Il prof Picone sullo Zen (ideato bene e fatto male): "Perché è difficile da controllare"
L'intervista al docente di Geografia urbana dell'Università di Palermo spiega le difficoltà di un quartiere che vive sospeso tra senso di abbandono e incompletezza
Marco Picone, professore di Geografia urbana e territoriale dell’Università di Palermo
Insule e padiglioni frammentati, aree progettate come luoghi aggregativi ma, nei fatti, rimaste chiuse. Persino la piazza, che avrebbe dovuto rappresentare il cuore pulsante del quartiere, non ha mai visto luce, lasciata nel degrado e nell'abbandono. Un progetto ideato bene ma realizzato male, quello dello Zen. «Il risultato è una perdita di orientamento, con spazi interni frammentati e anche poco controllabili». A spiegarlo è Marco Picone, docente di Geografia urbana e territoriale dell'Università degli studi di Palermo, intervistato da Balarm sull'emergenza sicurezza nel quartiere emersa dopo gli spari contro la parrocchia di San Filippo Neri.
Da sempre uno dei casi più dibattuti dell’urbanistica italiana nel secondo Novecento: lo Zen ha una storia che parte da lontano e che oggi è il risultato di stratificazioni diverse, di ambizioni progettuali e di profonde distorsioni avvenute poi nella fase realizzativa e gestionale. Ufficialmente quartiere San Filippo Neri, fin dalla sua genesi è stato concepito come una vasta area popolare suddivisa, successivamente, tra quelle denominazioni ad oggi conosciute come Zen 1 e Zen 2.
«Dal punto di vista urbanistico, lo Zen può essere distinto in tre nuclei principali, differenti per epoca, concezione e funzionamento – spiega il professore di Geografia urbana e territoriale dell’Università di Palermo, Marco Picone – il primo nucleo, situato nella zona più vicina al Velodromo che risale agli anni Cinquanta. Poi lo Zen 1, frutto dell’edilizia degli anni Sessanta e Settanta ed infine lo Zen 2, nato da un concorso di progettazione del 1968 e realizzato tra gli anni Settanta e primi anni Ottanta, principalmente su progetto del noto architetto Vittorio Gregotti».
Il cuore concettuale dello Zen 2 è costituito dalle “insulae”, grandi edifici-padiglione organizzati attorno ad ampie corti interne. Gregotti, nella fase progettuale, si ispira a modelli storici e territoriali nobili, come i bagli delle campagne siciliane: strutture chiuse verso l’esterno e aperte all’interno, pensate come spazi comunitari di lavoro, incontro e aggregazione.
«Nel progetto originario – spiega Picone – ogni insula doveva essere attraversata da strade pedonali continue, capaci di garantire visuali lunghe, permeabilità urbana e connessione. Tuttavia, in fase di realizzazione, sono state ridotte le lunghezze di questi percorsi compromettendone quindi la continuità. Il risultato è una perdita di orientamento, con spazi interni frammentati e anche poco controllabili».
Un elemento centrale del progetto era l’idea che la grande corte interna di ogni padiglione fungesse da spazio di aggregazione per gli abitanti: luoghi per attività sociali, ricreative e collettive. Nei fatti, però, queste corti non sono mai state attivate secondo il progetto originario.
«Alcune insule sono state progressivamente chiuse e fortificate con cancellate – sottolinea il professore – nel tentativo degli abitanti di controllare gli accessi e gestire le attività senza interferenze esterne».
La piazza centrale dello Zen 2, limitrofa alla parrocchia San Filippo Neri, oggi zona franca caratterizzata da detriti e sterpaglie, avrebbe dovuto rappresentare il fulcro dei servizi: negozi, attrezzature pubbliche e attività di vario genere. Anche questo elemento fondamentale nell’idea di “quartiere autonomo”, non è mai stato completato, contribuendo al senso di abbandono e incompletezza.
«L’isolamento è sia fisico che simbolico – dichiara Picone – la ‘circonvallazione’ che attraversa il perimetro dello Zen separa nettamente il quartiere dal resto della città. Inoltre, lo Zen 2 è isolato anche dallo Zen 1: un esempio emblematico è la posizione della chiesa, che si apre con un viale verso lo Zen 1, mentre sul lato dello Zen 2 presenta una chiusura netta, rafforzandone quindi la frattura interna al quartiere».
Come osservato dal professore, i cambiamenti più significativi si sono verificati a partire dagli anni Duemila. In precedenza, nello Zen 2 mancavano persino le infrastrutture di base: non vi era allacciamento regolare alla rete idrica, l’acqua arrivava attraverso sistemi precari e abusivi e non esisteva una fognatura adeguata. «Questi problemi sono stati progressivamente risolti, seppur con grande ritardo rispetto allo Zen 1, che già da tempo disponeva di servizi regolari», sottolinea.
