I dipinti di Palosuo da Helsinki a Palermo: "L'arte nasce tra l'opera e chi guarda"
Dopo 5 partecipazioni alla Biennale di Venezia e oltre trent’anni di ricerca artistica, l’artista finlandese approda in città con “Memorabilis!”, al Casino delle Muse
Hannu Palosuo durante la mostra al Casino delle Muse di Palermo
Osservando i suoi quadri, i suoi colori, le sue forme e i materiali usati, c’è qualcosa di profondamente umano nella pittura di Hannu Palosuo. Forse perché le sue opere non cercano mai di imporre una verità, ma piuttosto di evocare una memoria condivisa, un’immagine capace di appartenere a tutti. Dopo cinque partecipazioni alla Biennale di Venezia e oltre trent’anni di ricerca artistica, l’artista finlandese approda a Palermo con “Memorabilis!”, la nuova personale ospitata da Il Casino delle Muse, galleria diretta dal critico d’arte Giuseppe Carli.
Nato a Helsinki nel 1966, Hannu Palosuo ha vissuto tra Stoccolma e Berlino prima di trasferirsi a Roma alla fine degli anni Ottanta grazie a una borsa di studio. Nella capitale frequenta l’Università La Sapienza e successivamente l’Accademia di Belle Arti, scegliendo poi di restare in Italia, città in cui oggi vive e lavora stabilmente. Il suo percorso internazionale attraversa musei, biennali e residenze artistiche in Europa, Asia, Sud America e Medio Oriente.
Ma ciò che colpisce della sua ricerca non è soltanto la visibilità internazionale, quanto la capacità di mantenere una voce riconoscibile pur continuando a mutare. Una pittura che parte dalla memoria individuale per trasformarsi in esperienza collettiva. «Forse il mio lavoro prima era rivolto molto più a me stesso, partiva dalla necessità di capire ed esprimere me stesso», racconta l’artista. «Adesso mi interessa sempre di più il rapporto fra opera d’arte e spettatore, capire cosa nasce fra loro».
Ed è proprio questo dialogo il cuore di “Memorabilis!”, mostra che già dal titolo richiama un’idea di memoria antica e universale. Giuseppe Carli definisce il progetto «un’invocazione latina» e descrive le quattordici opere esposte come «una dichiarazione poetica sulla capacità dell’arte di risvegliare la memoria sopita dell’osservatore».
La mostra, inaugurata sabato 22 maggio alla presenza del Sindaco Roberto Lagalla, diventa così un teatro interiore dove lo spettatore è chiamato a completare ciò che vede. Nelle opere di Palosuo ritornano fiori, frutta, lampadari, nature morte e oggetti quotidiani. Ma nulla è mai soltanto ciò che appare. «C’era un periodo in cui dipingevo solo lampadari», spiega. «Però non usavo quelli dei palazzi reali. Dipingevo lampadari che ognuno poteva aver visto a casa della nonna. Cerco immagini che tutti possano riconoscere, così per lo spettatore è più facile entrare nell’opera».
Anche i titoli seguono questa logica evocativa. «Le singole opere non hanno quasi mai un titolo», dice. «Quando invece un gruppo di opere ne ha uno, quel titolo per me è importantissimo e spesso nasce dalla letteratura. Però non spiego mai al pubblico perché l’ho scelto: voglio che ciascuno trovi il proprio significato». La memoria, nel suo lavoro, non è nostalgia. È piuttosto un processo fisico, materico, quasi istintivo. Negli ultimi anni la sua pittura ha infatti abbandonato progressivamente il rigore accademico degli esordi per aprirsi a una gestualità più libera e violenta. «Io arrivavo da una pittura molto leccata, molto dettagliata», racconta.
«Poi, tra il 2010 e il 2011, ho sentito il bisogno di andare contro il mio stesso modo accademico di dipingere». Nasce così il rapporto con materiali inconsueti: metalli, specchi, legno e soprattutto i sacchi di caffè usati che diventano supporto delle opere. «Non è juta qualsiasi», precisa. «Sono sacchi di caffè che prendo da una torrefazione romana. Mi interessava che il materiale avesse già una sua storia, un suo vissuto. Non racconta più soltanto quello che racconto io, ma anche la vita precedente del supporto».
