LIBRI

HomeCulturaLibri

"La mia Rosa", una Balistreri inedita nel suo centenario: "Cantava anche in napoletano"

Il manifesto del centenario recita “cantare la Sicilia, narrare l’umano”. E il libro di Felice Liotti racconta la donna oltre il mito, che non perde la sua grandezza

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 18 aprile 2026

Rosa Balistreri

Non tutte le voci si consumano nel tempo. Alcune restano sospese nell’aria come un richiamo antico, capace di attraversare generazioni e coscienze. È il caso di Rosa Balistreri, voce aspra e potentissima della Sicilia più vera, che ha saputo trasformare la propria vita - segnata da dolore, ingiustizie e riscatto - in un canto universale.

Nata nel 1927 e scomparsa nel 1990, Rosa ha inciso nel patrimonio culturale dell’isola una traccia indelebile, facendo del canto popolare in siciliano non solo espressione artistica, ma strumento di denuncia sociale e affermazione identitaria. La sua non era una musica da ascoltare distrattamente: era una ferita aperta, una presa di posizione, una storia che chiedeva di essere riconosciuta. Rosa cantava i carcerati, le donne, gli ultimi, e nel farlo restituiva dignità a una Sicilia spesso raccontata senza voce. È per questo che oggi, a distanza di decenni, la sua figura continua a imporsi con una forza rara, quasi necessaria.

Ed è dentro questa eredità viva che si inserisce il libro "La mia Rosa" di Felice Liotti, curato da Francesco Giunta, che sarà presentato a Palermo nell’ambito de La Via dei Librai, appuntamento che ogni anno trasforma il cuore della città in un crocevia di storie, parole e identità condivise. Ma che tipo di sguardo emerge da questo lavoro? È una domanda che apre subito una riflessione più ampia, quasi inevitabile quando si parla di Rosa.

E Francesco Giunta risponde senza separare ciò che, in lei, è impossibile dividere: «Io penso che i punti di vista come riferimento sostanzialmente si sommino e si saldino in questo tipo di lavoro. Perché separare la storia e l’emozione, anche il giudizio musicale sul lavoro di Rosa, non è possibile. Rosa è un personaggio talmente complesso, talmente intenso, che ha agito e agisce su tutti questi aspetti».

Rosa non è mai solo una voce. È memoria storica, è anima viva, è suono che attraversa le generazioni. Ed è proprio qui che il lavoro di Felice Liotti trova la sua forza più autentica: restituire una Rosa diversa, più vicina, quasi sussurrata. Quando gli si chiede cosa aggiunga questo libro alla narrazione già nota, Giunta mette a fuoco un elemento prezioso: «Felice ha il grande merito di aver documentato Rosa dal punto di vista delle registrazioni, ma soprattutto di averla raccontata fuori dalla scena. Le testimonianze che restano di un personaggio così importante sono quasi sempre pubbliche. Quelle private raramente emergono. Invece la vicinanza tra Rosa e Felice ci consente di vedere una Rosa che difficilmente avremmo potuto conoscere».

È una Rosa che si spoglia del mito senza perdere nulla della sua grandezza. Una Rosa che vive nei gesti, nelle parole non dette, negli incontri lontani dai riflettori. E Giunta, in questo, porta anche una memoria personale, un frammento intimo che diventa chiave di lettura: «Io ho avuto un unico contatto diretto con Rosa molti anni fa ed è lì che ho conosciuto una Rosa diversa da quella che avevo visto in pubblico. Quella mia Rosa personale era già dentro di me quando ho scritto l’introduzione».

Il titolo stesso, "La mia Rosa", suggerisce un legame profondo. Ma quanto è importante oggi restituire anche la dimensione privata di una figura così pubblica? La risposta si apre su un orizzonte più ampio, che riguarda non solo l’artista ma l’eredità culturale che ha lasciato: «Rosa ha utilizzato il canto in siciliano come leva per emancipare la sua esistenza e riscattare la sua vita. Ma sapeva che questa non era solo una questione personale: poteva diventare un’arma per tutti i siciliani».

