che era già straordinariamente visionario e nuovo. Corrao ha costruito un’utopia e ha saputo tenerla in piedi. Le utopie non muoiono mai hanno bisogno di riaccendersi però e allora questo titolo può essere utile a Gibellina per riaccendere quella energia incredibile che c’è stata in quegli anni».
Energia che continua a essere portata avanti dalla Fondazione, ma che questo progetto riporta anche su una dimensione civica. In più sono anni completamente diversi, infatti, in qualche maniera non è solo Gibellina a beneficiare di questo titolo ma è un po’ come se sia Gibellina stessa l’identità a cui chiedere, come sistema dell’arte nazionale, "portami il futuro". Ovvero siamo noi che chiediamo a Gibellina di aiutarci a riconoscere le macerie della contemporaneità e risollevarsi da queste macerie, guardando nuovi orizzonti attraverso l’arte e gli artisti.
Questa che è la storia di Gibellina, ma oggi forse deve essere come esportata, quindi in questo senso è un’eredità che trasmette al paese e diventa una vita da questo punto di vista, perché prova in qualche modo a guardare oltre, appunto, attraverso la visionarietà degli artisti. Dico sempre – aggiunge Cusumano - che a Gibellina l’arte contemporanea è l’arte della presenza, non soltanto del presente. E quindi la presenza degli artisti, la capacità di costruire relazioni e non soltanto le opere dunque, ma l’impegno e la cura».
E proprio dentro questa idea di presenza viva, concreta e condivisa si inserisce anche uno degli elementi più significativi e meno raccontati del progetto. Cusumano sceglie, infatti, di svelare un gesto che è insieme recupero e visione: «Ancora una volta uno degli interventi, in questo momento più importante è stato per esempio il recupero di qualcosa che già c’era che è l’ex chiesa di Gesù e Maria progettata da Nandavigo, che era in stato di abbandono da diversi decenni, quasi vent’anni ormai e che abbiamo completamente recuperato e restituito non soltanto alla comunità gibellinese, ma alla comunità artistica italiana.
Questo sistema che non è soltanto un luogo espositivo, ma diventa un sistema di residenze. Stiamo lavorando per poterlo offrire alle accademie di Belle arti italiane a partire dal 2027. Per cui il progetto è anche votato a una legacy che vada bene al di là del 2026. Ecco questo mi sembra un elemento anche simbolicamente molto importante, perché nel pensare questa progettualità abbiamo immaginato che Gibellina possa sempre di più diventare un luogo per lo sviluppo di creatività e anche, in particolare, legata alla creatività dei giovani.
Quindi aver coinvolto 25 accademie di belle arti italiane, inclusa la d’amico di Roma che si occupa di teatro, che speriamo riusciremo a portare a Gibellina negli anni a venire attraverso questo progetto diffuso in residenza penso che sia un segnale abbastanza importante in merito a quale orizzonte si sta guardando».
Il suo è un pensiero che si muove su un binario di continuità viva, capace di riattivare visioni esistenti e proiettarle nel presente. Gibellina, nelle parole di Andrea Cusumano, non è solo un luogo da raccontare, ma un’identità attiva cui il sistema dell’arte guarda come esempio, per meglio immaginare il futuro. Nel suo approccio emerge la stessa tensione al dialogo tra linguaggi e territori: la consapevolezza che l’arte contemporanea non può essere isolata, ma deve nutrirsi di contesto, di memoria, di relazioni.
Gibellina, in questo senso, non è solo un luogo, ma un dispositivo culturale. Un dispositivo che oggi si rafforza grazie a una rete: istituzioni che scelgono di non sovrapporsi, ma di amplificarsi. Di costruire insieme. Di generare senso. E allora questo incontro, avvenuto a Villa Zito, diventa qualcosa di più di un appuntamento: è una dichiarazione d’intenti. È la prova che la Sicilia può essere non solo custode di memoria, ma motore di futuro. Perché se è vero che qui tutto passa come popoli, lingue, dominazioni, è altrettanto vero che tutto resta, trasformato.
E oggi, in questo dialogo tra Fondazione Sicilia e Gibellina 2026 , quella trasformazione prende la forma di una promessa: consegnare alle nuove generazioni non solo un patrimonio da difendere, ma una visione da reinventare.
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