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"La storia del bambino senza voce": 30 anni dopo, il ricordo di Giuseppe Di Matteo

A 30 anni dalla morte arriva l’opera firmata dal magistrato Fernando Asaro e dalla giornalista Maristella Panepinto: un racconto a tre voci. Le interviste

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 15 maggio 2026

Un'illustrazione del piccolo Giuseppe Di Matteo

Un racconto a tre voci che intreccia memoria familiare, ricostruzione giudiziaria e narrazione civile, per ricordare, a trent’anni dalla morte, il piccolo Giuseppe Di Matteo. "La storia del bambino senza voce" è il titolo dell’opera firmata dal magistrato Fernando Asaro e dalla giornalista Maristella Panepinto: ricostruisce la vicenda del bambino, all’epoca dodicenne, rapito nel 1993 da Cosa Nostra, per costringere il padre, Santino Di Matteo, che stava collaborando con la giustizia in merito alle stragi del 1992, a ritrattare. Il bambino senza voce viene presentato venerdì 15 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso il Padiglione Oval – Spazio Sicilia. Insieme agli autori interverranno il “cuntista” Salvo Piparo e l’avvocata Monica Genovese.

L’epilogo, dopo 779 giorni di sequestro, fu tragico: Giuseppe l’11 gennaio 1996 venne assassinato e il suo corpo fu fatto scomparire per sempre. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, tra i mandanti del sequestro e dell’omicidio vi erano Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.

Un delitto concepito dunque come feroce vendetta contro i collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”. Abbiamo incontrato gli autori del volume, per approfondire alcune delle questioni chiave affrontate nel libro. A rispondere per primo alle nostre domande è il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Marsala Fernando Asaro.

Il libro evidenzia l’amoralità dei mafiosi capaci di rapire e uccidere persino un bambino. La morte di Giuseppe Di Matteo scardina dunque la falsa narrazione secondo cui la mafia ha un suo codice etico, al contempo segna un punto di svolta nella storia della lotta a Cosa Nostra. «Certamente, un punto di svolta o, come ho scritto ne "Il bambino senza voce", si è trattato di un vero e proprio boomerang per Cosa Nostra. Non è stato facile raccontare la vicenda giudiziaria del sequestro e dell’uccisione di Giuseppe Di Matteo: una storia tragica, difficile da ricordare, soprattutto per chi come me ha affrontato come pubblico ministero due dei 4 processi. Certe emozioni e certi sentimenti sono passati attraverso questo libro. È stato un boomerang, dicevo, perché l’omicidio di quel bambino ha distrutto definitivamente la narrazione con cui la mafia aveva cercato per decenni di rappresentarsi. Il caso di Giuseppe è diventato uno spartiacque».

Poi ci spiega perché ha voluto raccontare la storia di Giuseppe. « Ho voluto con questo libro – senza alcuna pretesa letteraria o storico giudiziaria – e con il grande contributo di Maristella Panepinto, fare semplicemente una carezza a Giuseppe Di Matteo e alla sua storia; una storia poco raccontata e poco conosciuta, soprattutto tra i giovani, perché è una storia che fa parte del passato. Per 779 giorni è stato sequestrato e ha vissuto momenti drammatici. È stato spostato di continuo. Gli ultimi giorni li ha trascorsi in un vero e proprio bunker, costruito appositamente in una zona isolata di San Giuseppe Jato – lì è stato rinchiuso per parecchi mesi –.. Oggi il bunker è stato trasformato in un giardino della memoria. Quando venne confiscato andai a vederlo di persona: anche quello è stato un altro momento di particolare commozione: vedere le condizioni disumane e degradanti in cui Giuseppe è stato tenuto segregato, senza luce e senza speranza.

L’intenzione degli assassini era quella di fare scomparire, insieme al corpo, anche la memoria di Giuseppe Di Matteo, ma questo libro dimostra che così non è stato. Giovanni Brusca, quando è uscito dal carcere, ha chiesto perdono per i crimini commessi, compreso l’omicidio di Giuseppe Di Matteo ma per Fedor Dostoevskij non ci può essere perdono senza vero pentimento. «È un tema assolutamente complesso - che riguarda aspetti etici e morali. Io mi soffermo su una circostanza triste: purtroppo tutto ciò che sappiamo del sequestro di Giuseppe di Matteo (e della sua morte) lo sappiamo, solo ed esclusivamente, grazie all’apporto dei collaboratori di giustizia - che si chiamano tecnicamente così e non pentiti -. Solo grazie a loro (una ventina, che hanno riferito nel tempo particolari raccapriccianti) siamo riusciti a ricostruire questa terribile tragedia. Oggi non saremmo qui a raccontare questa storia, se non avessimo avuto i collaboratori di giustizia».