E poi emerge un episodio, quasi una lezione, che racchiude il senso più profondo della sua visione: «Io incontrai Rosa sperando che cantasse le mie cose. Lei non le cantò, mi mise fuori dalla porta dicendomi: "va’ canta tu". E aggiunse una cosa fondamentale: se canto io le tue cose, quando muore Rosa non canta più nessuno. Rosa viveva la solitudine di essere Rosa Balistreri, ma sapeva che il canto doveva continuare oltre lei».

È in questa consapevolezza che si annida la sua grandezza: non trattenere, ma generare. Non essere unica, ma diventare origine. Il manifesto del centenario parla di “cantare la Sicilia, narrare l’umano”. E il libro di Liotti sembra incarnare perfettamente questa visione. «Narrando il suo rapporto con Rosa - spiega Giunta - Felice racconta anche la propria umanità. E attraverso un approccio intenso all’opera di Rosa si può arrivare a cantare noi stessi, sia come individui sia come comunità».

Perché Rosa, pur affondando le radici nella Sicilia più autentica, riesce a parlare a tutti. La sua è una voce universale, e non per caso. «Ogni volta che qualcuno canta nella lingua ereditata dai padri - dice Giunta - canta direttamente con l’anima, senza mediazioni. È da qui che nasce l’universalità del canto di Rosa».

E allora quella lingua, il siciliano, diventa ponte e non confine. Diventa spazio condiviso, riconoscibile anche da chi siciliano non è. Il libro, in questo senso, non è solo memoria: è possibilità. Può diventare ispirazione per nuovi artisti, per nuove voci che vogliono affondare nelle radici senza restarne prigioniere. «Solo ciò che ha radici può rifiorire. - sottolinea Giunta - Tornare a Rosa significa tornare all’origine e da lì trovare nuovi modi per esprimersi».

C’è anche una scoperta, quasi una sorpresa, tra le pagine del libro: «Nel rileggere la testimonianza del compagno di Rosa, il pittore toscano Manfredi Lombardi, in cui si racconta che Rosa cantava anche in napoletano, è emerso qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevamo considerato prima». Segno che anche i miti, quando vengono riletti con attenzione, continuano a svelarsi. «Quando Rosa Balistreri conobbe Manfredi nei primi anni ’60 - continua Giunta - lui ebbe un ruolo decisivo nel metterla in contatto, a Firenze, con gli ambienti artistici e culturali legati al folk revival e alla riscoperta della tradizione popolare. In quel periodo, come lo stesso Manfredi raccontò in un’intervista, Rosa cantava anche in napoletano, un dettaglio poco noto ma confermato con assoluta certezza. La scelta si inserisce perfettamente nel contesto dell’epoca, negli anni Sessanta, infatti, il Festival della canzone napoletana godeva di grande prestigio ed era persino in competizione con il Festival di Sanremo, rendendo tutt’altro che insolito per un’interprete cimentarsi con quel repertorio».

E infine Palermo, la città che accoglie questo racconto dentro la Via dei Librai. Un luogo simbolico, dove le storie tornano a circolare tra le persone. «Mi aspetto curiosità - conclude Giunta - ma soprattutto che questa occasione venga colta dagli artisti per prepararsi al centenario come a un momento di rinascita. Un’occasione per far rinascere Rosa in Sicilia e non solo».

Rosa Balistreri, in fondo, non è mai diventata passato. È rimasta voce presente, coscienza vigile, radice che continua a nutrire. E in un tempo che spesso smarrisce il senso dell’appartenenza, tornare a lei significa ritrovare una direzione: quella di una Sicilia che non ha paura di raccontarsi per ciò che è, fragile e fortissima insieme, ferita e luminosa. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Da una voce che non si è mai spenta e che continua ad alimentare un profondo senso di appartenenza. Da un canto, quello di Rosa Balistreri che, ancora oggi, chiede di essere ascoltato, raccolto e proseguito.
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÚ LETTI