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L'Etna, teatro di lotte tra il bene e il male: la leggenda della piuma dell'arcangelo Michele

Emblema della dicotomia tra bene e male, dunque, il cosiddetto "Mongibello" è un covo di leggende traboccanti di simbolismi e significati reconditi

Livio Grasso
Archeologo
  • 2 febbraio 2022

Quadro raffigurante l'Arcangelo Michele

Conosciuta e apprezzata in tutto il mondo per le maestose eruzioni, l’Etna, simbolo ancestrale di Catania e dintorni, custodisce dei segreti davvero unici. Non a caso, molteplici sono gli aneddoti e i racconti popolari che si narrano sul suo conto; basti pensare a tutte le vicende mitiche su streghe, demoni, mostri o personaggi storici dell’antichità. Emblema della dicotomia tra bene e male, dunque, il cosiddetto “Mongibello” è un covo di leggende traboccanti di simbolismi e significati reconditi. Nell’immaginario collettivo, perciò, il Vulcano rappresenta un’entità potente e misteriosa dal duplice volto: per un verso cheto e pacato, per l’altro distruttivo e funesto.

Tra gli innumerevoli “raccontini” che arricchiscono il patrimonio mitico-leggendario di questo imponente “calderone magmatico” rientra indubbiamente il celebre episodio sulla feroce lotta tra l’arcangelo Michele e Lucifero. Le fonti letterarie ambientano lo scontro sul “Cratere centrale” dell’Etna, simboleggiante la porta di accesso agli inferi. Di tale argomento ce ne parla il noto Giuseppe Pitrè, scrittore palermitano vissuto tra il XIX e il XX secolo.
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Ad ogni modo, come tutti sapranno, la tradizione religiosa tramanda che Lucifero, cherubino di incantevole bellezza, fu cacciato dal paradiso poiché agognava spodestare Dio ed eguagliarlo in potenza. A seguito di ciò, come riportato nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse, il “Padre eterno” ordinò a Michele di inseguire l’angelo ribelle affinché lo combattesse. Lucifero, desideroso di governare nel “Regno dei Cieli”, venne tempestivamente contrastato dall’inviato di Dio e stroncato nella sua diabolica iniziativa. Non appena si trovarono l’uno al cospetto dell’altro, entrambi cominciarono a battagliare senza tregua alcuna.

Michele era munito di spada, invece il Diavolo aveva le sembianze di un grosso serpente. Si dice che quest’ultimo, dopo aver scansato un energico fendente, si defilò dal suo avversario e andò a rifugiarsi nelle viscere dell’Etna. Malgrado l’ignobile fuga, Michele andò subito alla ricerca di “Belzebù” riuscendo a scovare il suo ripostiglio. Una volta stanato, impugnò saldamente l’arma e con un vigoroso colpo ferì il “diavolaccio” mozzandogli il corno. A tal proposito, è luogo comune credere che l’osso giaccia tuttora in una delle grotte del versante etneo.

In ogni caso, il demonio, lacerato da un terribile dolore, emise un urlo assordante; tuttavia, la sua reazione non tardò a manifestarsi. Difatti, nonostante la grave ferita, balzò fuori dall’antro roccioso e, più furioso che mai, si scagliò contro l’antagonista. Nel frattempo, lo sfaldamento dei massi lavici provocò una catastrofica e devastante eruzione. Si dice, per di più, che nel bel mezzo della concitazione la belva strappò con violenza una piuma dalle ali di San Michele riuscendo a scappare via ancora una volta.Ciononostante, mentre fuggiva a piè rapido, smarrì il prezioso “bottino” appena conquistato.

Infatti, la piuma sarebbe precipitata verso la terra cadendo nei pressi di Caltanissetta. Alcune testimonianze concordano nel ritenere che essa venne conservata a lungo nella medesima città; in seguito, però, a causa del comportamento peccaminoso dei nisseni, sembra che sia svanita nel nulla e ricondotta per volere divino in paradiso. Di converso, gli abissi dell’Etna diventarono i “loci infernali” dell’implacabile Satana; nella letteratura fantastica costui, assetato di sangue e divorato dal desiderio di vendetta, continua a dominare nell’oscurità delle tenebre con una fitta schiera di demoni al suo seguito.
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