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Reinventa e custodisce antiche ricette siciliane: così la chef Garajo "studia" i Monsù

Nata e cresciuta a Palermo, quando si confronta con una ricetta antica, non cerca la replica perfetta, ma un equilibrio più profondo, quasi invisibile. La sua storia

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 3 maggio 2026

La chef Gabriella Garajo

Vorrei raccontarvi la storia di una giovane donna siciliana, nata e cresciuta a Palermo, che con passione ha inseguito un sogno e, con dedizione e impegno, lo ha trasformato in una forma concreta, personale, riconoscibile. Sto parlando di Gabriella Garajo, chef palermitana che ha scelto di attraversare la cucina non come rifugio, ma come linguaggio.

Il suo non è stato un approdo immediato, né una vocazione romantica nata tra i fornelli. Piuttosto, come emerge, ripercorrendo le tappe del suo percorso, è stata una frattura silenziosa, una presa di coscienza maturata nel tempo, quasi inevitabile. A lungo inserita in un contesto strutturato e prestigioso come quello di Villa Tasca, dove ha lavorato come House Manager, Gabriella Garajo ha sentito a un certo punto l’urgenza di uscire da una traiettoria già tracciata per mettersi alla prova in prima persona.

«Più che una scelta naturale, è stata una presa di coscienza lenta ma inevitabile. La sensazione era quella di volermi rimettere in gioco, da sola, sbagliare sulle mie spalle, scegliere in autonomia». In questa decisione convivono studio e coraggio: una laurea in comunicazione, un master in marketing a Milano e anni di esperienza accanto alla famiglia Tasca d’Almerita diventano strumenti, non punti d’arrivo.

Anche la maternità, arrivata in un momento delicato, si intreccia con questa scelta senza ridurla, ma anzi amplificandone il significato. «Mamma di un bambino di pochi mesi, sapevo che questo passo avrebbe significato sacrificio, studio e una nuova gavetta, ma per fortuna ho sempre avuto la mia famiglia a fianco».

La cucina, nel suo racconto, non è mai un gesto isolato. È piuttosto un punto di convergenza, un luogo dove si incontrano estetica, cultura, organizzazione, visione. «C’è chi comincia a cucinare perché sceglie questo mestiere, chi ci arriva quasi per gioco. Non l’ho mai vissuto come un semplice lavoro: ho iniziato perché la cucina, per me, era un mondo capace di contenere tutte le esperienze maturate fino a quel momento, estetiche, culturali, manageriali, un palcoscenico». Questo sguardo stratificato si riflette anche nel modo in cui affronta la tradizione. La sua formazione passa attraverso lo studio della cucina dei Monsù, espressione alta e complessa della gastronomia siciliana.

Ma ciò che potrebbe restare confinato in un ambito elitario, nelle sue mani si trasforma in materia viva, accessibile, aperta. Alla domanda implicita su come si possa custodire una memoria senza irrigidirla, la chef risponde con lucidità: «Ho studiato la cucina dei Monsù, e oggi penso che la loro tradizione, pur essendo una cucina d’élite, possa essere raccontata in molti modi diversi. Ha un fascino tale da generare interesse a tutti i livelli. Non a caso, è una cucina che viene presto reinterpretata dalla bassa borghesia, attraverso materie prime più semplici e accessibili, e con risultati eccellenti. – E poi aggiunge - Ci sono storie e ricette che assimili, fai tue, e poi restituisci con una forma nuova, filtrata dalla tua sensibilità.

La tradizione gastronomica più colta offre la possibilità di tradurre una stessa "materia" con linguaggi diversi: può essere sofisticata, racchiusa in uno scrigno di frolla decorata, oppure diventare immediata e condivisibile se scegli la semplicità. Il rischio è che diventi un luogo chiuso, autoreferenziale. Per questo, oggi, sento una responsabilità doppia: rispettarla, studiarla, senza banalizzarla, ma anche rendendola accessibile, viva, comprensibile a chiunque. Non credo nell’élite come barriera, ma come punto di partenza. Perché una memoria, se non è condivisa, rischia di perdersi».

È proprio in questa tensione tra rispetto e reinterpretazione che si definisce la sua cifra stilistica. Quando si confronta con una ricetta antica, non cerca la replica perfetta, ma un equilibrio più profondo, quasi invisibile. «Quando studio una ricetta antica, ne cerco l’essenza. Non la seguo mai in modo pedissequo, perché in me il tema del bilanciamento resta fondamentale. Un tempo le ricette erano dettate da quello che la dispensa offriva, non da una precisione assoluta: erano spontanee, istintive, legate al contesto. Oggi - chiarisce la chef - abbiamo la possibilità di mantenere viva quell’essenza, ma anche di affinarla attraverso lo studio, bilanciando gli ingredienti e comprendendo cosa può renderla più armonica. La cucina si tramanda da secoli e non deve mai diventare una replica sterile».

