L'elisir di lunga vita di Renata Zanca: nel suo racconto il ritratto di un'altra Palermo
Cresciuta tra Palermo e le Madonie, in un contesto familiare che affonda le radici nella storia della nobiltà siciliana è un pezzo importante della storia di Palermo. L'intervista
Renata Zanca
Nel mondo esistono persone che sembrano appartenere a un tempo più ampio del presente, persone che custodiscono dentro di sé storie, libri, incontri e trasformazioni sociali. Renata Zanca Pucci di Benisichi è una di queste. Il suo percorso attraversa università, giornali, letteratura e vita pubblica, componendo il ritratto di una donna che ha fatto della cultura una forma di dialogo continuo con il mondo.
Cresciuta tra Palermo e le Madonie, in un contesto familiare che affonda le radici nella storia della nobiltà siciliana, Renata Pucci di Benisichi sviluppa fin da giovane una forte curiosità intellettuale. L’ambiente in cui si forma è quello di una Sicilia ancora legata alle tradizioni, ma già proiettata verso nuovi orizzonti culturali. In questo scenario nasce il suo interesse per le lingue, la letteratura e le diverse forme della comunicazione.
Dopo gli studi universitari, dedicati alle lingue e alle letterature straniere, intraprende una carriera accademica che la porterà a insegnare letteratura inglese all’Università di Palermo, dove per anni contribuisce alla formazione di generazioni di studenti. La sua attività di docente si distingue per l’attenzione alla dimensione umana della letteratura, intesa non solo come studio dei testi ma come chiave per comprendere le società, i comportamenti e le trasformazioni culturali.
Accanto all’insegnamento, Renata Pucci di Benisichi coltiva una intensa attività di scrittura e di intervento nel dibattito pubblico. Collabora a lungo con il Giornale di Sicilia, dove firma rubriche e articoli dedicati ai temi del costume, del linguaggio e delle buone maniere. Nei suoi interventi osserva con ironia e sensibilità i cambiamenti della società, raccontando piccoli rituali quotidiani, modi di parlare e abitudini che rivelano molto più di quanto sembri.
La sua produzione letteraria riflette questo sguardo attento e curioso. Nei libri pubblicati nel corso degli anni - tra racconti, memorie e riflessioni -affiorano episodi di vita familiare, ricordi legati ai luoghi dell’infanzia e osservazioni sui comportamenti sociali. Il tono è spesso leggero, a tratti ironico, ma sempre attraversato da una profonda attenzione per la memoria e per le parole, considerate come strumenti preziosi per raccontare un mondo in continuo cambiamento. Guardando alla Sicilia di oggi, Renata Zanca individua un valore che ritiene urgente proteggere e trasmettere ai giovani: l’educazione.
Ma non si tratta semplicemente di buone maniere o di una formalità sociale. È qualcosa di più sottile, un modo di stare al mondo fatto di attenzione verso gli altri, di discrezione e di rispetto reciproco. «L’educazione è una cosa buonissima», osserva, ma subito precisa che non basta definirla così. Nella cultura siciliana, spiega, esisteva una forma di gentilezza particolare, quasi istintiva, che si manifestava soprattutto nei rapporti quotidiani e nel modo di trattare gli altri. Secondo Renata Zanca, questa educazione aveva una dimensione quasi cavalleresca, una sorta di galanteria che si esprimeva soprattutto nel rapporto con le donne.
«C’è sempre stata in Sicilia una specie di galanteria, un garbo protettivo», racconta. Non un gesto teatrale o mondano, ma un’abitudine radicata: lasciare il passo, invitare a passare per primi, usare parole di riguardo. «Quante volte si sentiva dire: “Prego, dopo di lei”, “Si accomodi lei”. Non perché la donna venisse prima in senso gerarchico, ma per una forma di rispetto antico». È un codice culturale che affonda le sue radici in una visione tradizionale della donna, percepita un tempo come più fragile e quindi da proteggere.
