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Il terremoto di Messina, parole (vive) di un secolo fa: quando Pitrè perse la figlia Rosina

Nel 110esimo anno dalla scomparsa ricordiamo non tanto l'erudito professore quanto l'uomo nella sua fragilità, riportando le parole dedicate alla figlia

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 13 aprile 2026

Ricostruzione della devastazione del terremoto di Messina (foto realizzata con AI)

È il 28 dicembre 1908 e Giuseppe Pitrè, seduto sulla sua scrivania invasa di fogli, foglietti e pizzini, dove annota appunti per i suoi innumerevoli lavori etnoantropologici, è intento a scrivere la prefazione del suo libro Proverbi, motti e scongiuri del popolo siciliano, nella quale compare una dedica alla figlia Rosina, prossima alle nozze.

Abituati come siamo a conoscere il lavoro sulle tradizioni siciliane più che la parte biografica e umana di Giuseppe Pitré, mi ha colpito leggere nell'Almanacco italiano del 1910 la descrizione giornalistica che fa il cronista sulla tragedia di quella giornata e che colpì anche il nostro beneamato dottore.

In quella apparente pace mattinale di lunedì 28 dicembre 1908, proprio nel giorno dei SS. Innocenti Martiri, la terra tra la Sicilia e la Calabria tremò così forte da sconquassare i fondali dello Stretto e aizzare contro se stessa le acque del Bosforo italiano. Uno sciame sismico continuo devastò città costiere e interne che ebbero un risveglio apocalittico, accompagnato immediatamente dal gemito di migliaia di vittime sovrastate dalle imponenti macerie che il terremoto faceva abbattendo case palazzi, chiese, inghiottite a loro volta dalle furenti onde che s'innalzarono pochissimi secondi dopo le prime scosse.

Fu tramandata un'immagine per spiegare l'inferno che colpì Messina quel giorno: il capitano del vapore inglese Ebro, attraccato al porto della città, alla vista di quel finimondo incanutì all'istante. In totale si contarono 22 scosse in poco tempo. La città era piombata nel buio pesto e quando la luce pian piano tornò, si vide sommersa dal mare, nel quale nuotavano battelli già tirati a secco, divani, botti, tavole, sedie, naufraghi. Come un miraggio sopraggiunse l'aurora, ma lo spettacolo che palesò fu tremendo.

Dappertutto una confusione orrenda di massi, di calcinacci, di corpi sanguinanti, di vesti, di materassi sporchi di sangue, di lenzuola a brandelli e poi tegole, persiane, insegne commerciali, vetri infranti, mille oggetti di vita comune sfracellati in mille modi. In tutta questa devastazione in pochi si accorsero delle grida di un uomo: «Egli era nudo, implorava disperatamente soccorso, appollaiato sopra una grondaia, che si reggeva in piedi per puro miracolo di equilibrio. La forza della disperazione e non altro lo aveva tratto fin lassù. Era il signor Bonanno, genero del prof. Giuseppe Pitré. Gridava e gridava che gli dessero un mezzo per calarsi da quel precipizio ma nessuno dei passanti, nell'incoscienza frettolosa di quei momenti, gli badava. Finalmente alcuni pietosi gli lanciarono la punta di una corda e così, funambolo improvvisato, poté scendere giù. Con l'aiuto dei buoni marinai russi si diede a rovistare tra le macerie di casa sua dove si trovavano, forse vive, forse morte, chissà? La sua sposa Rosina Pitré e la sua bimba». Pochi istanti dopo, trovarono Rosina e il marito corse ad abbracciarla e ringraziava tutti, ma nella gioia del momento non si accorse che Rosina in realtà era morta. Per svariate ore la notizia non andò oltre Messina, i collegamenti erano interrotti. Giuseppe Pitré seppe della sua personale tragedia solo diversi giorni dopo.

Nella ricorrenza del 110esimo anno dalla sua scomparsa voglio far parlare non l'erudito professore ma l'uomo nella sua fragilità, riportando le sue testuali parole dedicate alla figlia scomparsa un anno dopo l'accaduto, dalle quali si evince certamente il dolore, ma anche la profondità dell'anima di questo nostro facoltoso concittadino.

«Alla santa memoria di mia figlia Rosina Bonanno Pitré
Questo libro, figliuola dolcissima, doveva festeggiare le tue nozze e viene invece a commemorare la tua morte. La catastrofe di Messina ti strappò al mio cuore e tu sparisti per contendere alla morte la tua soave creaturina che riproduceva mirabilmente le tue sembianze. Ignaro della tua sorte io ti attesi fra palpiti crudeli, ma con la fiducia di poterti da un istante all'altro riabbracciare. E come no, se tutti ti dicevano salva, e molti affermavano di averti veduta? Per sei giorni io corsi a tutti i piroscafi che giungevano nel nostro porto, a tutti i treni che entravano nella nostra stazione. Ti cercai, ti cercai nei nostri spedali, ti chiesi alla pietà degli amici. Nessuno più ebbe risposte per me; ed io non seppi leggere nel viso stupefatto e sgomento di coloro che avevano oramai contezza della grande sventura che aveva colpito anche me e la povera mamma e la famiglia tutta ed il tuo diletto Enrico, ora deserto e pellegrino. A 23 anni, quando già le prime dolcezze materne cominciavano a giocondare la tua nuova esistenza, il furore della natura ti travolse sotto le macerie, donde solo gli sforzi inauditi dei nostri cari riuscirono a disotterrarti ed a ricondurti, ahimè sformato cadavere! nel nostro camposanto. I nostri occhi non hanno più lacrime. Un solo pensiero però ci conforta, o Figliuola adorata: quello che il tuo spirito aleggi qui, intorno a noi, nella modesta cameretta che ti accolse bambina e che ci parla sempre della santità dei tuoi costumi. Noi ti sentiamo, noi ti vediamo sorridere dell'ineffabile sorriso che fu tuo e guardare benevola a questo volume già preparato come mazzolino di zagara e divenuto corona di crisantemi.
28 dicembre 1909, il padre tuo».
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