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Gli affreschi con i sottotitoli in siciliano: una chiesa da scoprire a due passi da Palermo

Un racconto, disposto su due livelli sovrapposti e facilmente distinguibili da cornici, in ognuna della quali i fratelli Graffeo hanno realizzato una didascalia in siciliano

Roberto Tedesco
Architetto, giornalista e altro
  • 14 giugno 2021

Uno degli affreschi all'interno della Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Termini Imerese

La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria di Termini Imerese, sorge sul piano di San Giovanni, a pochi passi dall’ingresso principale della Villa Palmeri, in un luogo dove un tempo esisteva la giudecca, abbandonata dalla comunità ebraica nel 1492 a seguito dell’editto di Ferdinando il Cattolico.

L’edificio sacro venne realizzato tra la prima metà del quattrocento e il 1508 ed è sicuramente uno dei monumenti più belli della città di Termini Imerese.

Di particolare interesse sono le pareti dipinte tra il XV e il XVI secolo dai fratelli Nicolò e Giacomo Graffeo e da Nicolò Spalletta da Caccamo. In questo luogo il visitatore viene attratto dalla semplicità delle rappresentazioni pittoriche, quasi tutte dedicate a Santa Caterina d’Alessandria, patrona dei filosofi, notai, oratori, sarte e nutrici, molto venerata sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa.

Si tratta di un racconto disposto su due livelli sovrapposti e facilmente distinguibili da cornici in ognuna della quali, i fratelli Graffeo, realizzano una didascalia in siciliano, quasi identica all’attuale dialetto siciliano parlato.



Anche se di stile di diverso è certamente di particolare pregevolezza la grande crocifissione, realizzata nella parete opposta all’altare. Nella narrazione dedicata alla Santa ciò che si evince sono i sentimenti dei personaggi espressi in modo popolaresco.

Una caratteristica sottolineata da una gestualità che è condizionata fortemente dalla cultura islamica a quel tempo ancora di moda. Ecco che i protagonisti di questi straordinari affreschi sono dei popolani che si comportano in tal modo e comunicano attraverso i movimenti del corpo.

Si tratta di un linguaggio comprensibile da tutti, un vero e proprio “racconto” molto vicino alla tradizione dei cantastorie. Il ciclo pittorico inizia con il pannello, oggi non più presente perché staccato nel 1856 e collocato al Museo Civico, della presentazione della Santa ai regali genitori.

I successivi quattro pannelli sono dedicati all’infanzia della giovane Caterina. Di particolare suggestione scenografica è il pannello del supplizio della ruota. Questo di dimensioni doppie è mancante della didascalia.

La scena è dominata da frammenti di una ruota spezzata da una mano angelica armata di spada. Lo strumento di tortura viene frantumato prima che possa sfiorare la giovane vittima, la quale è rappresentata in ginocchio con le mani giunte in preghiera.

«Nei pannelli i personaggi vengono delineati con tratti marcati e prendono posto in ambientazioni di interni e paesaggi urbani dalla prospettiva elementare, suggerita per la maggior parte da vistose pavimentazioni a scacchiera», scrive Roberta Sperandeo, autrice di interessante libro dal titolo "La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria di Termini Imerese" (edito da Kàlos.

«Espediente tipico dei Graffeo - aggiunge - è lasciare alla gestualità delle mani il compito di conferire dinamismo alla scena ed espressività a personaggi statici e austeri».

In ottime condizioni risulta il pannello pittorico dove la Santa viene ritratta in una prigione fiancheggiata da due angeli che si prendono cura di lei a seguito delle ferite riportate dalle torture subite. Nello stesso riquadro a sinistra l’imperatrice, madre della Santa, è in ginocchio con le mani congiunte in preghiera.

La moglie del sovrano è la prima ad accogliere il messaggio evangelico, la sua azione smuove gli animi dei presenti, i quali si mettono subito a discutere e a ragionare sulla dottrina cristiana.

L’intero ciclo pittorico ha subito nel corso dei secoli dei danneggiamenti dovuti all’improprio utilizzo dell’edificio e a interventi architettonici che ne hanno variato l’aspetto originario.

Nel 1789 venne costruito un nuovo altare dove in una nicchia al centro della parete venne collocata la statua della Santa che venne ingentilita da stucchi e da due tele. Successivamente nel 1856, nel prospetto principale, venne realizzata un’apertura sopra il caratteristico portone a sesto acuto.

Tale intervento cancellò, purtroppo, la continuità dell’affresco della crocifissione che domina l’intera parete dello Spalletta. Ma il periodo in cui gli affreschi subirono i maggiori danneggiamenti risale al 1860, quando la struttura venne adibita a caserma e rimase tale fino alla prima guerra mondiale.

Da sottolineare è certamente il restauro che venne realizzato all’interno dell’aula e conclusosi nel 2004. In questa occasione sono state riportate alla luce interessanti scoperte dell’età ellenistica e di età romana.

Tali rinvenimenti confermerebbero che quest’area era già abitata sin dai tempi della vicina colonia di Himera.

Infatti i frammenti rinvenuti e databili alla fine del V secolo a.C. attesterebbero, sotto il profilo archeologico, ciò che sostiene Diodoro sulla fondazione della città all’indomani della distruzione di Himera ad opera dei cartaginesi.
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