Oggi i tempi sono cambiati e la parità tra uomini e donne è un valore acquisito, ma per Renata Zanca Pucci di Benisichi quel linguaggio della gentilezza resta un patrimonio umano da non perdere. Per spiegare questa sensibilità ricorda anche un vecchio proverbio molto diffuso nel Sud: «La donna non si tocca neanche con un fiore». Un modo di dire semplice ma potente, che riassume un principio elementare di rispetto. Non si tratta soltanto di rapporti tra uomini e donne. Per Renata Zanca questa educazione gentile riguardava anche la vita collettiva: il modo di stare insieme, di condividere gli spazi, di non approfittare degli altri.
Racconta un’immagine quotidiana: una stanza con poche sedie e più persone presenti. «Nessuno si sedeva subito», ricorda. «Si restava in piedi, si aspettava, si invitava l’altro a sedersi». Un piccolo gesto, ma capace di raccontare un’intera cultura della considerazione reciproca. Quella che Zanca descrive, in fondo, è una forma di educazione gentile, fatta di garbo, rispetto e attenzione verso l’altro. Un patrimonio immateriale della Sicilia che, secondo lei, meriterebbe di essere custodito e tramandato alle nuove generazioni.
Nel parlare delle relazioni umane, Zanca rivela anche un tratto del suo carattere: «Non ha mai conosciuto davvero il sentimento dell’invidia». Piuttosto lo trasforma in ammirazione o in desiderio di migliorarsi. «La parola invidia mi è quasi sconosciuta - spiega-.Posso dire: che bello, vorrei avere anch’io quella capacità. Ma è più aspirazione che invidia». Tra tutte le attività della sua lunga vita - scrivere, fare giornalismo, partecipare alla vita culturale - ce n’è una che considera centrale. «Insegnare era la mia spina dorsale», racconta. Preparare una lezione richiedeva ore di studio, cercare nuove idee, trovare il modo di trasmettere curiosità agli studenti. La soddisfazione più grande era vedere nascere in loro un pensiero nuovo. Perché l’obiettivo non era soltanto spiegare qualcosa, ma lasciare agli studenti una riflessione nuova: «Mi piaceva dare una conoscenza nuova, un’idea che facesse venire voglia di studiare».
La scrittura dei libri, invece, è arrivata con un ritmo diverso, più faticoso ma ugualmente necessario. Ancora oggi continua a progettare nuove pagine: sta pensando a un lavoro nuovo, dedicato all’estate siciliana e alla vita nelle campagne, quando le famiglie si spostavano nelle fattorie per seguire il raccolto e tutto ruotava attorno ai ritmi della terra. Nonostante i viaggi e le possibilità che la vita avrebbe potuto offrirle altrove, Zanca non ha mai dubitato della sua appartenenza. Se avesse dovuto immaginarsi in un’altra città, forse avrebbe scelto una grande metropoli come Londra o New York, ma senza convinzione. «Io sono assolutamente siciliana», dice. «E orgogliosa di esserlo, ma con discrezione». Tra le qualità che riconosce a se stessa, ce n’è una che considera un vero dono: la socievolezza. Il piacere di stare con gli altri, di parlare, di ascoltare, di costruire relazioni. «Mi piace convivere con il mio prossimo», racconta.
E aggiunge un dettaglio che considera essenziale: «Sono un’attenta ascoltatrice». È proprio dall’ascolto, spiega, che nasce il legame tra le persone e si costruisce l’amicizia. Tra i ricordi più vivi della sua vita c’è una storia d’amore che sembra uscita da un romanzo. Quando Marcello Zanca parte per l’Africa dopo aver vinto un concorso importante, tra loro le cose sembrano raffreddarsi. Lui parte per lavorare a Leopoldville, nell’Africa equatoriale francese. Lei resta in Sicilia, incerta sul futuro. Poi, però, arriva la consapevolezza di non volerlo perdere. Così prende una decisione improvvisa per raggiungerlo: «Capì che l’avevo perduto e non lo volevo perdere», racconta.
«Allora presi la valigia e partii». Il loro matrimonio avviene in modo insolito, quasi rocambolesco: direttamente all’aeroporto di Leopoldville. Era l’unico modo per poter entrare nel paese. «Mi sposai all’aeroporto», ricorda con un sorriso. «Altrimenti non potevo entrare. Marcello aveva davanti una carriera brillante, come responsabile delle ferrovie in Africa». Eppure, dopo il matrimonio, decise di lasciare quella posizione per tornare con lei in Sicilia. Un gesto che lei ricorda con gratitudine e affetto. «Era una persona per bene - dice - una persona meravigliosa».