In questo gesto c’è qualcosa di intimo, una firma che non ha bisogno di essere dichiarata, ma che si riconosce nei dettagli, nei passaggi, nelle scelte. Anche l’esperienza sul set de I Leoni di Sicilia ha rappresentato un momento significativo, non tanto come vetrina, quanto come occasione di consapevolezza. Il racconto della cucina siciliana, oggi, non può più limitarsi alla superficie del piatto: deve includere storie, contesti, identità.

«Credo che esperienze come I Leoni di Sicilia abbiano acceso una curiosità nuova, non solo verso i piatti, ma verso il contesto storico, sociale e umano da cui nascono.e la Sicilia in questo ha un patrimonio unico a cui attingere. Questo ha inevitabilmente influenzato anche il mio modo di raccontare: oggi sento ancora di più il bisogno di dare spessore, di non fermarmi all’estetica o alla ricetta, ma di accompagnare davvero chi ascolta dentro una storia». Dunque, la sua è una responsabilità narrativa, prima ancora che gastronomica. E per questo acquista un sapore tutto siciliano e quanto mai autentico ed evocativo.

Pertanto, in un percorso sempre più orientato a esperienze gastronomiche intime e narrative, quale può essere il confine sottile tra evoluzione naturale del suo lavoro e la perdita della sua dimensione più personale? Nel suo percorso emerge con chiarezza una linea sottile, verso evoluzione e identità, non discostandosi dall’autenticità. La chef non la nega, anzi la riconosce come una tensione costante, necessaria. «È un equilibrio molto sottile, e credo cambi continuamente. L’evoluzione è inevitabile: si cresce, si incontrano nuove persone, nuovi contesti, e tutto questo modifica anche il modo di lavorare. Fermarsi, per paura di perdere qualcosa, sarebbe rischioso. Allo stesso tempo, esiste una linea fragile oltre la quale si rischia di allontanarsi troppo da ciò che è autentico.

Per me il confine sta nella verità del gesto: finché quello che faccio nasce da un’esigenza reale, da qualcosa che mi appartiene profondamente, allora resta personale, anche se cambia forma. Quando, invece, si inizia a costruire pensando solo a ciò che funziona, a ciò che è richiesto o riconoscibile, lì perdi qualcosa. Il mio obiettivo è continuare a evolvermi senza smettere di riconoscermi in quello che faccio, anche nelle parti apparentemente imperfette».

È una dichiarazione che suona quasi come un manifesto, un invito a restare fedeli a ciò che si è, anche mentre si cambia. Guardando avanti, il suo sguardo si orienta verso una dimensione sempre più umana e relazionale della cucina. Non grandi strutture o modelli replicabili, ma esperienze intime, legate ai territori e alle persone. «Guardando al futuro, sento il bisogno di avvicinarmi sempre di più a progetti che abbiano una dimensione umana forte. Collaborazioni con realtà autentiche, legate ai territori, alla loro storia legata alla materia prima, ma anche esperienze più intime, dove il cibo diventa un mezzo per creare relazione e racconto».

In questa visione, la Sicilia non è solo un’eredità, ma un organismo in continua trasformazione. «Mi interessa lavorare sulla cucina siciliana come materia viva, non come repertorio da conservare. Continuare a studiarla, interrogarla, senza irrigidirla, lasciandole la possibilità di evolversi restando fedele alla sua identità. – e infine dichiara -. La sfida è proprio questa: mantenere intatta una cifra stilistica che è fatta di sguardo, sensibilità e memoria, anche quando cambiano i contesti, i progetti, le forme. Raccontare la Sicilia non solo per ciò che è stata, ma per quello che è e che continua a diventare, ogni giorno».

E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo del suo lavoro: in quella capacità di restare in ascolto, di attraversare la tradizione senza mai imprigionarla, di trasformare ogni piatto in un racconto che non si esaurisce nel gusto. Gabriella non cucina soltanto. Tiene insieme fili invisibili, costruisce ponti tra ciò che è stato e ciò che ancora può diventare. E in questo movimento continuo, fatto di memoria e intuizione, la sua cucina diventa qualcosa di raro: un atto di identità, ma anche di libertà. Tutta siciliana.
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