L’evoluzione della sua pittura arriva quasi per esplosione. «C’è stato un lavoro che non riusciva bene», ricorda sorridendo. «A un certo punto ho perso la testa e ho cominciato letteralmente a colpirlo con la spatola. È stato lì che ho capito come uscire dai miei limiti accademici». Oggi i suoi quadri vivono di stratificazioni cromatiche e gesti rapidi, ma il colore resta un territorio complesso e profondamente emotivo. «Per anni ho lavorato nella monocromia blu», racconta.
«Poi sono andato all’opposto, verso colori esagerati. Ho provato con il rosso, ad esempio, anche se mi stanca fisicamente mentre con il blu posso lavorare per ore. Il verde invece mi mette ancora in difficoltà: è un colore in cui è facilissimo cadere nella banalità». In questa continua ricerca di equilibrio tra materia, memoria e visione, Palermo occupa un posto speciale. «Palermo è una città di cuore - dice Palosuo -. Quando arrivai in Italia nel 1990 le prime due settimane le passai qui, a Mondello. Poi sono tornato tante volte, anche per la mostra alla Fondazione Sant’Elia nel 2013. Quando Giuseppe Carli mi ha proposto questa esposizione ho detto subito sì, ancora prima di vedere lo spazio».
La tappa palermitana inaugura un importante tour internazionale che proseguirà tra Roma, Turku, Vevey ed Helsinki, confermando la centralità di Palosuo nel panorama artistico contemporaneo europeo. Eppure, nonostante il riconoscimento internazionale, l’artista continua a difendere con forza la libertà del gesto creativo. «Il mondo fuori dallo studio non deve entrare nello studio», afferma. «Molti seguono le mode, ma secondo me un artista deve restare fedele a ciò che sente davvero. È importantissimo fare soltanto quello che vuoi fare tu». Una fedeltà che oggi lo sta conducendo verso nuove sperimentazioni: fotografia analogica, tecniche ottocentesche e persino un progetto artistico legato agli occhiali-scultura durante una residenza veneziana.
«Mi interessa sempre la manualità - spiega- si deve vedere la mano dell’artista. Le cose troppo meccaniche non mi appartengono». Ed è forse proprio qui il significato profondo della pittura di Hannu Palosuo: nella capacità di lasciare spazio. Spazio alla materia, all’imperfezione, al pubblico. «Non voglio prendermi troppo sul serio - conclude-. Mi piace lasciare agli altri la possibilità di riempire qualcosa con la propria immaginazione».
“Memorabilis!” non è allora soltanto una mostra. È un invito a guardare dentro i propri ricordi attraverso quelli di un artista che, partendo dalla Finlandia e attraversando Roma, Venezia e il mondo, giungendo persino a Palermo continua ancora oggi a interrogare il mistero della memoria umana.
Nato a Helsinki nel 1966, Hannu Palosuo ha vissuto tra Stoccolma e Berlino prima di trasferirsi a Roma alla fine degli anni Ottanta grazie a una borsa di studio. Nella capitale frequenta l’Università La Sapienza e successivamente l’Accademia di Belle Arti, scegliendo poi di restare in Italia, città in cui oggi vive e lavora stabilmente. Il suo percorso internazionale attraversa musei, biennali e residenze artistiche in Europa, Asia, Sud America e Medio Oriente.
Ma ciò che colpisce della sua ricerca non è soltanto la visibilità internazionale, quanto la capacità di mantenere una voce riconoscibile pur continuando a mutare. Una pittura che parte dalla memoria individuale per trasformarsi in esperienza collettiva. «Forse il mio lavoro prima era rivolto molto più a me stesso, partiva dalla necessità di capire ed esprimere me stesso», racconta l’artista. «Adesso mi interessa sempre di più il rapporto fra opera d’arte e spettatore, capire cosa nasce fra loro».
Ed è proprio questo dialogo il cuore di “Memorabilis!”, mostra che già dal titolo richiama un’idea di memoria antica e universale. Giuseppe Carli definisce il progetto «un’invocazione latina» e descrive le quattordici opere esposte come «una dichiarazione poetica sulla capacità dell’arte di risvegliare la memoria sopita dell’osservatore».