Anche la letteratura ha avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. Tra i tanti libri e testi che più l’hanno accompagnata c’è la Divina Commedia, un’opera che non considera semplicemente un libro da leggere, ma un universo da esplorare e comprendere. Nei suoi ricordi affiora anche la scoperta delle città d’arte. Firenze, ad esempio, rimane legata a un’esperienza giovanile intensa: settimane passate a visitare musei e palazzi, accompagnata ogni giorno tra le opere che hanno costruito la sua sensibilità culturale. Eppure, nonostante i viaggi e le possibilità di vivere altrove, il legame con la Sicilia resta centrale. È un’appartenenza vissuta senza enfasi, ma con una consapevolezza profonda. Quando le chiedo cosa renda piena una vita, la sua risposta è semplice e insieme radicale: «l’amore per gli altri e la capacità di condividere».
Affascinata dai suoi racconti, dai suoi ricordi di una vita vissuta con gioia e pienamente, le domando quale sia l’elisir di lunga vita, la sua risposta arriva decisa, netta, diretta: «È amare. Amare le persone, la natura, ciò che ci circonda. Ma anche saper gioire della felicità degli altri, senza lasciarsi corrodere dall’invidia». Per lei è proprio questa disposizione dello spirito a nutrire l’esistenza: amore, curiosità, apertura, desiderio di incontro, condivisione. Un modo di stare al mondo che si traduce nel piacere di conversare, ascoltare, confrontarsi con gli altri. Con l’altro. «Mi piace convivere con il mio prossimo», dice. «Parlare, ascoltare, stare insieme».
Questa sua attitudine, più di ogni altra, è il filo che attraversa tutta la sua storia. Chi la incontra oggi rimane colpito soprattutto dalla sua capacità di guardare il mondo con leggerezza, curiosità e empatia. Ed è forse proprio questo il tratto che meglio la definisce: una donna, che ha attraversato epoche diverse senza mai smarrire la grazia del pensiero e la curiosità per la vita, trasformando l’esperienza personale in racconto e la memoria in un patrimonio condiviso. Grazie alle sue parole è possibile guardare con i suoi occhi, immaginare luoghi, suoni, voci di una storia intramontabile.
Cresciuta tra Palermo e le Madonie, in un contesto familiare che affonda le radici nella storia della nobiltà siciliana, Renata Pucci di Benisichi sviluppa fin da giovane una forte curiosità intellettuale. L’ambiente in cui si forma è quello di una Sicilia ancora legata alle tradizioni, ma già proiettata verso nuovi orizzonti culturali. In questo scenario nasce il suo interesse per le lingue, la letteratura e le diverse forme della comunicazione.
Dopo gli studi universitari, dedicati alle lingue e alle letterature straniere, intraprende una carriera accademica che la porterà a insegnare letteratura inglese all’Università di Palermo, dove per anni contribuisce alla formazione di generazioni di studenti. La sua attività di docente si distingue per l’attenzione alla dimensione umana della letteratura, intesa non solo come studio dei testi ma come chiave per comprendere le società, i comportamenti e le trasformazioni culturali.
Accanto all’insegnamento, Renata Pucci di Benisichi coltiva una intensa attività di scrittura e di intervento nel dibattito pubblico. Collabora a lungo con il Giornale di Sicilia, dove firma rubriche e articoli dedicati ai temi del costume, del linguaggio e delle buone maniere. Nei suoi interventi osserva con ironia e sensibilità i cambiamenti della società, raccontando piccoli rituali quotidiani, modi di parlare e abitudini che rivelano molto più di quanto sembri.
La sua produzione letteraria riflette questo sguardo attento e curioso. Nei libri pubblicati nel corso degli anni - tra racconti, memorie e riflessioni -affiorano episodi di vita familiare, ricordi legati ai luoghi dell’infanzia e osservazioni sui comportamenti sociali. Il tono è spesso leggero, a tratti ironico, ma sempre attraversato da una profonda attenzione per la memoria e per le parole, considerate come strumenti preziosi per raccontare un mondo in continuo cambiamento. Guardando alla Sicilia di oggi, Renata Zanca individua un valore che ritiene urgente proteggere e trasmettere ai giovani: l’educazione.