Dunque, quali sono le cause del degrado? Secondo alcune interpretazioni, continua Picone, l’arretratezza dello Zen sarebbe legata direttamente alla struttura delle insulae: «Gregotti ha sempre respinto questa lettura sostenendo che il problema non risieda nell’impianto urbanistico in sé, ma nelle alterazioni del progetto originario, nell’assenza di servizi, nella mancata gestione pubblica e nelle condizioni sociali in cui il quartiere è stato lasciato per decenni».
Da sempre uno dei casi più dibattuti dell’urbanistica italiana nel secondo Novecento: lo Zen ha una storia che parte da lontano e che oggi è il risultato di stratificazioni diverse, di ambizioni progettuali e di profonde distorsioni avvenute poi nella fase realizzativa e gestionale. Ufficialmente quartiere San Filippo Neri, fin dalla sua genesi è stato concepito come una vasta area popolare suddivisa, successivamente, tra quelle denominazioni ad oggi conosciute come Zen 1 e Zen 2.
«Dal punto di vista urbanistico, lo Zen può essere distinto in tre nuclei principali, differenti per epoca, concezione e funzionamento – spiega il professore di Geografia urbana e territoriale dell’Università di Palermo, Marco Picone – il primo nucleo, situato nella zona più vicina al Velodromo che risale agli anni Cinquanta. Poi lo Zen 1, frutto dell’edilizia degli anni Sessanta e Settanta ed infine lo Zen 2, nato da un concorso di progettazione del 1968 e realizzato tra gli anni Settanta e primi anni Ottanta, principalmente su progetto del noto architetto Vittorio Gregotti».
Il cuore concettuale dello Zen 2 è costituito dalle “insulae”, grandi edifici-padiglione organizzati attorno ad ampie corti interne. Gregotti, nella fase progettuale, si ispira a modelli storici e territoriali nobili, come i bagli delle campagne siciliane: strutture chiuse verso l’esterno e aperte all’interno, pensate come spazi comunitari di lavoro, incontro e aggregazione.
«Nel progetto originario – spiega Picone – ogni insula doveva essere attraversata da strade pedonali continue, capaci di garantire visuali lunghe, permeabilità urbana e connessione. Tuttavia, in fase di realizzazione, sono state ridotte le lunghezze di questi percorsi compromettendone quindi la continuità. Il risultato è una perdita di orientamento, con spazi interni frammentati e anche poco controllabili».
Un elemento centrale del progetto era l’idea che la grande corte interna di ogni padiglione fungesse da spazio di aggregazione per gli abitanti: luoghi per attività sociali, ricreative e collettive. Nei fatti, però, queste corti non sono mai state attivate secondo il progetto originario.
«Alcune insule sono state progressivamente chiuse e fortificate con cancellate – sottolinea il professore – nel tentativo degli abitanti di controllare gli accessi e gestire le attività senza interferenze esterne».
La piazza centrale dello Zen 2, limitrofa alla parrocchia San Filippo Neri, oggi zona franca caratterizzata da detriti e sterpaglie, avrebbe dovuto rappresentare il fulcro dei servizi: negozi, attrezzature pubbliche e attività di vario genere. Anche questo elemento fondamentale nell’idea di “quartiere autonomo”, non è mai stato completato, contribuendo al senso di abbandono e incompletezza.
«L’isolamento è sia fisico che simbolico – dichiara Picone – la ‘circonvallazione’ che attraversa il perimetro dello Zen separa nettamente il quartiere dal resto della città. Inoltre, lo Zen 2 è isolato anche dallo Zen 1: un esempio emblematico è la posizione della chiesa, che si apre con un viale verso lo Zen 1, mentre sul lato dello Zen 2 presenta una chiusura netta, rafforzandone quindi la frattura interna al quartiere».
Come osservato dal professore, i cambiamenti più significativi si sono verificati a partire dagli anni Duemila. In precedenza, nello Zen 2 mancavano persino le infrastrutture di base: non vi era allacciamento regolare alla rete idrica, l’acqua arrivava attraverso sistemi precari e abusivi e non esisteva una fognatura adeguata. «Questi problemi sono stati progressivamente risolti, seppur con grande ritardo rispetto allo Zen 1, che già da tempo disponeva di servizi regolari», sottolinea.
Dunque, quali sono le cause del degrado? Secondo alcune interpretazioni, continua Picone, l’arretratezza dello Zen sarebbe legata direttamente alla struttura delle insulae: «Gregotti ha sempre respinto questa lettura sostenendo che il problema non risieda nell’impianto urbanistico in sé, ma nelle alterazioni del progetto originario, nell’assenza di servizi, nella mancata gestione pubblica e nelle condizioni sociali in cui il quartiere è stato lasciato per decenni».
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