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Il sarto, "la Mafiosa" e il veleno nella brocca: il delitto d'amore (sventato) in Sicilia

Un triangolo amoroso di fine '800 che sfiorò la tragedia e una condanna a dieci anni di lavori forzati. La vicenda del sarto che tentò di avvelenare l'amante

  • 28 aprile 2026

Il sarto che mette il veleno nella brocca (foto realizzata con l'Ai)

Una storia che sembra uscita dalla penna di un romanziere verista, ma che è scolpita negli atti giudiziari della Corte d’Assise di Palermo, che a quei tempi si trovava in via del Parlamento. È la storia di Peppino Mormino o Amormino, un giovane sarto di Alia, e del suo amore ossessivo per Liboria, una donna dal carattere indomito, soprannominata da tutti "la Mafiosa" per la sua tempra selvatica.

Per anni, il sarto aveva frequentato assiduamente la casa di Liboria. Un rapporto nato sotto gli occhi del marito di lei, Girolamo Miceli, un contadino di 56 anni, quasi sordo e totalmente succube della consorte. Girolamo, forse per amore, forse per rassegnazione, o forse per povertà , aveva accettato quella presenza ingombrante: il sarto, infatti, non si presentava mai a mani vuote. Formaggi, agnelli, carciofi e frutta fresca inondavano la tavola dei Miceli, rendendo il tradimento più "digeribile" per il marito tradito. Un cornuto contento, come tanti in Sicilia ve ne furono in passato.

L'equilibrio si rompe quando Liboria decide di troncare, forse stanca, forse pentita di approfittare del suo povero marito, forse infastidita delle voci sempre più insistenti che ad Alia si facevano di lei. Con un abile stratagemma, convince l’amante a trasferirsi a Catania per aprire bottega, promettendogli che lo avrebbe raggiunto presto. Ma le promesse della "Mafiosa" sono vento. Dopo mesi di vana attesa, a Natale del 1875, Peppino torna ad Alia, accecato dal desiderio e dal sospetto.

Liboria lo riaccoglie, sembra assecondarne nuovamente i suoi desideri. Ma il suo piano è chiaro: vuole troncare questa relazione ormai troppo ingombrante. Tenta persino di aizzare il marito sordo a difesa del proprio onore, ma il povero Girolamo, ormai abituato a subire è incapace di reagire e rifiuta il confronto con l’amante della moglie.

Il dramma si consuma il 30 aprile del 1875. Peppino si presenta a casa di Liboria, ma la donna è uscita all'alba. In casa c'è solo Girolamo, il marito mezzo sordo che all’arrivo dell’amante della moglie, per evitare grane, si raggomitola nel letto fingendo di dormire. È qui che il sarto compie il gesto fatale: credendo di non essere visto, estrae una polverina e la versa nella brocca del vino e in quella dell'acqua sul tavolo della casa dei due coniugi.

Ma Girolamo, pur non sentendo i rumori, ha gli occhi ben aperti. Quando il sarto va via e Liboria rientra in casa assetata, il marito la blocca: "Non bere, quell'acqua è veleno". Cornuto contento si, ma da vivo, questa la ribellione del marito! La denuncia ai Carabinieri è immediata. I militari si appostano nell'ombra, certi che l'avvelenatore tornerà a controllare gli effetti del suo piano. E Peppino torna. Viene catturato con ancora in tasca due scatolette di polvere micidiale: un mix letale di euforbia, oppio e angustura.

Il processo alla Corte d’Assise di Palermo non gli lascia scampo. Nonostante il mistero su chi gli avesse fornito tali sostanze, la testimonianza visiva del marito e le prove chimiche portano a una sentenza severa: dieci anni di lavori forzati. Si chiudeva così, tra le sbarre e il fango del confino, la folle ossessione del sarto di Alia per donna Liboria "la Mafiosa".
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