Ma non si tratta semplicemente di buone maniere o di una formalità sociale. È qualcosa di più sottile, un modo di stare al mondo fatto di attenzione verso gli altri, di discrezione e di rispetto reciproco. «L’educazione è una cosa buonissima», osserva, ma subito precisa che non basta definirla così. Nella cultura siciliana, spiega, esisteva una forma di gentilezza particolare, quasi istintiva, che si manifestava soprattutto nei rapporti quotidiani e nel modo di trattare gli altri. Secondo Renata Zanca, questa educazione aveva una dimensione quasi cavalleresca, una sorta di galanteria che si esprimeva soprattutto nel rapporto con le donne.
«C’è sempre stata in Sicilia una specie di galanteria, un garbo protettivo», racconta. Non un gesto teatrale o mondano, ma un’abitudine radicata: lasciare il passo, invitare a passare per primi, usare parole di riguardo. «Quante volte si sentiva dire: “Prego, dopo di lei”, “Si accomodi lei”. Non perché la donna venisse prima in senso gerarchico, ma per una forma di rispetto antico». È un codice culturale che affonda le sue radici in una visione tradizionale della donna, percepita un tempo come più fragile e quindi da proteggere.
Oggi i tempi sono cambiati e la parità tra uomini e donne è un valore acquisito, ma per Renata Zanca Pucci di Benisichi quel linguaggio della gentilezza resta un patrimonio umano da non perdere. Per spiegare questa sensibilità ricorda anche un vecchio proverbio molto diffuso nel Sud: «La donna non si tocca neanche con un fiore». Un modo di dire semplice ma potente, che riassume un principio elementare di rispetto. Non si tratta soltanto di rapporti tra uomini e donne. Per Renata Zanca questa educazione gentile riguardava anche la vita collettiva: il modo di stare insieme, di condividere gli spazi, di non approfittare degli altri.
Racconta un’immagine quotidiana: una stanza con poche sedie e più persone presenti. «Nessuno si sedeva subito», ricorda. «Si restava in piedi, si aspettava, si invitava l’altro a sedersi». Un piccolo gesto, ma capace di raccontare un’intera cultura della considerazione reciproca. Quella che Zanca descrive, in fondo, è una forma di educazione gentile, fatta di garbo, rispetto e attenzione verso l’altro. Un patrimonio immateriale della Sicilia che, secondo lei, meriterebbe di essere custodito e tramandato alle nuove generazioni.
Nel parlare delle relazioni umane, Zanca rivela anche un tratto del suo carattere: «Non ha mai conosciuto davvero il sentimento dell’invidia». Piuttosto lo trasforma in ammirazione o in desiderio di migliorarsi. «La parola invidia mi è quasi sconosciuta - spiega-.Posso dire: che bello, vorrei avere anch’io quella capacità. Ma è più aspirazione che invidia». Tra tutte le attività della sua lunga vita - scrivere, fare giornalismo, partecipare alla vita culturale - ce n’è una che considera centrale. «Insegnare era la mia spina dorsale», racconta. Preparare una lezione richiedeva ore di studio, cercare nuove idee, trovare il modo di trasmettere curiosità agli studenti. La soddisfazione più grande era vedere nascere in loro un pensiero nuovo. Perché l’obiettivo non era soltanto spiegare qualcosa, ma lasciare agli studenti una riflessione nuova: «Mi piaceva dare una conoscenza nuova, un’idea che facesse venire voglia di studiare».