La mostra, inaugurata sabato 22 maggio alla presenza del Sindaco Roberto Lagalla, diventa così un teatro interiore dove lo spettatore è chiamato a completare ciò che vede. Nelle opere di Palosuo ritornano fiori, frutta, lampadari, nature morte e oggetti quotidiani. Ma nulla è mai soltanto ciò che appare. «C’era un periodo in cui dipingevo solo lampadari», spiega. «Però non usavo quelli dei palazzi reali. Dipingevo lampadari che ognuno poteva aver visto a casa della nonna. Cerco immagini che tutti possano riconoscere, così per lo spettatore è più facile entrare nell’opera».
Anche i titoli seguono questa logica evocativa. «Le singole opere non hanno quasi mai un titolo», dice. «Quando invece un gruppo di opere ne ha uno, quel titolo per me è importantissimo e spesso nasce dalla letteratura. Però non spiego mai al pubblico perché l’ho scelto: voglio che ciascuno trovi il proprio significato». La memoria, nel suo lavoro, non è nostalgia. È piuttosto un processo fisico, materico, quasi istintivo. Negli ultimi anni la sua pittura ha infatti abbandonato progressivamente il rigore accademico degli esordi per aprirsi a una gestualità più libera e violenta. «Io arrivavo da una pittura molto leccata, molto dettagliata», racconta.
«Poi, tra il 2010 e il 2011, ho sentito il bisogno di andare contro il mio stesso modo accademico di dipingere». Nasce così il rapporto con materiali inconsueti: metalli, specchi, legno e soprattutto i sacchi di caffè usati che diventano supporto delle opere. «Non è juta qualsiasi», precisa. «Sono sacchi di caffè che prendo da una torrefazione romana. Mi interessava che il materiale avesse già una sua storia, un suo vissuto. Non racconta più soltanto quello che racconto io, ma anche la vita precedente del supporto».
L’evoluzione della sua pittura arriva quasi per esplosione. «C’è stato un lavoro che non riusciva bene», ricorda sorridendo. «A un certo punto ho perso la testa e ho cominciato letteralmente a colpirlo con la spatola. È stato lì che ho capito come uscire dai miei limiti accademici». Oggi i suoi quadri vivono di stratificazioni cromatiche e gesti rapidi, ma il colore resta un territorio complesso e profondamente emotivo. «Per anni ho lavorato nella monocromia blu», racconta.
«Poi sono andato all’opposto, verso colori esagerati. Ho provato con il rosso, ad esempio, anche se mi stanca fisicamente mentre con il blu posso lavorare per ore. Il verde invece mi mette ancora in difficoltà: è un colore in cui è facilissimo cadere nella banalità». In questa continua ricerca di equilibrio tra materia, memoria e visione, Palermo occupa un posto speciale. «Palermo è una città di cuore - dice Palosuo -. Quando arrivai in Italia nel 1990 le prime due settimane le passai qui, a Mondello. Poi sono tornato tante volte, anche per la mostra alla Fondazione Sant’Elia nel 2013. Quando Giuseppe Carli mi ha proposto questa esposizione ho detto subito sì, ancora prima di vedere lo spazio».
La tappa palermitana inaugura un importante tour internazionale che proseguirà tra Roma, Turku, Vevey ed Helsinki, confermando la centralità di Palosuo nel panorama artistico contemporaneo europeo. Eppure, nonostante il riconoscimento internazionale, l’artista continua a difendere con forza la libertà del gesto creativo. «Il mondo fuori dallo studio non deve entrare nello studio», afferma. «Molti seguono le mode, ma secondo me un artista deve restare fedele a ciò che sente davvero. È importantissimo fare soltanto quello che vuoi fare tu». Una fedeltà che oggi lo sta conducendo verso nuove sperimentazioni: fotografia analogica, tecniche ottocentesche e persino un progetto artistico legato agli occhiali-scultura durante una residenza veneziana.
«Mi interessa sempre la manualità - spiega- si deve vedere la mano dell’artista. Le cose troppo meccaniche non mi appartengono». Ed è forse proprio qui il significato profondo della pittura di Hannu Palosuo: nella capacità di lasciare spazio. Spazio alla materia, all’imperfezione, al pubblico. «Non voglio prendermi troppo sul serio - conclude-. Mi piace lasciare agli altri la possibilità di riempire qualcosa con la propria immaginazione».
“Memorabilis!” non è allora soltanto una mostra. È un invito a guardare dentro i propri ricordi attraverso quelli di un artista che, partendo dalla Finlandia e attraversando Roma, Venezia e il mondo, giungendo persino a Palermo continua ancora oggi a interrogare il mistero della memoria umana.
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