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Giovane, radicata, visionaria: così Enrica Spadafora riscrive la Strada del vino in Sicilia

Un racconto che, non nasce oggi. Affonda le radici in un’infanzia vissuta "dentro il vino", tra botti, profumi e prime intuizioni. L'intervista alla neopresidente

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 30 marzo 2026

Enrica Spadafora, neopresidente della Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese

Immaginate una Sicilia che non ha bisogno di essere inventata, ma solo raccontata nel modo giusto. È quella che profuma di mosto, di terra calda e di mani che lavorano da generazioni. Ed è proprio da qui che parte il nuovo percorso di Enrica Spadafora, giovane neopresidente della Strada del Vino e dei Sapori del Monrealese, chiamata a guidare un progetto che guarda lontano senza mai perdere le radici.

La sua nomina arriva in un momento in cui l’identità enogastronomica siciliana torna al centro del racconto contemporaneo. Una fase di riscoperta e consapevolezza che apre nuove possibilità, e che lei accoglie con entusiasmo e senso di responsabilità. È in questa direzione che si inserisce il primo tema affrontato: il significato, personale e professionale, di questo incarico. «Per me è un’opportunità meravigliosa. Di crescita prima di tutto, per fare squadra, per imparare, e per continuare quello che è il progetto che ho iniziato qualche anno fa in cantina, ovvero quello di portare la Sicilia un po’ in giro per il mondo, cioè raccontarla a chi viene a trovarci e valorizzare il nostro territorio».

Un racconto che, nel suo caso, non nasce oggi. Affonda le radici in un’infanzia vissuta letteralmente dentro il vino, tra botti, profumi e prime intuizioni. Il dialogo si sposta allora su un piano più intimo, evocando il primo ricordo legato a un sapore, a un gesto, a un’emozione capace ancora oggi di restituire il senso di casa.

«La mia prima esperienza legata al vino è praticamente legata alla mia nascita, essendo nata e cresciuta nella nostra casa cantina, proprio nel territorio di Monreale, in Contrada Virzì. Il primo ricordo che mi viene in mente è quando ero piccolina e andavo in cantina con mio papà, perché prima di essere il luogo in cui produciamo e lavoriamo è casa di mio padre da oltre trent’anni. Mi portava con lui per farmi odorare i vini ancora in fermentazione, durante la vendemmia, e li abbinava - lui è un grande cuoco per passione - a torte al cioccolato o creme fatte da lui per aiutarmi negli abbinamenti».

Un’immagine potente, quasi cinematografica, che racconta meglio di qualsiasi definizione cosa significhi crescere dentro una cultura del vino che è, prima di tutto, relazione e trasmissione. Ma oggi, quella dimensione familiare si apre a una sfida più ampia: costruire una rete in un territorio ricchissimo eppure ancora frammentato. La riflessione si fa più concreta, entrando nel cuore delle dinamiche produttive e turistiche.

«Fare rete è assolutamente fondamentale, non soltanto all’interno di questa tipologia di associazioni. Sono dell’idea che andare avanti da soli porti veramente poco in un mondo così ampio e con così tante realtà. Se ci si unisce e si parla tutti insieme, la voce è molto più forte». E sulle inevitabili difficoltà, il suo sguardo ribalta la prospettiva e affascina: «Il turismo oggi pretende tanto. Non la vedo come una difficoltà, ma come un’opportunità, perché sprona noi a realizzare pacchetti ben strutturati che rappresentino il territorio appieno e che possano guidare il visitatore nel suo percorso. Abbiamo anche un vantaggio: è un territorio ancora poco conosciuto ma vicinissimo a Palermo, agli aeroporti, a un centro così importante. Dobbiamo solo sfruttare queste opportunità».

Non un singolo luogo, allora, ma un intero paesaggio da attraversare. La conversazione si apre a una dimensione più narrativa, quasi sensoriale, interrogandosi su cosa consigliare a chi vuole davvero innamorarsi della Sicilia più autentica. «Non c’è un luogo singolo. Il territorio del Monrealese comprende otto comuni - monreale, Piana degli Albanesi, Santa Cristina di Gela, San Cipirello, Monreale, Camporeale, Roccamena e Corleone - molto diversi ma profondamente legati tra loro. È un territorio splendido. Consiglierei di perdersi tra le campagne, ovviamente in maniera guidata da noi, e di vivere l’autenticità e la semplicità delle tradizioni, perché sono tutte meravigliose e diverse allo stesso tempo».

In questo viaggio, dove immergersi, il vino smette definitivamente di essere solo un prodotto. Diventa linguaggio, memoria, identità. È qui che emerge con forza la visione culturale di Enrica Spadafora, che invita a superare una comunicazione puramente tecnica per lasciare spazio alle emozioni.

Dunque quanto conta, nel suo ruolo, raccontare il vino non solo come prodotto, ma come espressione culturale, identitaria e persino emotiva di un territorio? «Conta tantissimo. Una bottiglia senza racconto, senza emozioni e senza storia dietro è semplicemente una bottiglia. Porta con sé lavoro e impegno, ma quello che la rende unica è la storia, il racconto, la passione. Anche una degustazione tecnica è bellissima e serve, ma non deve essere sempre il centro. Lasciamoci guidare dalle emozioni, dai racconti, dalle famiglie e dalle realtà che ci sono dietro».

E poi il futuro. Un futuro che prende forma già adesso, tra progettazione e visione condivisa. L’ultima riflessione apre, infatti, uno sguardo concreto su ciò che verrà, tra strumenti digitali, nuove collaborazioni e un’idea sempre più inclusiva di territorio. «Stiamo pian piano costruendo tutto. Abbiamo già un sito e dei canali social per creare una piattaforma dove far arrivare i nostri turisti. Il focus adesso è coinvolgere quante più aziende possibile: la strada la fa la rete. Vogliamo includere aziende vitivinicole, caseifici, produttori di olio, miele, realtà diverse che possano far parte di questo percorso. Da lì costruire degustazioni più ampie - vino, miele, formaggi - raccontare la preparazione dei prodotti e sviluppare altri progetti che stiamo strutturando passo dopo passo».

Nel suo racconto, c’è già un’idea chiara: la Sicilia non va solo promossa, va vissuta. E per farlo, serve qualcuno capace di tradurre la tradizione in esperienza contemporanea. Non è un caso che, nel suo percorso, Spadafora tenga a sottolineare un ringraziamento speciale a Gianfranco Cammarata, Direttore Generale della Strada, figura chiave per questa nuova fase.

Un riconoscimento che guarda già avanti, verso progetti condivisi, nuovi obiettivi ed una più umana visione del vino. Perché questa non è solo una nomina. È l’inizio di un racconto. E questo racconto, come ogni buon vino, ha bisogno di tempo, visione e qualcuno che sappia narrarlo.
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