Dalla lettura del libro emerge con forza anche un'altra domanda: la società civile, dov'era all’epoca? Possibile che nessuno abbia visto nulla? «4 processi hanno impegnato tanti giudici e pubblici ministeri: eppure non c’è stata una testimonianza della società cosiddetta civile, non c’è stato qualcuno che abbia visto Giuseppe Di Matteo chiuso in una stalla nei paesi dove è stato nascosto. Nessuno ha riferito di eventuali rumori, pianti o lamenti sentiti durante la notte. Negli anni del sequestro (1993-1996) c’è stato il silenzio più assoluto, squarciato soltanto dai collaboratori di giustizia. Questa non è ovviamente una difesa dei collaboratori di giustizia: vuole essere soltanto la testimonianza di quella che è la realtà dura e amara della nostra Sicilia».

Come sottolinea lo stesso Asaro Maristella Panepinto, ha dato un grosso contributo alla stesura del libro: «L’aver dato il taglio narrativo della favola mi ha aiutato a stemperare in parte la tragicità e l’efferatezza di questa storia -afferma la giornalista-. Il primo capitolo comincia proprio con Giuseppe Di Matteo, ho immaginato la sua voce e le sue parole: nel raccontarsi si paragona a Peter Pan, perché anche lui non diventerà mai grande. Da lì si dipana la narrazione, che inizia appunto come una favola e continua poi intrecciandosi con la testimonianza dalla viva voce del fratello Nicola e con i fatti giudiziari riferiti dal magistrato (che non è l’autore del libro, ma incarna idealmente tutti i magistrati che con passione e dedizione hanno lavorato a questo caso così complesso ndr)».

Fondamentale, nella ricostruzione delle vicende, è stato il contributo di Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, ma anche dell’avvocata Monica Genovese: «Nicola ci ha aiutato a ricordare l’umanità di Giuseppe. Ha tracciato il ritratto vivido di un bambino con tante qualità (destinato probabilmente a fare grandi cose) e con la passione per l’equitazione - aggiunge Panepinto -. sport in cui eccelleva. “Ero io quello discolo, ero un bambino come tanti…invece Giuseppe aveva già la stoffa del campione”. Mi ha detto Nicola, non nascondendo l’amarezza: “Sarebbe bastato veramente poco per trovare Giuseppe ancora vivo. Il blitz nel bunker è avvenuto appena un mese dopo la sua morte».

Altrettanto importanti sono state le testimonianze e il supporto di tante persone, per riuscire a scrivere questo volume, ad esempio quello dell’avvocata Monica Genovese, che è la storica legale di Nicola Di Matteo e della mamma, la signora Castellese e che ha difeso questo caso “con la testa e con il cuore”. Mi ha raccontato che durante la scrittura c’è stato un momento particolarmente difficile, si è dovuta fermare.
«Si, proprio così. Qualche anno fa il procuratore mi ha proposto di realizzare un volume per ricordare Giuseppe Di Matteo -afferma Genovese -. È nato questo libro, un testo breve, ma difficile, a cui abbiamo lavorato per ben due anni.

È stata dura scrivere una storia così forte. Ci sono dei verbali, delle deposizioni di collaboratori di giustizia che sono veramente raccapriccianti e non a caso utilizzo questo termine. Al di là delle pagine note, che sono state divulgate anche sui social, sulle modalità di esecuzione del bambino, a me ha addolorato particolarmente sapere ad esempio che uno degli esecutori materiali, un padre di famiglia, si è reso disponibile a compiere materialmente l’omicidio perché questo gli avrebbe poi consentito di fare carriera, di scalare i vertici di Cosa Nostra».

Non c’è un finale felice, ma c’è comunque un messaggio di speranza in questo volume, soprattutto per le nuove generazioni. «Nonostante non ci sia un happy end c’è comunque un finale di speranza - conclude Genovese -. A volte ci siamo sentiti dire che quella di Giuseppe Di Matteo è una storia troppo cruenta per i bambini, per i ragazzi, ma noi abbiamo cercato di proporla con tutte le cautele del caso. La copertina del volume è stata illustrata per esempio da Massimo Montana, un bambino di nove anni, alunno dell’istituto Rapisardi-Garibaldi di Palermo. Nella narrazione, accanto all’orrore, emerge chiaramente il significato simbolico del sacrificio di Giuseppe Di Matteo. La sua vicenda ha contribuito infatti a incrinare il muro di omertà di Cosa Nostra, favorendo la nascita collaborazioni con la giustizia da parte di numerosi esponenti mafiosi».
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