La scrittura dei libri, invece, è arrivata con un ritmo diverso, più faticoso ma ugualmente necessario. Ancora oggi continua a progettare nuove pagine: sta pensando a un lavoro nuovo, dedicato all’estate siciliana e alla vita nelle campagne, quando le famiglie si spostavano nelle fattorie per seguire il raccolto e tutto ruotava attorno ai ritmi della terra. Nonostante i viaggi e le possibilità che la vita avrebbe potuto offrirle altrove, Zanca non ha mai dubitato della sua appartenenza. Se avesse dovuto immaginarsi in un’altra città, forse avrebbe scelto una grande metropoli come Londra o New York, ma senza convinzione. «Io sono assolutamente siciliana», dice. «E orgogliosa di esserlo, ma con discrezione». Tra le qualità che riconosce a se stessa, ce n’è una che considera un vero dono: la socievolezza. Il piacere di stare con gli altri, di parlare, di ascoltare, di costruire relazioni. «Mi piace convivere con il mio prossimo», racconta.
E aggiunge un dettaglio che considera essenziale: «Sono un’attenta ascoltatrice». È proprio dall’ascolto, spiega, che nasce il legame tra le persone e si costruisce l’amicizia. Tra i ricordi più vivi della sua vita c’è una storia d’amore che sembra uscita da un romanzo. Quando Marcello Zanca parte per l’Africa dopo aver vinto un concorso importante, tra loro le cose sembrano raffreddarsi. Lui parte per lavorare a Leopoldville, nell’Africa equatoriale francese. Lei resta in Sicilia, incerta sul futuro. Poi, però, arriva la consapevolezza di non volerlo perdere. Così prende una decisione improvvisa per raggiungerlo: «Capì che l’avevo perduto e non lo volevo perdere», racconta.
«Allora presi la valigia e partii». Il loro matrimonio avviene in modo insolito, quasi rocambolesco: direttamente all’aeroporto di Leopoldville. Era l’unico modo per poter entrare nel paese. «Mi sposai all’aeroporto», ricorda con un sorriso. «Altrimenti non potevo entrare. Marcello aveva davanti una carriera brillante, come responsabile delle ferrovie in Africa». Eppure, dopo il matrimonio, decise di lasciare quella posizione per tornare con lei in Sicilia. Un gesto che lei ricorda con gratitudine e affetto. «Era una persona per bene - dice - una persona meravigliosa».
Anche la letteratura ha avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. Tra i tanti libri e testi che più l’hanno accompagnata c’è la Divina Commedia, un’opera che non considera semplicemente un libro da leggere, ma un universo da esplorare e comprendere. Nei suoi ricordi affiora anche la scoperta delle città d’arte. Firenze, ad esempio, rimane legata a un’esperienza giovanile intensa: settimane passate a visitare musei e palazzi, accompagnata ogni giorno tra le opere che hanno costruito la sua sensibilità culturale. Eppure, nonostante i viaggi e le possibilità di vivere altrove, il legame con la Sicilia resta centrale. È un’appartenenza vissuta senza enfasi, ma con una consapevolezza profonda. Quando le chiedo cosa renda piena una vita, la sua risposta è semplice e insieme radicale: «l’amore per gli altri e la capacità di condividere».
Affascinata dai suoi racconti, dai suoi ricordi di una vita vissuta con gioia e pienamente, le domando quale sia l’elisir di lunga vita, la sua risposta arriva decisa, netta, diretta: «È amare. Amare le persone, la natura, ciò che ci circonda. Ma anche saper gioire della felicità degli altri, senza lasciarsi corrodere dall’invidia». Per lei è proprio questa disposizione dello spirito a nutrire l’esistenza: amore, curiosità, apertura, desiderio di incontro, condivisione. Un modo di stare al mondo che si traduce nel piacere di conversare, ascoltare, confrontarsi con gli altri. Con l’altro. «Mi piace convivere con il mio prossimo», dice. «Parlare, ascoltare, stare insieme».
Questa sua attitudine, più di ogni altra, è il filo che attraversa tutta la sua storia. Chi la incontra oggi rimane colpito soprattutto dalla sua capacità di guardare il mondo con leggerezza, curiosità e empatia. Ed è forse proprio questo il tratto che meglio la definisce: una donna, che ha attraversato epoche diverse senza mai smarrire la grazia del pensiero e la curiosità per la vita, trasformando l’esperienza personale in racconto e la memoria in un patrimonio condiviso. Grazie alle sue parole è possibile guardare con i suoi occhi, immaginare luoghi, suoni, voci di una storia intramontabile.
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